Israele pensa che una guerra con l’Asse della Resistenza sia una passeggiata?

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da Alice Censi

“ Non c’è alternativa alla guerra e quando accadrà sarà una  guerra su larga scala”. Questo è quanto ha sostenuto, con convinzione, uno di quelli che prendono le decisioni all’interno dell’ “Asse della Resistenza”. Potrebbe però non avvenire in tempi stretti come invece annuncia ripetutamente il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu. Una tale guerra difficilmente potrà avverarsi a breve. Esaminarne le ragioni potrebbe fare un po’ di chiarezza.

Per la prima volta nella storia di Israele l’elezione di un primo ministro non riesce a concretizzarsi. Netanyahu ha bisogno di restare al potere per evitare la prigione. La guerra contro Gaza non è un opzione valida. Un conflitto contro Hezbollah in Libano avrebbe un prezzo altissimo e difficilmente potrebbe verificarsi. Gli attacchi israeliani contro la Siria potrebbero forse provocare una reazione ma non una guerra su più fronti. Una guerra contro l’Iraq non è possibile perché gli Stati Uniti hanno nel paese migliaia di soldati che potrebbero diventare degli ottimi bersagli per gli alleati dell’Iran se fosse necessario. 

Attaccare invece l’Iran, che è quello che Netanyahu propone, non comporterebbe una guerra limitata a due (Iran e Israele) bensì un conflitto che si estenderebbe a macchia d’olio in tutto il Medio Oriente. Una fonte ben informata all’interno dell’ “Asse della Resistenza” ritiene che “ non ci sia una ragione valida per cui Israele debba imbarcarsi a breve, insieme agli Stati Uniti, in una guerra dall’esito incerto”. 

“Gli Stati Uniti non vanno in guerra contro nessuno se non sono sicuri di vincere. Combattere contro l’Iran significa non avere certezza del risultato e inoltre causerebbe distruzione a tutti i livelli. Gli Stati Uniti e i loro alleati eviteranno senza ombra di dubbio un tale scenario” ha continuato la fonte. 

In questo mese alcune persone influenti in Iraq sono state  oggetto di sanzioni da parte degli Stati Uniti, come è successo in Libano all’inizio dell’anno, un modo per cercare di assestare un duro colpo all’economia del paese nella speranza che le pesanti sanzioni portino a disordini sociali interni. Gli Stati Uniti però avrebbero bisogno che il flusso e le vendite del petrolio iracheno si fermassero per diminuire il guadagno che ne deriva,    in un momento in cui l’economia dell’Iraq, che produce 3,5 milioni di barili al giorno, dipende quasi completamente dalla loro esportazione. Finora non ci sono segni che rivelino l’intenzione americana di bloccare le vendite di petrolio iracheno anche se l’Iran sta vendendo una parte del suo in Mesopotamia per aggirare le sanzioni impostegli dagli Stati Uniti. 

E’ bene notare che gli Stati Uniti non hanno architettato piani  per riuscire a controllare il Libano e neppure per mettere le mani sull’Iraq. Il caos, o perlomeno l’instabilità presente nei due paesi, è una benedizione per Washington perché entrambi, Libano e Iraq, sono parte essenziale dell’”Asse della Resistenza”.

In Siria il piano per la ricostruzione del paese decollerà solo quando gli Stati Uniti saranno sicuri che questo progetto  porterà all’allontanamento del presidente Bashar al-Assad. Gli Stati Uniti non sono riusciti a destituirlo in ben 9 anni di guerra e adesso cercano di rovesciare il governo usando il potere economico ma senza successo. Gli Stati Uniti stanno imponendo sanzioni alla Siria per impedirle qualunque scambio commerciale con altri paesi.  Nonostante le sanzioni americane ed europee, l’Iran, la Russia e la Cina stanno contribuendo a sostenere il governo di Damasco affinché possa rimettere pian piano in sesto il paese devastato dalla lunga guerra. Tuttavia la svalutazione della moneta siriana e di quella libanese hanno pesantemente danneggiato le economie di entrambi i paesi. Ma Libano e Siria sono ben lontani dal soccombere all’egemonia degli Stati Uniti. Con il Libano, l’Iraq e la Siria che si allontanano dalla dominazione americana, l’unica opzione che rimane potrebbe essere un attacco diretto all’Iran. 

