Un Iraq debole e diviso che sta andando verso un futuro squilibrato

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Di Elijah J. Magnier – @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

Gli Stati Uniti, l’Iran e l’Arabia Saudita, hanno mandato i loro rispettivi rappresentanti in Iraq a sostenere la rielezione di Haidar al-Abadi. Questa azione, ben lontana dal portare stabilità all’Iraq, raggiungerà invece lo scopo di continuare a mantenere il paese debole e diviso politicamente tra i maggiori gruppi dominanti.

La decisione del parlamento, inoltre, di annullare i voti degli iracheni all’estero, di invalidare oltre 954 scrutini in 10 province e di ricontare i voti del 12 maggio manualmente, porterà a delle ritorsioni soprattutto da parte del movimento guidato da Moqtada al-Sadr.  Moqtada al-Sadr, che a quanto pare detiene il maggior numero di parlamentari (54 seggi sebbene non sia ancora ufficiale), considererà questa decisione una mossa diretta soprattutto contro di lui poiché questo gruppo  è accusato, tra le altre cose, di essere responsabile dei brogli più consistenti a Baghdad e nel sud dell’Iraq.

Il rappresentante americano in Iraq, l’ambasciatore Brett Mc Gurk, il generale iraniano Qassem Soleimani e l’inviato non ufficiale dell’Arabia Saudita, di nome Yahya, stanno incontrando tutti i partiti e i gruppi per promuovere Haidar Abadi come futuro Primo Ministro. Sebbene ognuno di loro abbia un piano sostanzialmente diverso, raggiungeranno lo stesso scopo : l’Iraq resterà debole e politicamente diviso, con un governo senza armonia al suo interno e un Primo Ministro incapace di prendere decisioni coraggiose per far uscire il paese dall’attuale, penosa situazione.

L’Iraq ha combattuto e sconfitto uno dei più impegnativi e pericolosi gruppi terroristici di tutti i tempi, lo Stato Islamico, conosciuto come ISIS e continua a contrastarlo. La maggior presenza dell’ISIS era quasi interamente nelle province del nord dominate dai sunniti: queste province hanno subìto una enorme devastazione che ha obbligato decine di migliaia di iracheni ad andare in altre zone del paese. Inoltre la guerra all’ISIS ha danneggiato seriamente le infrastrutture già dissestate in seguito all’occupazione americana dell’Iraq del 2003 e non ancora risanate a causa della corruzione dilagante nella dirigenza politica del paese. La guerra tra l’altro ha svuotato le casse della banca centrale e aumentato il deficit dovuto ai prestiti esteri.

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Il primo ministro Haidar Abadi, non sembra in grado, a causa della sua indole e della sua personalità, di governare il paese con il pugno di ferro necessario : si inchina al volere di molti gruppi politici, soprattutto sciiti, che hanno un importante peso politico, anche superiore a quello del partito Da’wa di cui lui fa parte .

Anche il Marjaiya di Najaf crede che Abadi “ dovrebbe fare il primo ministro in un paese europeo ma non in Iraq, uno stato che necessita di determinazione e di volontà per combattere la corruzione e le interferenze straniere”. Najaf ha giocato un ruolo importante sussurrando alla popolazione che non c’era lo stimolo a votare poichè “ queste persone sono le stesse che continuano ininterrottamente a tornare al potere”. Infatti, anche nello stesso entourage del Grande Ayatollah Sistani, molti hanno detto :” votare in queste elezioni con questi candidati è discutibile, anche da un punto di vista religioso”.

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Nonostante la decisione del parlamento di revocare il conteggio elettronico dovuto ai brogli in molte province e all’estero, Moqtada al-Sadr ha firmato un accordo di collaborazione con Sayyed Ammar al-Hakim e Ayad Allawi. Tutti insieme, questi tre gruppi, non raggiungono neppure la metà dei seggi richiesti (165) anche se si considerano validi tutti i seggi che questi gruppi sono riusciti a ottenere. Pertanto sarà molto difficile riuscire a formare una grande coalizione con il numero richiesto nei limiti di tempo stabiliti.

