Gli USA restano in Siria per l’ISIS o contro l’Iran? Hanno imparato dalla storia?

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Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Traduzione di Alice Censi

Nel 2014 gli Stati Uniti hanno guidato una coalizione di 59 paesi per contenere l’espansione dello “Stato Islamico” (ISIS) ma non per eliminarlo. Per quasi un anno e in contrasto con la Russia, questa coalizione ha condotto degli attacchi aerei limitati contro il gruppo terroristico senza però bloccarne la principale fonte della sua esistenza: le risorse finanziarie.

La politica di Obama era chiara: non abbiamo fretta di sconfiggere l’ISIS perché il gruppo serve agli interessi della nazione ed è diventato un fardello per l’Iran. Oggi il Presidente Donald Trump segue le orme di Obama, annunciando che le sue truppe resteranno in Siria a causa dell’Iran, dimenticando, a quanto pare, che la Siria non è un ambiente sicuro e un terreno amico, ma è il cortile dell’Iran. Il tentativo di Trump, dopo solo 12 giorni in carica, di modificare o sospendere il trattato nucleare con la Repubblica Islamica dell’Iran è una pedina in un gioco di scacchi il cui scopo è confondere e nascondere il problema avvertito dalla comunità internazionale e dalla popolazione americana: l’intenzione degli USA di occupare nuovi territori in Medio Oriente (circa 15 anni dopo la disastrosa occupazione dell’Iraq) non è a quanto pare rivolta al pubblico.

Ma come hanno potuto gli Stati Uniti pensare a questo come un obiettivo realistico?

Quando Obama dichiarò guerra all’ISIS le sue forze militari considerarono che interrompere la principale fonte di finanziamento del gruppo terroristico, non fosse una priorità. L’ISIS usufruiva di oltre 1.5 milioni di dollari al giorno, un guadagno indisturbato di oro nero derivante dall’estrazione illegale in molti pozzi in Siria ed Iraq. La dirigenza di Obama volle far credere al mondo che la preoccupazione era solo evitare un disastro ambientale, una improbabile ragione per impedire che la coalizione delle 59 nazioni bloccasse la più importante risorsa finanziaria del gruppo terroristico. La precedenza venne data a questa preoccupazione, le venne data più importanza che la distruzione, il danno e la sofferenza che l’ISIS stava causando in Medio Oriente, Asia, Africa e la vicina Europa. Israele fu molto più schietto degli USA, affermando la vera ragione per cui gli USA evitavano di indebolire il gruppo terroristico: “Preferiamo l’ISIS all’Iran” così disse il ministro della difesa Moshe Yaalon.

L’Iran, completamente coinvolto in Siria, ha fornito petrolio (nei primi anni di guerra la maggior parte dell’energia era nelle mani dell’ISIS, di Al Qaeda e i loro alleati), denaro (pagando i salari degli impiegati del governo e dell’esercito) assistenza medica (creando un’industria farmaceutica per sopperire a quella distrutta dalla guerra) e armi ( armi di fattura iraniana e comprate dalla Russia per conto di Damasco).

L’Iran ha fornito anche 12.000 uomini delle sue forze speciali all’interno delle Guardie Rivoluzionarie (IRCG), alleati iracheni (Assaeb Ahl al Haq, Harakat al-Nujaba e altri) oltre a pachistani e afgani residenti in Iran e parte dei corpi alleati alle IRCG. Inoltre gli Hezbollah libanesi immisero migliaia di combattenti in battaglia a sostegno delle forze di Damasco: il loro numero dipendeva dai bisogni e dagli sviluppi di questa guerra combattuta in più fronti.

L’Iran ha offerto le sue truppe di terra, al fianco dell’esercito siriano, all’aviazione russa, sperando, attraverso questa combinazione e al coordinamento militare, di cambiare il corso della guerra nel Levante, a favore del governo di Damasco.

L’intervento irano-russo è riuscito a fermare il “cambio di regime” che alcuni paesi della regione, insieme all’Europa e agli USA hanno a lungo sostenuto ,anche a costo di far cadere il multi-etnico, laico sistema siriano per rimpiazzarlo con islamisti radicali e combattenti radicalizzati che predominavano ovviamente  su tutti gli altri gruppi: questo è ciò a cui il mondo ha assistito e ha riconosciuto che stava succedendo nei sei anni della guerra in Siria. Ciò nonostante il segretario di stato J. Kerry ha descritto questi estremisti  (ISIS e al-Qaeda ) come i “migliori combattenti”.

