Il ritorno di Idlib al governo siriano: ancora troppo presto perché avvenga? (2/2)

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

Durante tutta la guerra in Siria, la Turchia ha avuto un ruolo attivo nella destabilizzazione del paese. Erdogan ha reso possibile l’ afflusso di migliaia di stranieri che in seguito avrebbero poi formato le unità combattenti straniere dell’ISIS. Il presidente turco ha agevolato il sostegno logistico, il trasporto di petrolio rubato e i rifornimenti al gruppo terroristico. Inoltre la Turchia ha aiutato al-Qaeda a strappare Idlib al governo siriano e, coordinandosi con i militanti di questa organizzazione, cercava di riprendersi Kesab, nel distretto di Latakia, (per potersi aprire così una finestra sul Mediterraneo su questa costa) prima che i jihadisti venissero scacciati da questa provincia ma non da Idlib e dalla sua zona rurale. Il presidente Erdogan ha il sostegno di molti gruppi siriani che si trovano ad Afrin e attorno alla provincia di al-Hasaka. Ha quindi bisogno di accontentarli trovando il modo di inserire i loro leaders e rappresentanti nella commissione che riscriverà la costituzione siriana. 

Questi ribelli siriani, comunque, nonostante siano tantissimi, hanno mostrato la loro incapacità di opporsi ad al-Qaeda. Sono stati sopraffatti da questo gruppo jihadista, motivato al punto da riuscire ad avere il controllo di una gran fetta della provincia di Idlib nonché della città. Nonostante ciò il presidente Erdogan ha bisogno di questi cosiddetti ribelli per combattere i curdi di al-Hasaka casomai se ne presentasse l’occasione dopo un accordo ( che per il momento sembra ben lungi da poter essere raggiunto) con le forze americane di stanza nella zona. I combattenti siriani alleati della Turchia sono uno scudo utile a proteggere le truppe turche e a ridurne le vittime in caso di eventuali battaglie.

I turchi, con i loro interlocutori in Siria, cioè la Russia e l’Iran (che sono  alleati del governo siriano), sostengono che le modifiche da apportare alla costituzione potrebbero rabbonire l’opposizione siriana. La Turchia ha fatto i nomi di 150 personaggi, inclusi dei membri dei “Fratelli Musulmani”, che dovrebbero prendere parte ad una trattativa con l’amministrazione siriana e le cui proposte dovrebbero essere tenute in conto nel processo di riforma costituzionale. Damasco rifiuta queste proposte e ha anche detto no a parecchi nomi che la Turchia ha suggerito. 

Malgrado il presidente Erdogan abbia sempre dimostrato di non impegnarsi in modo serio, per gli alleati del presidente Assad la Turchia ha un’importanza strategica notevole. Non hanno intenzione di tenerla  fuori dai giochi e liquidarla in quattro e quattr’otto. 

La Turchia ha un ruolo importante in Medio Oriente. La sua avversione per i curdi ha indirettamente aiutato Damasco e contribuito a sventare il piano di Washington di dividere la Siria creando uno stato curdo, il “Rojava”. 

Agli occhi dell’amministrazione americana questa mossa è apparsa accettabile perchè la presenza delle truppe turche nel nord-ovest della Siria bilancia quella delle truppe statunitensi che continuano ad occupare il nord-est. La Turchia, inoltre, insiste sul disarmo dei curdi quando terminerà l’occupazione americana. Se gli Stati Uniti non si impegneranno a disarmarli, ci penserà lei a farlo. E anche questo va a favore del presidente Assad dato che i leaders curdi sono coscienti della minaccia turca quando trattano con le autorità di Damasco. 

Anche se l’involontario contributo della Turchia ha dato sotto certi aspetti dei risultati positivi, il presidente Assad non accetta la presenza turca sul territorio siriano e insiste sul recupero di Idlib proprio per evitare che questa presenza diventi permanente. Ma sia Damasco che Mosca ritengono che riconquistare Idlib con il consenso di Ankara potrebbe diminuire le vittime e ridurre i danni alle infrastrutture locali. 

Mosca appare meno disposta di Assad a fare pressione su Erdogan e a forzarlo su Idlib. La Russia sa bene che una pressione militare sui jihadisti di Idlib porterebbe all’esodo di centinaia di migliaia di civili verso la Turchia e non verso le zone controllate dal governo siriano. 

Oggi le relazioni tra Turchia e Russia sono più forti che mai, vista soprattutto l’aggressiva diplomazia degli Stati Uniti che trascina con sé  i suoi alleati, Turchia compresa. Mosca è riuscita a mandar giù l’abbattimento del suo aereo da parte di Ankara nel 2015 e ha aumentato con lei la collaborazione militare e commerciale. Putin ha ottenuto un vero e proprio successo riuscendo a rompere l’unità della NATO ( di cui la Turchia è parte essenziale) che oggi è in prima linea per fronteggiare la “minaccia russa”. Inoltre i 910km del gasdotto “Turkstream” che uniscono la Russia con la Turchia forniranno il gas all’alleato della Russia e permetteranno a Erdogan di diventare un fornitore fondamentale per l’Europa. 

Mosca, (per proteggere i suoi scambi commerciali del valore di 100 miliardi di dollari con la Turchia e i 5-6 milioni di turisti che vanno a visitarla) è sicura di essere in una posizione privilegiata per chiedere a Damasco di frenare le sue pretese sul territorio che oggi fa parte della zona controllata dai turchi. L’aviazione russa aveva e ha ancora un ruolo essenziale per tenere in vita il governo siriano e la sua stabilità. La Russia ha sostenuto la Siria alle Nazioni Unite, ha evitato che Obama la bombardasse e ha pure attenuato l’istinto omicida dell’amministrazione Trump evitandole un bombardamento a tappeto. 

Erdogan è ormai un partner indiscutibile non solo per la Russia ma anche per l’Iran, oggi più che mai, data la “guerra di strangolamento” portata avanti da Trump contro Teheran. Centinaia di nuovi uffici di collegamento iraniani sono stati aperti nella capitale turca per gestire gli effetti delle pesanti sanzioni americane e contrastarne le procedure. Le esportazioni iraniane in Turchia hanno raggiunto i 563 milioni di dollari ed entrambi i paesi si prefiggono di aumentarle di molto negli anni a venire. 

L’Iran ha avuto un ruolo importante nel far fallire il colpo di stato contro il presidente Erdogan nel 2016 e questo ha fatto sì che i governanti iraniani abbiano un trattamento di favore tra la gerarchia turca. Questa situazione permette all’Iran di usare i suoi buoni rapporti con la Turchia a vantaggio della Siria. 

Tutti questi elementi e le relazioni tra i principali attori sulla scena del Levante significano che un attacco contro Idlib non avverrà domani. O il presidente Erdogan troverà il modo di neutralizzare al-Qaeda e i jihadisti ( cosa poco probabile a breve termine) oppure, probabilmente, darà il via libera alla Russia e al governo siriano per attaccare Idlib quando verrà allestito un luogo sicuro in cui proteggere gli abitanti. Erdogan deve anche gestire decine di migliaia di ribelli armati e i loro leaders. O riusciranno ad essere inseriti nell’esercito e nelle istituzioni siriane, quando Damasco accetterà una soluzione, oppure Idlib dovrà aspettare ancora moltissimo tempo prima di essere liberata. La sua liberazione potrebbe richiedere forse lo stesso tempo che servirebbe a rendere effettivo un (ipotetico) ritiro completo delle forze degli Stati Uniti. 

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