Dopo un primo round senza risultati contro l’Iran, gli Stati Uniti non hanno nulla da negoziare.

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dice che lui non vuole una guerra con l’Iran, esprime una posizione simile a quella della Guida Suprema del paese, Sayyed Ali Khamenei, il quale ha annunciato che l’Iran “non vuole andare in guerra ma neppure discutere con gli Stati Uniti”. 

Così il braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran è di nuovo al punto di partenza. Gli Stati Uniti sono stati i primi ad intensificare lo scontro schierando una portaerei nella regione mediorientale e inviando quattro B-52, una sottintesa minaccia all’Iran. Ne è seguito un atto di sabotaggio che ha colpito alcune petroliere dell’Arabia Saudita, degli Emirati e della Norvegia a est del porto di al-Fujairah e poi un inedito attacco di droni da parte dello Yemen all’oleodotto della compagnia nazionale saudita di idrocarburi Aramco, lungo 1.200km (ad Afif e al-Dawadmi), che porta il greggio dai campi petroliferi dell’est del paese al porto occidentale di Yanbu sul Mar Rosso. Dopo i due attacchi non è successo niente a parte il fatto che Trump ha contattato la Svizzera dando il suo numero di telefono e in seguito ha ricevuto il presidente (svizzero) Ueli Maurer per trasmettere un messaggio all’Iran. Parrebbe che Trump finga di ignorare quelle che sono le più elementari differenze tra Iran e Stati Uniti : l’Iran non vuole negoziare, il suo telefono è fuori servizio e potrà essere riattivato solo nel momento in cui Trump decidesse di tornare al tavolo dell’accordo sul nucleare (JCPOA). 

Il porto di al-Fujairah e l’oleodotto saudita lungo 1.200km hanno la capacità di trasportare circa 7 milioni di barili di petrolio al giorno senza bisogno di passare attraverso lo stretto di Hormuz dove gli iraniani dicono di poter affondare le navi in caso di guerra. Ciononostante, l’Iran non vuole una guerra e neppure vuole chiudere lo Stretto di Hormuz, un passaggio soggetto alle leggi internazionali della navigazione stabilite dalle Nazioni Unite. Qualunque violazione di queste leggi avrebbe come conseguenza la condanna della comunità internazionale, alleati dell’Iran compresi. 

Teheran chiuderebbe lo stretto di Hormuz solo nel caso in cui fosse dichiarata guerra all’Iran. Si dovrebbe interpretare accuratamente la dichiarazione iraniana in questo modo: “ se ci viene impedito l’uso dello stretto di Hormuz, noi lo chiuderemo”, così infatti hanno affermato i capi del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) responsabili della sicurezza dello stretto. 

E questo è il punto: nessuno sta impedendo all’Iran di usare lo stretto di Hormuz. Le sanzioni vengono applicate ai paesi e alle compagnie che comprano il petrolio iraniano e che commerciano con l’Iran. Gli Stati Uniti non hanno mai detto che non permetterebbero all’Iran di trasportare il suo petrolio nelle acque internazionali. L’Iran sta rifornendo la Cina con decine di milioni di barili di greggio e la petroliera cinese Pacific Bravo negli ultimi giorni ha caricato milioni di barili di petrolio iraniano senza tener conto dell’embargo americano, mandando all’aria l’ambizioso piano di Trump “zero esportazioni di petrolio”. Le minacce dell’IRGC non sono dirette alle azioni degli Stati Uniti.

L’Iran non ha interesse a sfidare gli Stati Uniti e neppure a mostrare le sue capacità militari, per ora. Il sabotaggio a al-Fujairah e l’attacco con i droni all’Aramco erano messaggi con un significato implicito. Nessuno si è dichiarato responsabile degli attacchi a al-Fujairah, mentre gli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran, hanno rivendicato l’attacco all’Aramco. Questi messaggi hanno palesato la posizione di Teheran nei confronti delle minacce americane. E i messaggi sono chiari: un conflitto avrà un prezzo molto alto. Gli alleati dell’Iran stanno colpendo gli alleati degli Stati Uniti e il bersaglio è il petrolio. 

Questi segnali dovrebbero essere per Trump uno stimolo alla riflessione perché prendere di mira il petrolio aizzerà il mondo contro il presidente americano e la sua amministrazione. Si prevede che il costo del petrolio salga, andando a incidere pesantemente sulla popolazione mondiale. Trump dovrà fare i conti con un gran bel problema ancor prima di iniziare la sua guerra all’Iran. 

Nella realtà dei fatti, tutte le ultime guerre degli Stati Uniti, soprattutto quella in Afghanistan (contro al-Qaeda e i Talebani), quella in Iraq (dovuta a quelle “armi di distruzione di massa” che in realtà non sono mai esistite) e quella per cambiare il regime in Siria (per rafforzare i jihadisti e rimuovere il presidente Bashar al-Assad) non sono riuscite a raggiungere quella visione di un “Nuovo Medio Oriente” promossa da Shimon Peres nel 1996 e da allora in poi da Condoleezza Rice, Obama e Netanyahu. Al-Qaeda è più forte che mai, i Talebani controllano ormai più di 52 province dell’Afghanistan e in più adesso gli Stati Uniti stanno negoziando con loro, dopo anni di guerra. 

