Perché Abdel Mahdi ha dovuto andarsene: gli Stati Uniti, l’Iran e il Marjaiya hanno fatto molti errori.

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai    

Tradotto da Alice Censi 

Il primo ministro iracheno Adel Abdel Mahdi, democraticamente eletto, è uscito di scena. Duecentoquarantuno membri del parlamento hanno votato a favore delle sue dimissioni, in seguito alla richiesta del Marjaiya di Najaf, il Grande Ayatollah Sayyed Ali Sistani, mettendo fine così al suo mandato molto prima di quanto si prevedesse, un provvedimento dovuto ai suoi errori nell’affrontare le rivolte popolari. 

Abdel Mahdi non è responsabile della corruzione che affligge  da parecchio tempo l’Iraq dove, come in Libano, il sistema politico è dominato dalle “balene” ovvero quei partiti politici che controllano il regime in carica e si spartiscono tra loro le ricchezze. Tuttavia, come comandante in capo delle forze di sicurezza, lui è responsabile della morte di un gran numero di dimostranti. La maggior parte di questi dimostranti non sono legati all’Iran, agli Stati Uniti o ad altri paesi della regione. Sono la nuova generazione del Medio Oriente che, a differenza di quelle che l’hanno preceduta, non vuole accettare passivamente di essere governata da un sistema iniquo e corrotto che la fa da padrone da troppo tempo. 

Gli Stati Uniti hanno liberato l’Iraq dal regime di Saddam Hussein ma hanno commesso dei gravi errori già dall’inizio del loro dominio sulla Mesopotamia. L’Iran riusciva ad imporre la sua influenza quando se ne presentava l’occasione ma facendo anch’esso dei passi falsi. Il Marjaiya di Najaf iniziò ad intervenire nella politica irachena con la fine di Saddam Hussein e venne direttamente coinvolto nelle vicende parlamentari. Ne uscì quando capì che non era possibile barcamenarsi all’interno del corrotto sistema politico che dominava l’Iraq, prendendone le distanze fino allo scoppio delle recenti proteste. Gli iracheni in generale, rispetto ad altri in Medio Oriente, tendono a essere più sensibili alle dicerie e alle manipolazioni. Oggi scendono nelle strade con un solo obbiettivo: cambiare tutto e tutti. Moqtada al-Sadr e altri attori regionali e internazionali ( soprattutto Stati Uniti e Emirati Arabi Uniti) stanno però cercando di manipolare questo movimento di protesta. Dove sta andando il paese? Che ruolo potranno avere gli Stati Uniti e l’Iran nel futuro dell’Iraq? 

Entrambi, Stati Uniti e Iran, sono a caccia di un governo amico a Baghdad che non metta in discussione i loro piani strategici in Medio Oriente. Quello che gli Stati Uniti non vogliono in Iraq è la democrazia. Il presidente Donald Trump che scherzosamente definisce il presidente dell’Egitto al-Sisi il suo “dittatore preferito”sarebbe ben felice se a Baghdad si insediasse un regime autoritario a lui congeniale. Gli Stati Uniti vorrebbero che Baghdad fosse obbediente esattamente come  Erbil nel Kurdistan iracheno che funziona da base permanente delle truppe e degli investitori statunitensi ed è inoltre in ottimi rapporti con Israele. L’Iran mira invece ad infrangere le sanzioni imposte dagli Stati Uniti, a mantenere gli attori quasi-statali iracheni in armonia con la sua ideologia nel caso il governo di Baghdad gli diventasse ostile e a vedere le truppe americane fuori dall’Iraq. 

La popolazione dell’Iraq ha tutto un altro programma. Malgrado     la fragilità di un parlamento e di un governo eletti comunque  democraticamente, centinaia di migliaia di dimostranti sono scesi nelle strade di molte città, soprattutto quelle la cui popolazione è a maggioranza sciita. Chi protesta non chiede che il sistema democratico cambi ma vuole la fine del malgoverno, vuole che vengano arrestati i politici corrotti, vuole un nuovo sistema elettorale che permetta alla popolazione di scegliere direttamente i suoi leader e non che siano nominati dai partiti politici più forti, vuole posti di lavoro e serie riforme costituzionali. Ma la risposta brutale delle forze di sicurezza ha provocato la morte di 432 persone e migliaia di feriti.

Il primo ministro provvisorio Adel Abdel Mahdi, le cui dimissioni sono state accettate dal parlamento domenica scorsa, è responsabile degli attacchi alla moltitudine di giovani che manifestava nelle strade. Come capo delle forze di sicurezza ha chiesto ai comandanti militari di impedire i blocchi delle strade principali, di mettere fine agli attacchi di alcuni dimostranti alle istituzioni e al quartier generale della polizia e di contenere i manifestanti. I suoi ordini sono stati eseguiti secondo l’interpretazione del comando militare. Ma alla luce dei risultati emersi, il primo ministro chiedeva che i comandanti a cui aveva dato l’incarico di porre fine ai disordini venissero sottoposti alla corte marziale ( è il caso del brigadiere generale Jamil al-Shim’ari e del generale Mohammad Zidan nella provincia di Dhi-Qar). Così oltre ad essere il bersaglio della rabbia nelle strade otteneva pure la sfiducia degli ufficiali della sicurezza che percepivano il suo comportamento come un voltafaccia dopo aver eseguito gli ordini dati da lui. Sebbene il Marjaiya abbia simpatia per lui, Abdel Mahdi ha dovuto pagare per la sua fallimentare gestione delle proteste e la lentezza con cui è venuto incontro alle richieste di riforme dei dimostranti. 

