Il Libano rischia l’esplosione: finora rinviata ma fino a quando?

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da Alice Censi 

L’Europa è preoccupata per la crisi politica che sta investendo  il Libano e per le conseguenze che potrebbero esserci se esplodesse un conflitto nel paese. Anche se gli stati europei, a differenza degli Stati Uniti, non hanno interessi strategici nel Paese dei Cedri, una guerra civile comporterebbe inevitabilmente un esodo di profughi che si riverserebbero nel vicino continente. 

Raggiungere un accordo per la formazione di un nuovo governo che possa frenare ulteriori disordini non è affatto facile e lo si è visto. Fonti di informazione a Beirut si dicono convinte che un nuovo governo richiederà parecchi mesi prima di poter vedere la luce proprio come è successo per l’ultimo in carica. Alcuni si chiedono se non sarebbe meglio aspettare i risultati delle elezioni negli Stati Uniti prima di formarlo. Forse, invece,  un nuovo governo potrebbe scaturire soltanto da un evento drammatico legato alla sicurezza come per esempio avvenne con l’assassinio dell’ex primo ministro Rafic Hariri che scatenò una vera e propria tempesta politica nel paese. Tutto ciò che sta accadendo fa pensare ad un possibile conflitto intestino, in assenza di un solido governo centrale in grado di farsi carico della sicurezza del paese. Potrà il Libano evitare una guerra civile? 

La chiusura delle strade più importanti unita all’incompetenza e all’inerzia non casuale delle forze di sicurezza, (dovuta alle richieste degli Stati Uniti di tollerare la chiusura delle principali vie di comunicazione che uniscono il Libano alla sua capitale) non stupisce più di tanto. 

Le strade principali che risultano chiuse sono state selezionate accuratamente: sono quelle che collegano a Beirut il sud del Libano, Baalbek e la strada che porta a Damasco. Sono soprattutto gli sciiti ad usare queste strade perché attraversano le zone abitate in gran parte da loro. Le strade sono state bloccate prevalentemente in alcune zone controllate dai sostenitori, sunniti, del primo ministro ad interim Saad Hariri e del suo alleato druso Walid Jumblatt. La chiusura di altre strade nella città a maggioranza cristiana di Dbayeh, controllata dall’alleato cristiano degli Stati Uniti Samir Geagea, leader delle “Forze Libanesi”, e a Tripoli, parrebbe invece una manovra diversiva per distogliere l’attenzione dall’obbiettivo principale: provocare Hezbollah. 

Le fonti a Beirut ritengono che l’obbiettivo sia quello di portare all’esasperazione gli sciiti che rappresentano quella parte della società che protegge Hezbollah. Lo scopo è di obbligare l’organizzazione a scendere in strada. Hezbollah è al corrente di questo piano e sta cercando infatti di evitare di rispondere alle provocazioni. La chiusura di queste strade è un chiaro invito a Hezbollah a prendere in mano la situazione e puntare le sue armi contro altri libanesi come era già successo il 5 maggio 2008. 

Nel 2008 il ministro druso Marwan Hamadé (spinto da Walid Jumblatt), insieme al primo ministro pro-Stati Uniti Fouad Sinioura, chiedevano a Hezbollah di disattivare il suo sistema privato di comunicazione a fibra ottica che collegava ogni angolo del paese. Israele non aveva mai smesso di monitorare il sistema di telecomunicazioni di Hezbollah che, grazie al suo alto livello di sicurezza e ad un regolare controllo, era riuscito a neutralizzare tutti i dispositivi di intercettazione sistemati dalle forze speciali israeliane infiltratesi in Libano per questo scopo.  Nel maggio 2008 il governo libanese cercava di eliminare la rete di telecomunicazioni dell’organizzazione per penetrare il sistema ad alta sicurezza di Hezbollah, indispensabile all’organizzazione in tempo di pace ma soprattutto in caso di guerra. Questo tentativo insistente, malgrado i ripetuti avvertimenti, provocava due giorni dopo una dimostrazione di forza da parte di Hezbollah che occupava la capitale in poche ore ( il numero delle vittime fu esiguo). I mercenari pro-Stati Uniti, armati, che si erano riuniti e si nascondevano a Beirut pronti quel giorno a scatenare una guerra civile, anticipando una possibile reazione di Hezbollah, vennero neutralizzati in un attimo nonostante le centinaia di milioni di dollari spesi per prepararli ed attrezzarli ad una guerra contro l’organizzazione  nelle strade di Beirut. 