Durante l’incontro con il segretario di stato americano Mike Pompeo avvenuto questo mese a Lisbona, il primo ministro Netanyahu ha affermato che la conversazione si era concentrata “soprattutto sull’Iran”. La paura che tormenta gli Stati Uniti e Israele è provocata da quelle indagini che segnalano una crescente influenza iraniana in appoggio a “ Hezbollah, il regime di Assad e le fazioni in Iraq”. L’analista Alastair Crooke, ex diplomatico britannico ha scritto un articolo  a proposito di “una  prospettiva di guerra, stavolta con l’Iran, tra sei mesi, perché Netanyahu ne ha bisogno per sopravvivere”. Considerando la data, tra sei mesi significa alla fine della primavera e all’inizio dell’estate. Un periodo ottimo per Israele che fa affidamento soprattutto sull’intervento della sua aviazione nelle prime ondate di attacchi. Ma al di là di tutte queste parole, Israele e gli Stati Uniti sono pronti per una guerra all’Iran? 

L’Iran non è certamente un paese che starà lì a guardare senza reagire. Potrebbe rispondere su vari fronti dato che le forze degli Stati Uniti sono un po’ dappertutto in Medio Oriente. Non gli mancano certo i bersagli da colpire. 

La fonte di informazioni è convinta che “Netanyahu stia facendo pressione sul presidente Trump perché resti in Siria anche se lo stesso Trump ha più volte e in più occasioni ribadito di volersene andare definitivamente”. Netanyahu insiste affermando che non c’è ragione di andarsene perché l’Iran si sta preparando alla guerra e quindi più che mai serve la presenza delle truppe americane nel Levante e nella Mesopotamia. 

Fa parte del piano di Netanyahu, riferisce sempre la fonte, chiedere alle forze americane di chiudere i confini tra Siria e Iraq al valico di Al-Qaem nei pressi di Al-Bukamal in caso di guerra, rendendo così obbligatoria la presenza delle truppe americane in Siria che oggi restano con la scusa di assicurarsi il petrolio siriano, un gran bel pretesto per uno attaccato al denaro come Donald Trump. E il tutto va a beneficio di Israele. 

Indubbiamente Israele cerca di provocare l’Iran bombardando di frequente il suo contingente in Siria, la brigata Zulfiqar. E’ la stessa brigata dell’IRGC ( Corpo delle Guardie della Rivoluzione Iraniana) che usa i missili antiaerei per intercettare quelli israeliani diretti contro obbiettivi siriani e iraniani. L’Iran, quando ci sono attacchi israeliani, viene avvisato quasi sempre almeno 12 ore prima dalla Russia che gli comunica quali saranno gli obbiettivi. Potrebbe essere insignificante poiché l’IRGC ha aumentato la sua presenza e la sua efficacia nel Levante negli ultimi cinque anni, pronto a far parte di una possibile guerra con Israele scoppiata in Siria o in Libano. In precedenti discorsi Sayyed Nasrallah ha affermato infatti che l’ “Asse della Resistenza” è pronta ad appoggiare il Libano in caso di guerra. 

In seguito all’attacco fallimentare di droni israeliani su un deposito di Hezbollah situato nella periferia di Beirut, il gruppo definiva l’aggressione una vera e propria violazione della (non dichiarata) cessazione delle ostilità e della risoluzione 1701 approvata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite al termine della guerra di Israele al Libano del 2006. Dichiarava immediatamente che avrebbe risposto e Israele, per la prima volta nella storia del paese, ordinava al suo esercito di rinchiudersi nei bunker per più di una settimana. Non c’era traccia di militari israeliani in un’area confinante con il Libano  lunga 100km e profonda 3km. Ma non solo, Israele sistemava dei manichini in caso di un eventuale attacco di Hezbollah per mettere fine alla vergogna del suo esercito, un esercito che d’abitudine si vanta del suo potere militare e lo classifica come il più forte di tutto il Medio Oriente. Hezbollah riusciva a terrorizzare Israele con un unico discorso in TV pronunciato dal suo segretario generale Sayyed Hassan Nasrallah, un discorso più efficace di un’arma di distruzione di massa. La strategia della deterrenza di Israele e la sua ideologia di prevenire gli attacchi del nemico venivano messi alla berlina. Mezz’ora dopo l’attacco di Hezbollah le pattuglie israeliane ricomparivano lungo il confine con il Libano, umiliate. I politici israeliani, le autorità militari e il loro capo, il primo ministro, uscivano di scena come se non fosse successo niente e con la coda tra le gambe. 

