La Russia viola la “Caesar Act” e la Siria rifiuta il modello libanese e iracheno

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da A.C. 

La Russia ambisce a consolidare il suo ruolo di superpotenza pronta a sfidare gli Stati Uniti d’America e quello che questa sfida comporta. Mosca non è più disposta a tornare nel letargo in cui era sprofondata dopo la Perestrojka, un letargo che è durato per ben due lunghi decenni (dal 1991 al 2011). La sua decisione di risvegliarsi e tornare nel mondo avveniva durante la guerra in Siria. Nel 2015 mandava le sue truppe nel Levante per proteggere i suoi interessi, i suoi alleati e per combattere il terrorismo. Oggi manda i suoi “ pezzi da novanta della diplomazia” a Damasco ovvero l’inviato del presidente Putin, il vice primo ministro Yuri Borisov e il ministro degli esteri Sergej Lavrov a capo di una delegazione composta da rappresentanti del panorama economico e militare che preparerà quaranta accordi in diversi ambiti pronti per la firma violando così le sanzioni imposte alla Siria dagli Stati Uniti e dall’Europa. Questa mossa ha un significato particolare dato che avviene dopo la decisione dell’amministrazione americana di imporre le sanzioni più dure a Damasco, sanzioni contenute nella “Caesar Act” (Legge di Cesare) e manda un messaggio molto chiaro agli Stati Uniti, riafferma infatti che l’area di influenza della Russia e i suoi alleati non verranno abbandonati a se stessi. In parole povere significa uno scontro diretto con Washington. 

Le forze della Russia e degli Stati Uniti sono entrambe presenti nel Levante in una piccola zona ma hanno scopi, interessi e ragioni per esserci molto diverse. La Russia vuole che la Siria resti unita perché è la sua regione di influenza per cui ha bisogno che vi sia una stabilità nel lungo periodo che serva da esempio ad altre nazioni. Ma non è un obbiettivo facile da raggiungere se c’è la presenza degli Stati Uniti che intralciano il regolare flusso dei viveri, del petrolio e del gas in un’area considerata come il serbatoio delle risorse dell’intero paese. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cercato di ritirarsi dalla Siria più di una volta ma gli interessi di Israele che ha insistito perché rimanesse hanno impedito il ritiro delle truppe americane viste come gli angeli custodi della sicurezza nazionale di Israele. Il desiderio irrealizzabile di Tel Aviv sarebbe quello di affrontare l’Iran, Hezbollah e il presidente Bashar al-Assad e vedere andar via dalla Siria tutti i nemici o almeno che venissero arginati. 

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La Russia ha bisogno di assicurare stabilità alla Siria perché intende rimanervi nei prossimi decenni, investire in progetti e infrastrutture, imporre stabilità e sicurezza e contrastare duramente l’applicazione e gli effetti delle sanzioni americane anche se aumenteranno. 

La Russia, in Siria, ha raggiunto un’integrazione militare e un’armoniosa collaborazione con l’esercito siriano e i suoi alleati. Oggi Mosca cerca di varare un’integrazione economica anche se restano delle differenze tra lei e i suoi alleati, inclusa la Siria. Ma questi sono organizzati e hanno accettato le differenze per cui tutti quelli che operano nel Levante possono coesistere. 

Si sa che la Russia non è ostile a Israele. Tuttavia la violazione della “Caesar Act” viene percepita come un brutto colpo da Tel Aviv che ha sempre sognato la caduta del governo di Damasco e la divisione della Siria. Israele, malgrado la Siria abbia vinto la guerra,  ha sempre sperato di vederla in ginocchio grazie alle sanzioni economiche degli Stati Uniti, l’ultimo tentativo di colpirla a morte. E la delegazione russa, una delegazione di altissimo livello, ha mandato un potente messaggio economico alla Siria che rovinerà definitivamente i sogni di Israele nel Levante. In conclusione, le relazioni tra Israele e Russia sono solo un dettaglio: la cosa più importante è la base economica e militare che la Russia ha messo in piedi in Siria e nel Mediterraneo. 

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