Iraq: le sfide immani che Moqtada al-Sadr ha di fronte (3) 

Di Elijah J. Magnier 

Tradotto da A.C. 

Ci vorrà un po’ di tempo prima che la nuova realtà espressa dalle elezioni parlamentari risulti evidente e porti alla luce del sole quei sorprendenti risultati che impongono di ridisegnare le alleanze che avranno il compito di definire gli obbiettivi del nuovo primo ministro. E comunque vada, indubbiamente il capo del movimento sadrista, Sayed Moqtada al-Sadr, si presenta con un piano d’azione che difficilmente potrà realizzarsi. Tutte le sue sfide comportano complicazioni non indifferenti. I prossimi quattro anni, sempre che riesca a guidare una coalizione con un sufficiente numero di membri del parlamento, potrebbero non bastare a risolverle, sia nel paese che in campo internazionale. Va inoltre ricordato che recentemente sono stati in molti quelli che hanno contestato i risultati delle elezioni senza necessariamente chiederne l’annullamento. Ciò nonostante le sfide regionali e globali non andranno molto lontano, indipendentemente dalla decisione ufficiale di riconoscere i risultati e procedere quindi con la scelta del primo ministro. 

Le sfide esterne che attendono l’Iraq sono complesse e influenzano Baghdad e le città vicine  mentre si attendono gli esiti delle consultazioni. Parliamo del ritiro delle truppe da combattimento statunitensi, delle forze di occupazione turche nel Kurdistan iracheno, della ricerca di solide relazioni con l’Arabia Saudita e l’Iran e dello sforzo per stabilire un necessario equilibrio nelle relazioni con quei paesi in guerra che hanno influenza in Iraq. 

Ma la domanda cruciale che si impone all’attenzione è: i leader mediorientali e occidentali avranno fiducia nei rapporti con il capo del movimento sadrista dominante in Parlamento? E i  leader dell’Occidente si fideranno degli accordi fatti con Moqtada se e quando diventerà l’artefice delle decisioni in Iraq? 

Al-Sadr non potrà formare un nuovo governo senza un’alleanza con gli altri gruppi sciiti (inclusi i suoi nemici politici) o con i sunniti e i curdi. In realtà il suo desiderio e il suo progetto è quello di  unirsi con i gruppi che detengono la maggioranza di membri del parlamento per poter avere 165 seggi, anche se le sue aspirazioni non possono essere messe in pratica tanto facilmente. Infatti se collabora con i gruppi sciiti la sua posizione nei confronti dei sunniti e dei curdi sarà molto più forte, ma per poterlo fare dovrà andare incontro alle loro richieste. Se invece escluderà i gruppi sciiti il leader sadrista non potrà contare sulla copertura dell’area politica sciita, una condizione necessaria se fa un governo solo con i sunniti e i curdi. Queste sono le possibilità che gli assicurerebbero quella maggioranza che occorre per formare un governo ( con in più una dozzina di membri di altri gruppi minori). In entrambi i casi dovrà scendere a patti, contrariamente a quanto aveva annunciato in precedenza. Dovrà  ammorbidire la sua posizione su questioni importanti, fare dei compromessi e avere un approccio più flessibile come i suoi nuovi partners, i sunniti e i curdi o (negoziando con i gruppi sciiti) cercare di ridimensionare le loro pretese. 

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