Kerry è andato anche oltre, rivelando che prima del 2015 molti paesi del Medio Oriente (ha nominato Arabia Saudita, Egitto e Israele) gli avevano chiesto di bombardare l’Iran, un nemico giurato dell’Arabia Saudita e degli USA. L’Iran diventava IL nemico in Siria, mentre gli israeliani imparavano a vivere con l’ISIS, il loro nuovo vicino in Siria, considerato un vicino molto più facile di Hezbollah e dell’Iran anche perché l’Arabia Saudita era e ancora è disponibile a investire e sostenere ogni paese o gruppo pronto ad opporsi all’espansione sciita promossa dall’Iran e la sua repubblica islamica da quando ha visto la luce nel 1979. D. Trump ha colto l’opportunità di allinearsi ai promotori del wahabismo in cambio di milioni di dollari, calpestando valori preziosi: il presidente degli USA sperava di rilanciare l’economia del suo paese  e allo stesso tempo mettere in ginocchio l’Iran, un sogno a lungo accarezzato dagli USA .

STORIA DEI RAPPORTI TRA USA E IRAN

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Il tentativo degli USA di imporre il proprio controllo e dominio sull’Iran, risale al 1953. Il National Security Council americano, ha rilasciato un documento che conferma l’uso di ingenti risorse da parte della CIA e del suo ruolo nel “riuscito colpo di stato” del 1953, codice dell’operazione TPAJAX. Gli USA spodestarono il primo ministro Mohammad Mosaddeq, democraticamente eletto, cambiando il corso della storia dell’Iran. Il presidente Dwight Eisenhower fu colui che autorizzò il “colpo” installando “un burattino americano che doveva il trono all’abilità di compiacere i suoi sponsor stranieri” come dice John Limbert (“Negotiating with Iran”,2009): il giovane Shah Reza Pahlavi. Gli USA divennero i nuovi colonizzatori (al posto del Regno Unito) e umiliarono gli Iraniani governando il paese tramite lo Shah. Mosaddeq uscì di scena ma il problema restava. Il Regno Unito, che considerava gli Iraniani “esseri inferiori incompetenti e inefficienti” sostenne il “colpo” temendo il nazionalismo di Mosaddeq, l’abolizione della monarchia e la decisione di chiudere con la manipolazione da parte britannica della politica e della ricchezza iraniana e  temendo la nazionalizzazione del petrolio iraniano.

Eisenhower introdusse un progetto chiamato “Atoms for Peace” per aiutare l’Iran ad installare un programma nucleare e gli vendette un reattore nucleare di 5 megawatt nel 1967, seguendo il consiglio del suo entourage: tra questi c’erano D: Rumsfeld, P. Wolfowitz e Dick Cheney , decisivi   nel convincere lo Shah ad adottare il nucleare e comprare 8 reattori. Il primo ministro Medhi Bazargan (capo del primo governo rivoluzionario) fermò subito il trattato con gli USA annullandolo. È chiaro quindi che furono proprio gli americani a mettere l’Iran sul percorso nucleare. Molti dei problemi causati dagli USA nel mondo sono dovuti ai suoi noti capovolgimenti.

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Gli Stati Uniti nominarono lo Shah “dittatore reale”, con la complicità dei governi occidentali (in particolare gli USA e Israele ebbero un ruolo speciale dice il prof. Richard Cottam) che fu responsabile di “terribili  violazioni dei più elementari diritti umani”(il Black Friday del 1978 e il ruolo del SAVAK ne sono alcuni esempi). In verità “la morale e i valori” occidentali non sono mai stati per gli USA una valida ragione per contrastare uno stato: hanno sempre giustificato un cambio di governo quando serviva a loro. Gli USA, se ci riferiamo alla sola questione iraniana, hanno replicato la loro mancanza di moralità dal 1953 ad oggi.

Nel 1979 la rivoluzione depose l’autoritario Shah, cancellando tutti i trattati con gli USA, dichiarando apertamente ostilità nei confronti dell’America e tenendo prigionieri i diplomatici americani. Il presidente Carter ordinò di bloccare i conti iraniani nelle banche americane annunciando sanzioni nei confronti della repubblica islamica.