Fonti dell’ ”intelligence” sostengono che l’Iran sta costruendo un tunnel sotterraneo in Iraq dove immagazzinerà i suoi missili. Non solo, l’Iran è accusato di “spostare segretamente in Iraq i missili” un’affermazione per giustificare gli attacchi israeliani in Mesopotamia, come ha confermato il primo ministro iracheno Adel Abdel Mahdi. Ci sono inoltre “ messaggi tramite razzo” spediti agli Stati Uniti nella zona verde, nella base militare di Ayn al-Assad e nella base aerea di Balad. Questi razzi lanciati per intimidire l’esercito americano in Iraq contengono un  messaggio in arrivo dall’Iran: “ siamo in grado di colpire le vostre truppe e i nostri alleati sono pronti, dovunque voi siate”. 

Fonti interne all’ “Asse della Resistenza” sono convinte che l’Iran si stia preparando a colpire duramente Israele senza però fornire dettagli o indicazioni su dove e quando potrebbe avvenire l’attacco. E’ ancora soltanto una possibilità e tutto dipende da come si svilupperanno gli eventi in Medio Oriente ma sarà sicuramente qualcosa di forte che potrebbe verificarsi  quando si avvicineranno le elezioni negli Stati Uniti. Probabilmente le elezioni impediranno il coinvolgimento degli Stati Uniti in una guerra in Medio Oriente anche se ci fosse in gioco la sicurezza di Israele. 

La fonte interna all’ “Asse della Resistenza” si chiede: può Israele permettersi di vedere i suoi sette aeroporti militari intorno a Tel Aviv colpiti da missili a lungo raggio lanciati dall’Iran o da missili di precisione in arrivo dal Libano, dalla Siria e dall’Iraq? Gli aeroporti civili e le infrastrutture israeliane possono essere raggiunti dall’Iran e dai suoi alleati. E’ pronto Israele a sopportare un livello di distruzione mai visto prima anche se possiede una potenza di fuoco immensa? Non è che per caso Israele pensa ad una guerra con l’ “Asse della Resistenza” come ad una passeggiata? 

Il Pentagono ha messo al corrente che l’Iran “ sta producendo missili balistici e da crociera sempre più accurati, letali e a più lunga portata”. E questi missili sono stati consegnati in Iraq, in Siria e in Libano. La stessa fonte si chiede: “ Israele e le sue basi militari fuori dal paese e le basi statunitensi sparse in Medio Oriente sono in grado di far fronte a questi sofisticati missili?” 

Gli Stati Uniti non sono riusciti a sottomettere l’Iran in questi 40 anni seguiti alla rivoluzione islamica nonostante gli abbiano sempre imposto delle sanzioni. E non andrebbero mai in guerra, in nessun posto al mondo se non fossero sicuri di vincere. Gli Stati Uniti (e tutto il mondo) hanno potuto vedere cosa è successo dopo che hanno provocato l’Iran con la recente guerra delle petroliere: l’Iran ha abbattuto uno dei droni americani più costosi che aveva violato il suo territorio e stava per abbattere un aereo spia con a bordo 38 militari americani. 

In Israele non solo la popolazione è ben lontana dall’essere pronta a uno scenario di guerra (Hezbollah ha missili di precisione in grado di raggiungere qualunque obbiettivo su tutto il suo territorio) ma la situazione politico-economica è penosa. Organizzazioni Non Governative informano che 2,3 milioni di israeliani vengono definiti poveri (circa 530.000 famiglie tra cui 1.007.000 bambini vivono in povertà), il 59% degli anziani che vengono aiutati da organizzazioni umanitarie non possono permettersi case adatte alle loro necessità mediche perché non hanno i soldi. Circa il 64,5% degli anziani che viene aiutato ha bisogno di indumenti e circa il 49% non riesce a scaldare la casa in inverno. Il 69% non può permettersi di comprare i libri di testo e il materiale scolastico. I dati mostrano come il 79% di quelli a cui viene dato aiuto soffrano di malattie croniche, circa il 67% ha rinunciato a curarsi a causa dei costi che non può permettersi e circa il 58% ha dovuto rinunciare a curare i propri figli. 

Una guerra sembrerebbe fuori questione anche se la follia del primo ministro Netanyahu unita alla sua disperazione non vanno assolutamente sottovalutate. 

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