Centinaia di migliaia sono state le vittime della guerra all’Iraq e Saddam Hussein è stato rimosso. Questo ha fatto infuriare gli stati arabi del Golfo che avevano scelto di sostenere un’insurrezione e l’ISIS allo scopo di impedire la formazione, in Iraq, di uno stato forte governato dagli sciiti. 

E infine, dal 2011 molti presidenti e primi ministri sono stati esautorati mentre il presidente Bashar al-Assad è ancora al suo posto. Gli Stati Uniti volevano cambiare il governo in Siria a vantaggio dei jihadisti takfiri (cioè al-Qaeda e ISIS) oppure semplicemente distruggere lo stato siriano. Questo piano è fallito. 

Gli Stati Uniti non hanno raggiunto i loro obbiettivi nonostante il loro “eccelso” potere militare. L’ovvia conclusione è che gli Stati Uniti sono in grado di vincere le guerre nella regione, ma non in grado di gestire il periodo successivo e di portare la pace. 

Malgrado questi precedenti, gli Stati Uniti continuano a sfidare la storia e sono convinti di poter imporre 12 irrealizzabili richieste all’Iran, richieste che includono il suo ritiro dalla Siria, la fine degli aiuti ai suoi alleati mediorientali e la cessazione della produzione di missili di precisione.  

Perché l’Iran si rifiuta di interrompere il suo programma missilistico? Perché non accetta le condizioni (12) degli Stati Uniti? Perché l’Iran ha bisogno di amici e alleati in Medio Oriente? Perché ha pagato una costosissima ricostruzione di ciò che Israele ha distrutto in Libano nel 2006 per tenere a galla il suo alleato (Hezbollah)? Perché ha investito miliardi per difendere l’Iraq e la Siria proprio quando è sottoposto a sanzioni globali e quindi ha bisogno di fondi? Perché, semplicemente, non si piega all’egemonia americana? 

La risposta è semplice : non ha niente a che fare con la testardaggine di  Sayyed Ali Khamenei o con la sua mancanza di una visione a lungo termine. E’ una questione di sopravvivenza, sua e dei suoi alleati in Medio Oriente e della loro totale sfiducia nell’amministrazione americana. Gli Stati Uniti hanno revocato il loro accordo (JCPOA). Maltrattano e umiliano i loro alleati. Estorcono denaro ai leaders arabi ma non sono in grado di proteggerli quando ce n’è bisogno (gli attacchi contro al-Fujairah e l’Aramco ). 

L’Iran ha riunito intorno a sé tutti quelli non disposti a sottomettersi agli ordini e all’ egemonia di Israele e degli Stati Uniti. Se gli Stati Uniti cercassero di lavorare con l’Iran ad un programma di pace, più della metà dei giovani iraniani abbraccerebbe il progetto con entusiasmo, affascinati come sono da molti aspetti della cultura americana che considerano mitici, divertenti e seducenti. Il mercato iraniano potrebbe rivelarsi attraente per gli Stati Uniti così come quello americano incanta gli iraniani. 

E invece gli Stati Uniti vendono armi in Medio Oriente perché Trump “ ama il re” e soprattutto il suo denaro. Trump trova così divertente estorcere 500 milioni di dollari al re saudita con una telefonata di un minuto. Ama tanto vantarsi apertamente della sua aggressività e dei ricatti a cui sottopone i suoi alleati. 

La sopravvivenza dell’Iran dipende dal mostrare la sua forza e anche dai suoi alleati sebbene farebbe ricorso alle armi solo in extremis. Gli iraniani non dimenticano come il mondo li ha combattuti negli anni ’80 lasciandoli soli, strangolati dalle sanzioni alla fine della guerra nel 1988. E’ compito degli Stati Uniti fare un passo indietro e permettere ai paesi del Medio Oriente di vivere in pace. Purtroppo agire in questo modo danneggerebbe l’industria delle armi americana e non farebbe assolutamente il gioco di Israele. 

Teheran non negozierà mai con Trump anche se i leaders dell’Iran sono convinti che verrà rieletto. L’amministrazione Trump ha confermato all’Iran che Sayyed Ali Khamenei aveva ragione a rifiutare le trattative con un’inaffidabile dirigenza americana. Così Teheran non ha dei progetti che possano aiutare il presidente degli Stati Uniti a scendere da quell’albero su cui si è arrampicato. Il telefono di Trump non suonerà. Questa amministrazione è riuscita a riunire i moderati e i radicali sotto la guida della “Welayat al-Faqih”( “autorità cognitiva  del giurisperito”, dottrina ideata da Khomeini) che dice no al “grande Satana”(gli Stati Uniti). 

Il Medio Oriente sta distruggendo se stesso con la sua ricchezza, manipolato dagli Stati Uniti, certamente, ma con la complicità dei governanti mediorientali. Tutti questi soldi investiti nelle guerre dall’Afghanistan fino ad oggi, avrebbero potuto rendere il Medio Oriente una ricca e potente regione. Ma le cose stanno cambiando: il Davide iraniano ha una fionda e ha scelto cinque sassi lisci per combattere l’americano Golia armato di lancia e spada. Nella Bibbia Davide scaglia una pietra contro la fronte di Golia, sufficiente a sconfiggerlo. L’Iran ha scelto di non attaccare Golia direttamente poiché sta cercando di evitare una guerra. Due sassi sono stati scagliati a al-Fujairah e Afif. Dove verrà lanciato il prossimo se Trump non si decide a togliere le sanzioni e a tornare al tavolo dei negoziati? 

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