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Dal 1979 ogni singolo presidente ha mantenuto e aumentato le sanzioni ( 1979, 1980, 1987, 1995, 2006, 2010, 2011, 2017, 2018) fondamentalmente perché i leaders iraniani hanno continuato a rifiutare l’influenza e il controllo americano nelle politiche del loro paese. Agli USA e ai suoi alleati, certamente non importava molto delle libertà della popolazione e dei “valori occidentali”  quando sostennero Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran, essi offrirono armi chimiche al dittatore per usarle contro l’Iran ma anche contro il suo stesso popolo nel nord dell’Iraq. Il mondo guardava in silenzio.

Lo scopo era e a quanto pare sarà sempre quello di indebolire l’economia iraniana e sottomettere il paese al volere americano; sembra che sperino nella rivolta della popolazione contro la repubblica islamica e che quindi la sua ricchezza torni di nuovo nelle mani dell’occidente.

Negli anni, dopo la fine della guerra Iran-Iraq, l’Iran ha ripetutamente sfidato gli USA e i suoi alleati registrando una vittoria dopo l’altra: in Afghanistan, Iraq, Libano, Siria e Yemen, l’Iran non sta perdendo, sta creando nuovi alleati pronti ad opporsi all’influenza americana in Medio Oriente. Lo scopo iraniano non è creare dei “proxies” come piace agli studiosi etichettarli, ma partners che credono nel sostegno agli oppressi (Mustath’afeen) contro gli oppressori: in poche parole per limitare il dominio americano nel Medio Oriente.

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Gli Stati Uniti credono che l’Iran li stia umiliando trattenendo i suoi marinai (anche se i 10 marinai sono stati rilasciati ore dopo fotografati in modo imbarazzante a dimostrazione della debolezza e sottomissione americana), stia sfidando il loro potere quando ha imprigionato un cittadino rilasciandolo solo dopo uno scambio, rifiutandosi di sottomettersi al primato e al dominio americano. Da parte sua la repubblica islamica crede che gli USA vogliano umiliare e dominare la popolazione del paese, prenderne le risorse e cambiarne il governo sostituendolo con un burattino americano. Teheran pensa che l’obbiettivo di ogni dirigenza americana sia dominare il Medio Oriente, appropriarsi delle sue ricchezze , sostenere guerre settarie, poter vendere armi e tenere gli stati arabi in una condizione di sottomessa debolezza, esattamente l’opposto di unire e formare un vero potente continente seduto su enormi risorse energetiche.

DONALD TRUMP e l’IRAN

È diffusa la convinzione che Trump non voglia in realtà   cancellare o alterare il trattato nucleare come dichiara. Trump pospone continuamente la sua decisione mese dopo mese (il suo ultimatum all’Iran è posticipato di altri 4 mesi) per ragioni abbastanza plausibili:

  • Distogliere l’attenzione mondiale dalle sue truppe d’occupazione in Siria.
  • Nascondere il fatto che le sue forze proteggono un esteso territorio ancora in mano all’ISIS senza la volontà di sconfiggerlo a breve sperando probabilmente che sia utile alla politica estera americana in futuro.
  • Continuare a ricattare l’Arabia Saudita mostrandosi aggressivo verso l’Iran ma in realtà agitando una tempesta in una tazza di tè di tanto in tanto.
  • Fare gli interessi di Israele, suo alleato principale, godendo così del sostegno della lobby israeliana negli USA per la sua rielezione.
  • Evitare che l’Europa si allontani dall’America terminandone la “partnership”.

 

Il Grande Ayatollah Khamenei considera le continue minacce all’Iran (di Trump) un incentivo a rendere sempre più forte la repubblica islamica. Sayyed Ali Khamenei aveva suggerito ai leaders iraniani di considerare la Cina come esempio di autosufficienza e di allontanarsi dagli USA. Tuttavia il governo pragmatico del presidente Rouhani insisteva nell’aprirsi all’occidente e aderire ai suoi obblighi nucleari.

Rouhani, in seguito al trattato nucleare con i 5 membri permanenti delle Nazioni Unite + la Germania invitava gli iraniani ad aprirsi all’occidente e aumentare gli scambi nel mondo.

