Trump fa marcia indietro sul suo ritiro mentre al-Qaeda avanza in Siria.

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

Il fronte al-Nusra , cioè al-Qaeda ribattezzata HTS (Hay’at Tahrir al-Sham), sta allargando la sua influenza e il controllo militare su intere città e villaggi nel nord e nell’ovest della provincia di Aleppo. Abu Mohammad al-Joulani, l’ex emiro dell’ISIS ( il gruppo terroristico dello “ Stato Islamico”) in Siria, nonché auto-proclamato emiro di al-Qaeda nel Levante, sta ordinando alle sue truppe di avanzare verso Idlib e la sua provincia , soprattutto verso le città di Ariha, Jahal al-Zawiya e Maarrat al-No’man. Il suo scopo è che i suoi jihadisti abbiano il controllo totale della zona su cui, al termine dei colloqui di Astana ( tra Russia e Turchia) dell’ anno scorso, era stato imposto il cessate-il-fuoco per fermare l’avanzata dell’esercito siriano intenzionato a riconquistare i territori nel nord del paese. Oggi Idlib e i suoi dintorni sono considerate la località dove è concentrato il maggior numero di jihadisti che si sia mai riunito prima in un’ unica zona del Medio Oriente ; posseggono le più sofisticate armi americane, soprattutto i TOW (missili anti-carro guidati via cavo, lanciati da tubo) e i droni armati, senza contare le centinaia di kamikaze pronti a combattere e morire. 

Fino ad oggi, Joulani è riuscito a far sciogliere più di 14 gruppi ribelli siriani, considerati “moderati” in Occidente. Questi gruppi erano finanziati e equipaggiati dalla Turchia, le cui truppe finora non hanno opposto alcuna reazione, permettendo al gruppo di Joulani di consolidare il proprio potere. La politica della Turchia potrebbe far saltare gli accordi di Astana il cui fine era l’eliminazione della presenza dei jihadisti nel nord della Siria.

Nel frattempo, il presidente americano Donald Trump – il quale ha dichiarato che l’ISIS è ormai sconfitta e che in Siria “c’è solo morte e sabbia” – e la sua amministrazione, stanno facendo dietrofront nei confronti del ritiro dalla Siria fissato in precedenza. John Bolton, l’ attuale consigliere per la sicurezza nazionale nominato dal Presidente, domenica ha detto che “ gli Stati Uniti prenderanno in considerazione il loro ritiro quando l’ISIS sarà sconfitto e la Turchia sarà in grado di garantire la sicurezza degli alleati americani, i combattenti curdi.” Trump sa che oggi l’ISIS si trova soltanto in 3 o 4 villaggi lungo la riva orientale dell’Eufrate, sul fronte di DeirEzzour-al-Qaem. A questo punto è chiaro che l’amministrazione americana sta facendo pressione su questo presidente alle prime armi per frenare il ritiro dalla Siria. Ma in realtà ci sono altre ragioni, tenute nascoste , che giustificherebbero questo improvviso cambiamento del piano.

La prima: da un punto di vista militare e geo-politico, gli Stati Uniti hanno molto da perdere con l’uscita dal Levante. La loro presenza infastidisce di fatto l’Iran e i suoi alleati e disturba la Russia, la Siria e l’Iraq che ritengono le truppe americane una continua fonte di guai. Gli Stati Uniti non paiono intenzionati a veder sparire l’ISIS, il gruppo che Israele (lo ha detto più volte) vorrebbe piuttosto vedere al potere in Siria. La presenza delle forze di occupazione americane nel nord-est siriano è considerata una piattaforma da cui continuare a esercitare la propria egemonia nel Medio Oriente; la presenza degli Stati Uniti è, dal punto di vista di Israele, una fonte benaccetta di attrito tra le due superpotenze che operano in Siria, sullo stesso territorio. 

La seconda: il parlamento iracheno sta sbattendo in faccia a Trump la possibilità , seria, che alle truppe americane venga dato l’ordine di andar via dall’Iraq. Trump ha innescato la reazione irachena rifiutando di attenersi al protocollo e non accettando di incontrare il primo ministro, il presidente del parlamento e quello della repubblica sul suolo iracheno durante la sua recente visita alla base iracheno-americana di Ayn al-Assad nella provincia di Anbar in Iraq. 

Se l’ Iraq manda via dalla Mesopotamia le truppe americane, e se Trump mantiene la promessa di effettuare il ritiro in 30 giorni o in quattro mesi di quelle di stanza nel Levante, gli interessi americani e israeliani in Medio Oriente non sarebbero più salvaguardati.