Gli Stati Uniti sono sempre stati lontani da Abdel Mahdi: sebbene andassero a Erbil, sia il presidente Trump che il suo vice Mike Pence quando si sono recati in Iraq si sono rifiutati di andare a Baghdad e di incontrare il primo ministro e il presidente, si presume per “ragioni di sicurezza”. Entrambi atterravano in una base militare controllata dalle forze americane ad Ain al-Assad, nella provincia di Anbar. Non è andata così quando invece c’è stata la visita a Baghdad del segretario alla difesa Mark Esper il mese scorso. 

A Baghdad il messaggio è stato recepito. Il comportamento degli Stati Uniti viene vissuto come la risposta alle numerose prese di posizione di Abdel Mahdi che includono: la sua accusa a Israele di essere quello che ha condotto i numerosi  attacchi in Iraq, l’aver firmato contratti del valore di parecchi miliardi con la Cina, la sua decisione di aprire i confini con la Siria, il suo rifiuto di adeguarsi alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’Iran e infine il suo diniego a congedare le forze di sicurezza irachene conosciute col nome di Hashd al-Shaabi, le forze di mobilitazione popolare create nel 2014 per sconfiggere l’ISIS. 

L’Iran ha commesso dei grossi errori in Iraq. Il brigadiere generale Qassem Soleimani, responsabile delle relazioni con l’Iraq, non ha mai smesso di appoggiare i numerosi gruppi che operano al di fuori del controllo del governo. Soleimani viene criticato in Iraq anche da quelli più fedeli a lui per l’aiuto dato agli attori non statali e la loro cattiva gestione. Secondo fonti ben accreditate a Najaf ci sono gruppi che provocano il Marjaiya e agiscono come fuorilegge in parecchie zone. L’Iran gode di ottime relazioni con l’Iraq in quanto stato e quindi non ha bisogno di attori indipendenti nel paese sulla falsariga di Hezbollah in Libano. Le PMU (forze di mobilitazione popolare) che hanno avuto un ruolo essenziale nella sconfitta dell’ISIS in Iraq, sono già state integrate nell’esercito. Riprodurre Hezbollah in Mesopotamia non è possibile date le diverse condizioni in cui si trovano i due paesi, le loro differenze culturali (anche se sono entrambi sciiti) e quelle geopolitiche. 

Il Marjaiya di Najaf agli inizi dell’occupazione americana dell’Iraq chiedeva al parlamento di elaborare una costituzione mentre gli Stati Uniti volevano posticiparne la realizzazione. Dopo aver avuto un ruolo fondamentale nella formazione della “ Alleanza Nazionale Irachena”(555) nelle elezioni parlamentari del 2005, il Grande Ayatollah Sistani mandava un suo inviato per monitorare la condotta del parlamento ma non riusciva a formare una coalizione di membri parlamentari (MP) che si dimostrasse integerrima nel lungo periodo; l’inviato di Sistani venne attaccato proprio dai suoi partner politici. A quel punto il Marjaiya decideva di uscire definitivamente dalla politica parlamentare avendo toccato con mano la corruzione e l’incompetenza dei politici iracheni. “ Dove possiamo trovare un governante qualificato?” Sayyed Sistani mi domandava nel corso degli anni, durante e dopo la formazione di tutti i governi iracheni. Il Marjaiya era ben al corrente non solo dell’incompetenza della leadership ma anche dell’influenza dei più importanti gruppi politici (Sadristi, Badr, Da’wa, Al-hakim e Fadilah) e della distribuzione delle posizioni di potere al loro interno. 

Sayyed Sistani ha chiesto a Abdel Mahdi di dimettersi per le numerose vittime di questi ultimi giorni, per il lento procedere  del governo dovuto alla mancanza di collaborazione dei più importanti partiti al governo con il primo ministro e anche per timore di essere attaccato direttamente se non si fosse schierato dalla parte dei dimostranti. Sayyed Sistani ha ripetuto più volte che bisognava tener lontani dall’Iraq l’Iran, gli Stati Uniti e i paesi della regione (Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti). Malgrado il suo apparente prestigio, i politici iracheni, soprattutto quelli sciiti, non sempre ascoltano i desideri del Grande Ayatollah. Lo fanno solo quando conviene loro. 

L’Iraq non è un paese sotto il controllo americano o iraniano. Quando un primo ministro tende a scivolare verso l’una o l’altra parte, governare diventa un’impresa difficile. Adesso l’Iraq è nelle mani della sua popolazione. Il paese è più forte che mai anche se ci sono rivolte in parecchie città che danno l’impressione di un Iraq in preda ad un caos che si diffonde sempre più con l’ISIS pronta ad attaccare Hashd al-Shaabi nei governatorati di Salahuddin e Dyala. Tuttavia la nomina di un nuovo primo ministro potrebbe non essere sufficiente ma neppure un’impresa facile e neanche una garanzia di poter calmare le proteste. La coalizione più grande dovrà nominare il nuovo leader del paese e tutti i più importanti partiti politici dovranno avere la responsabilità della scelta che faranno. Una volta nominato si pensa che non possa durare più di un anno cioè fino a quando non verranno organizzate nuove elezioni emendando la costituzione. Ma i dimostranti saranno in grado di aspettare? 

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