Oggi l’obbiettivo è quello di far sì che Hezbollah controlli le strade coinvolgendo i libanesi e i siriani anti-governativi e poi rivolgersi alle Nazioni Unite per poter giustificare un intervento esterno. Lo scopo non è quello che Hezbollah venga sconfitto subito, dato che la sua potenza di fuoco, la sua preparazione e la sua organizzazione militare non possono essere piegati da un insieme di fanatici locali e di mercenari. Lo scopo vero e proprio è quello di delegittimare Hezbollah e fargliela pagare cara per le sue imperdonabili vittorie in Siria e in Iraq e per il suo appoggio ai palestinesi e agli yemeniti. 

I guai finanziari del Libano non sono il problema principale. Nella sua testimonianza al Congresso l’ex sottosegretario di stato ed ex ambasciatore in Libano Jeffrey Feltman ha detto che “ l’intero debito estero del Libano (circa 35 miliardi di dollari) è in linea con le stime del salasso che l’Arabia Saudita mette in conto annualmente continuando la sua guerra allo Yemen (25-40 miliardi di dollari)”. 

Il sostegno finanziario della regione mediorientale al Libano così come quello internazionale sarà dato con un chiaro scopo : scatenare una guerra civile nella speranza di sconfiggere Hezbollah nel lungo periodo. Potrebbe anche mettere in salvo Israele alle prese con una seria crisi politica;  meglio infatti provocare una guerra in Libano piuttosto che fare i conti con uno scontro interno tra israeliani che potrebbe delinearsi dopo due tentativi abortiti di formare un governo. 

Un gran numero di libanesi sono consapevoli della situazione delicata e critica in cui versa il paese. Tanti temono una guerra civile vedendo soprattutto il comportamento dell’esercito libanese e di altre forze di sicurezza che stanno a guardare,  rifiutandosi di mantenere aperte le strade. E’ proprio questo modo di agire da parte delle forze di sicurezza che contribuisce in larga misura alla possibilità che avvenga un conflitto interno. 

I dimostranti puri, che hanno un programma riferito esclusivamente alla situazione del paese, sono riusciti a fare miracoli superando i confini settari e portando alta un’unica bandiera: basta con la corruzione e la povertà che ne deriva, il capitale rubato al Libano deve tornare al paese. I dimostranti stanno chiedendo al sistema giudiziario di assumersi le sue responsabilità e che il paese si incammini verso un sistema di governo fondamentalmente laico. Ma elementi settari e interventi stranieri cercano di distogliere l’attenzione da queste reali richieste della popolazione, tartassata da decenni. 

L’intervento straniero diretto contro Hezbollah non ha niente a che vedere con le sacrosante richieste di chi protesta. Si basa invece sulla posizione di quei libanesi settari che vorrebbero contribuire alla caduta di Hezbollah dall’interno. E non  sorprende, perché il Libano è una piattaforma su cui sono presenti gli Stati Uniti, l’Europa e l’Arabia Saudita, tutti particolarmente attivi contro l’Asse della Resistenza che fa capo all’Iran. Il comandante dell’IRGC (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Iraniana) Hussein Salame nell’ultimo discorso che ha tenuto, ha messo sull’avviso questi paesi che rischiano di “oltrepassare i limiti”. 

Dal lontano 1979, anno della “Rivoluzione Islamica”, l’Iran non ha mai scatenato guerre militari o preventive nei confronti dei suoi vicini e quando ha agito lo ha fatto per difendersi e per costruire la sua “Asse della Resistenza”. Recentemente ha proposto, senza successo, una Coalizione della Speranza (Iniziativa per la Pace di Hormuz) ai suoi vicini, un modo per avere maggior sicurezza in Medio Oriente che escluderebbe  l’intervento degli Stati Uniti. 

L’Iran è riuscito a sconfiggere la comunità internazionale  contribuendo ad evitare la caduta del governo di Damasco dopo anni di guerra. Ha sostenuto Hezbollah e i palestinesi contro Israele, l’alleato numero uno degli Stati Uniti. L’Iran è stato a fianco dell’Iraq evitando che un governo ostile andasse al potere e ha appoggiato gli yemeniti contro l’inutile e disastrosa guerra condotta dall’Arabia Saudita. I nemici dell’Iran sono numerosi e non si sono certo arresi. Hanno provato senza successo a raggiungere i loro obbiettivi nel 2006 in Libano, nel 2011 in Siria, nel 2014 in Iraq e nel 2015 in Yemen. Oggi la prassi è un’altra, i disordini interni, motivati dal bisogno di riforme contro la corruzione, vengono utilizzati come  arma, anche a costo di mandare a fuoco interi paesi come il Libano e l’Iraq. 

Chi protesta non è stato in grado di presentare un progetto realistico e il primo ministro ad interim Hariri cerca di fare il passo più lungo della gamba tentando di estromettere dal parlamento i suoi oppositori politici che in realtà ne controllano più della metà. Il Libano si trova di fronte a un bivio: uno scontro a fuoco non è più escluso. E il conflitto ha già causato la perdita di vite umane. Sembra che il Libano si stia incamminando verso l’autodistruzione. 

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