Iraq: nessuna alleanza, per ora, tra i partiti politici 1/2 

Di Elijah J. Magnier 

Tradotto da A.C. 

L’Iraq si prepara all’annuncio ormai imminente dei risultati definitivi delle elezioni; verrà fatto dall’Alta Commissione Elettorale alla fine del conteggio a mano dei voti in molte sezioni, un’operazione resasi necessaria a causa delle contestazioni e dei ricorsi presentati da alcuni partiti e candidati indipendenti in vari collegi elettorali. Non si prevede comunque che ci siano dei cambiamenti sostanziali rispetto ai primi risultati. Ciò significa che il movimento Sadrista, l’ex primo ministro Nouri Al-Maliki, il presidente del parlamento Muhammad Al-Halbousi, il leader curdo Masoud al-Barzani e i candidati indipendenti continueranno ad avere la maggioranza dei seggi nel parlamento iracheno. A questo punto come agiranno le fazioni e i partiti sciiti che hanno perso molti dei seggi che avevano in passato? Sayed Moqtada riuscirà a formare quel governo nazionale che aveva dichiarato come suo obbiettivo? 

I vari partiti curdi non si sono ancora accordati né su un programma comune né su come verranno distribuiti i posti nel nuovo gabinetto per poter poi negoziare con il blocco sciita che sceglierà il primo ministro e i presidenti (della repubblica e del parlamento). Neppure i vari partiti sunniti hanno trovato un accordo ma neanche gli sciiti ancora in agitazione, dietro le quinte, per i risultati. I gruppi sciiti chiedono o di tornare a votare, cosa non possibile, o l’inclusione nel nuovo gabinetto, accetterebbero cosi i risultati delle elezioni e in conseguenza svanirebbero le  divisioni. 

I gruppi sciiti come “Asa’ib Ahl al-Haq” e “Hezbollah-Iraq” continuano a manifestare fuori dalla “Green Zone”, la zona più sicura dove hanno sede le istituzioni governative, le ambasciate straniere e i leader politici. Chiedono il riconteggio dei voti oppure che vengano indette nuove elezioni parlamentari il cui costo è già di 800 milioni di dollari. Ma questa richiesta è del tutto irrazionale perché i vincitori non sono disposti ad andare di nuovo ad elezioni, ritengono quelle recenti legali e regolari. L’insuccesso di molti gruppi è dovuto a vari fattori: 

Il primo è la dispersione dei voti ( dovuta alla presentazione di tre candidati invece che un solo per lo stesso seggio parlamentare) che ha danneggiato l’alleanza “Al-Fateh” e altre fazioni che non hanno ben compreso la nuova legge elettorale. 

Il secondo è la volontà del popolo iracheno di impedire, per quanto possibile, il ritorno al potere di quei soliti, “scellerati” politici che avevano governato il paese negli ultimi dieci anni. Gli iracheni vorrebbero un cambio di leadership anche se il movimento sadrista, il più votato, era presente in tutti i governi precedenti. Ma non va dimenticata la scarsa affluenza alle urne, che, secondo l’annuncio ufficiale, è stata pari al 41%. Supponiamo che la percentuale sia esatta e non più bassa di quella annunciata. Ci segnala che gli iracheni non sono corsi a votare il nuovo parlamento perché sospettavano che ancora una volta le solite vecchie formazioni politiche sarebbero tornate alla ribalta. Le fazioni e le alleanze sciite hanno partecipato ad un incontro del quadro di coordinamento, il “Coordination Framework” (al-Lijna al-Tansiqiya). Hanno concordato di affidare a due importanti personalità (il presidente 

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