Il Presidente apparentemente ignorava che gli USA, sostenendo la rottura del trattato non sono interessati ad una “partnership” e infatti tenendo a freno i pragmatisti cercano di rovesciarne il governo a beneficio di quelli della “linea dura”

Il braccio di ferro tra la dirigenza americana e il governo iraniano sul trattato nucleare non diminuirà l’influenza iraniana e quella dei suoi partners in medio oriente, in particolare in Libano, Siria, Iraq Afghanistan e Yemen certamente non permetterà agli USA di influenzare l’Iran, qualunque sia il “colore” del governo di Teheran.

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L’Iran non rinegozierà il trattato nucleare mentre si appoggia all’Europa per essere insieme inflessibili sulla firma e sugli impegni. L’Europa ha bisogno dell’Iran perché la repubblica islamica fa parte della sicurezza nazionale del continente ed è sentinella contro il terrorismo. L’Europa è stanca di guerre e oggi apprezza che dopo 6 anni di guerra la repubblica islamica sia stata coerente nel proteggere il governo iracheno ed è corsa in aiuto di Baghdad mentre gli USA guardavano l’ISIS espandersi, ha inoltre prevenuto il cambio di governo in Siria che avrebbe favorito gli islamisti radicali. Questi iraniani e i loro alleati sono coloro che l’Europa cerca per collaborare, pronta ad allontanarsi dagli USA, un continente lontano, meno vulnerabile di quello europeo al terrorismo e ai terroristi.

L’Iran non può competere con i mezzi di comunicazione americani che dominano l’opinione nel mondo, i “media” occidentali dipingono l’Iran come   un paese interventista e lo attaccano, come altri paesi mediorientali di “violazioni dei diritti umani”. E’ giusto dire che i valori e l’approccio ai diritti umani in Medio Oriente, sono lontani dagli ideali, comunque nessun singolo paese al mondo o anche più paesi messi raggruppati possono competere con la responsabilità che hanno gli USA nel creare caos con la loro politica estera : cambi di regime, violazioni dei diritti umani, uccisione di innocenti, temi molto minimizzati dai “media”. I valori della dirigenza americana oggi sono al livello minimo e ciò che conta è il denaro che può arrivare dai paesi ricchi, senza riguardo alla loro storia di violazioni dei diritti umani, esportazione di terrorismo e odio.

Il regime iraniano viene indicato come esportatore di rivoluzione e accusato di finanziare i “proxies” in medio oriente, ma l’Iran non ha mai negato il suo fine religioso di stare con gli oppressi e pertanto armare e istruire gruppi per espellere gli americani dal medio oriente; la domanda è: può l’Iran competere con la quantità di armi e i miliardi di dollari derivati dalla vendita di armi americane   in medio oriente? O con l’occupazione illegale americana di territori sovrani, Afghanistan, Iraq, Siria per nominarne alcuni, più l’addestramento di militanti, inclusi i jihadisti siriani Takfiri responsabili di attacchi in medio oriente, Africa, Asia, Europa e negli stessi USA?

L’Iran è ben installato in Siria: è troppo tardi per cambiare i risultati della guerra o frenare i molti gruppi resistenti che, in conseguenza del fallito cambio di regime, operano nel Levante, indifferenti a ciò che faranno o diranno gli USA e per quanto tempo o dove saranno di stanza. Contrariamente a ciò che ha detto Tillerson, ci si aspetta che l’occupazione americana sia un ulteriore fallimento, per l’incapacità americana di imparare dalla storia, in ogni caso, la strada tra Teheran, Baghdad, Damasco e Beirut è stabilita in sicurezza e non attraversa le province occupate dagli americani nel nord-est della Siria.

Certamente le forze americane di stanza ad al-Tanaf e al-Hasaka possono cercare di ricattare il governo siriano nei prossimi trattati di pace, forse possono contare i camion che viaggiano sulla linea Teheran-Beirut, tenere sott’occhio il traffico di terra, ma per che scopo? Può Trump rispondere a questa domanda: come diavolo possono gli americani e i loro alleati trarre beneficio dall’occupazione di un altro territorio in Medio Oriente? Può solo creare ulteriore scompiglio e danneggiare una volta di più la loro posizione di prestigio come superpotenza, sconfitta continuamente dall’Iran e i suoi partners attori non statali.

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