La terza: non si può escludere che le nuove conquiste di al-Qaeda in Siria potrebbero rappresentare, per l’amministrazione americana, un pretesto in più per ritardare se non addirittura rifiutare l’idea di ritirarsi dalla Siria. Infatti il patto di Astana tra Russia, Turchia e Iran fermava l’attacco alla città di Idlib e alla sua provincia proprio quando gli Stati Uniti erano pronti a bombardare l’esercito siriano con il falso pretesto che Damasco stava per “usare le bombe chimiche”. L’accordo di Astana ha impedito agli Stati Uniti una volta per tutte di esser attori protagonisti in Siria. Inoltre nell’incontro a Mosca dello scorso mese tra Russia e Turchia, c’è stato l’accordo a bloccare l’avanzata turca nella zona di Manbij che ha permesso all’esercito siriano di posizionarsi nella zona e ai curdi delle YPG di ritirarsi con gran dispiacere di Washington. Questa decisione ha mandato all’aria i piani di Washington che avrebbe voluto vedere le truppe di Ankara (non quelle di Damasco) come sostituti delle sue forze di occupazione dopo la partenza. La presenza americana nel nord-est siriano a questo punto non aveva più senso. 

Un nuovo sviluppo si è in seguito imposto nella geopolitica siriana. Al-Qaeda, riciclatasi come HTS nel Levante, insieme ai suoi combattenti stranieri, prendeva il controllo della linea di demarcazione stabilita ad Astana tra la Turchia e la Russia. Questa mossa permette alle truppe russe e siriane di bombardare la zona controllata da al-Qaeda, malgrado l’accordo di Astana. La Turchia, nel frattempo, non si immischia in quello che è successo la scorsa settimana e pare non intenzionata a eliminare i jihadisti come invece si era impegnata a fare durante i negoziati con la Russia. 

Oggi al-Qaeda sta eliminando molti alleati turchi e anche quelli che erano stati finanziati, armati e addestrati dagli Stati Uniti. Tuttavia, se la Siria e la Russia mantengono il loro piano iniziale di attaccare Idlib, gli Stati Uniti troveranno un’altra scusante per bombardare l’esercito siriano e intervenire per far saltare il piano di Mosca inteso a concludere per sempre la guerra in Siria. 

Il controllo di al-Qaeda della linea di demarcazione, sicuramente scatenerà lo scontro con l’esercito siriano. Presumibilmente al-Qaeda bombarderà Aleppo dichiarando così di essere in grado di resuscitare la rivoluzione siriana e rifiuterà qualunque accordo con Damasco. Abu Mohammad al-Joulani, ex emiro dell’ISIS e leader di HTS sostiene che il presidente della Turchia Erdogan è “Kafer” ( cioè un miscredente) e quindi nessuna forza combatterebbe sotto la bandiera turca anche se è proprio la presenza turca in Siria quella che permette a Joulani di aumentare il suo potere dato che la Turchia offre al suo gruppo la logistica necessaria e le linee di rifornimento. 

Tra i comandanti di Joulani c’erano (molti sono ancora attivi), tanto per nominarne alcuni, il libico Abu Usama (agente dell’intelligence a Idlib), il giordano Sami al-Aridi ( studioso e capo religioso), Abu Julayleb (emiro di Lattakia), Abu Hussein (emiro di Idlib) Abu al-Yaman( capo dell’”esercito”), Abu Hafas (agente dell’intelligence), l’egiziano Abu al-Yaqzan (affari religiosi), Abu Abdallah (affari religiosi a Lattakia) e i tunisini Abu Omar (giustizia e affari religiosi) e Abu Haidara (affari religiosi a Idlib). Ci sono migliaia di combattenti stranieri nelle file del gruppo, mentre altri si sono uniti a Hurras al-Deen (HAD) e Jabhat Ansar al-Deen (JAD), due gruppi più estremisti di HTS. Oggi al-Joulani sta fornendo alle forze d’occupazione americane una giustificazione perfetta per rimanere in Siria, in attesa di ulteriori sviluppi e possibilmente di un cambiamento del potere sul campo. 

L’ISIS non è più una minaccia per gli Stati Uniti. Oggi infatti controlla Al-Susah, Morashida, Safafina e al-Shajlah che sono tutte sotto la protezione delle forze americane. Pertanto il gruppo non è una ragione che giustifica l’occupazione del territorio siriano e inoltre Bolton sta chiedendo alla Turchia di garantire la protezione delle YPG curde, il ramo siriano del PKK (Partito dei Lavoratori Curdo), il nemico giurato della Turchia che è anche nella lista dei terroristi stilata dal Dipartimento di Stato americano. 

Bolton sta praticamente chiedendo l’impossibile alla Turchia e mostrando la debolezza di un presidente obbligato dalla sua amministrazione a smentire in continuazione le sue promesse. Le intenzioni americane nei confronti della Siria non corrispondono affatto alla reazione positiva suscitata dalla promessa fatta da Trump di ritirare le sue truppe, anche se la Russia, così come l’Iran e la Siria non lo hanno mai creduto. Tuttavia Damasco ritiene che questo sia il momento giusto per i curdi di decidere da che parte stare e smettere di proteggere le truppe americane obbligandole così ad andarsene al più presto. 

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