Infatti gli iracheni non sono d’accordo sui risultati delle elezioni e, con il conteggio manuale dei voti, l’Iraq va verso l’ignoto. Dalla fine di questo mese di giugno il Parlamento sarà sciolto. La costituzione non permette al Parlamento di auto-rinnovarsi il mandato. A meno che non emetta un decreto chiedendo al Premier di tenere nuove elezioni entro sei mesi ( è una mia personale ipotesi), il governo attuale resterà in carica per molto tempo con poteri limitati, non obbligato a rendere conto e privo di un organo legislativo che controlli le sue azioni. In questo caso, quindi, Abadi resterà primo ministro ( indebolito) a capo di un governo handicappato.

Moqtada al-Sadr potrebbe rifiutare nuove elezioni in quanto si considera seduto al vertice del gruppo più grande e con il maggior numero di seggi nel parlamento. Sembra inoltre quasi impossibile che una coalizione possa formarsi e riuscire ad ottenere  un numero superiore ai 165 seggi necessari a nominare un primo ministro nei tempi definiti. I gruppi più grandi sono quelli sciiti e sono divisi tra di loro.

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Sembrerebbe che i politici iracheni e gli USA , l’Iran e l’Arabia Saudita siano d’accordo a mantenere debole l’Iraq, ognuno con ragioni diverse :

  • Alcuni leaders iracheni vogliono il potere per loro stessi. Haidar Abadi non si unirà a Moqtada al-Sadr perché teme il leader sadrista. Moqtada ha imprigionato a al-Hannana (la casa di Moqtada a Najaf) il vice primo ministro, un sadrista, e non c’è nessuna garanzia che non potrebbe fare la stessa cosa con Abadi se si trovassero insieme nella stessa coalizione. Moqtada aveva anche chiesto al suo gruppo di attaccare la “green zone”, altamente sorvegliata, solo per “tirare le orecchie ad Abadi” e “dargli una lezione”. Invece, Nouri al-Maliki si è rifiutato di rinunciare al suo ruolo di primo ministro in favore di Abadi che “ gli aveva sottratto il ruolo con l’appoggio del Grande Ayatollah Sistani e altri cospiratori sciiti “ come ha detto lui stesso. Hadi al-Ameri è invece abbastanza convinto oggi a rinunciare al ruolo di primo ministro , affinchè Nouri al-Maliki sia accontentato, questa posizione però non promuove un Abadi primo ministro.
  • Gli Stati Uniti non vogliono un Iraq forte che appoggi l’ “ Asse della resistenza” : secondo gli USA, un Iraq forte sarebbe un Iraq controllato dall’Iran ( che non è affatto vero!).
  • Un Iraq forte potrebbe rappresentare una minaccia per Israele e per i paesi vicini, soprattutto l’Arabia Saudita. L’Iraq (secondo i sauditi) non deve essere forte e in salute, sotto il dominio sciita e l’influenza dell’Iran : sarebbe meglio un Iraq diviso per evitare che si allei con l’Iran e la Siria nell’asse contro i sauditi.
  • L’Iran teme i politici iracheni inclini ad abbracciare gli Stati Uniti, dato che una forte animosità nei confronti di Tehran è presente nel Marjaiya, in molti politici e parte della popolazione. C’è già un forte Hashd al-Shabi in grado di difendere l’Iraq da un’egemonia americana.

Con tutti questi elementi sembrerebbe logico pensare che l’Iraq rimarrà un paese molto debole. Sembra si stia incamminando verso un governo inefficiente o addirittura senza elezioni valide. Il parlamento e quasi tutti i posti chiave del paese sono già sotto il controllo delle milizie, uno scenario molto conveniente per gli attori stranieri più coinvolti, ( USA, Iran, Arabia Saudita) sorretto dalla collaborazione di molti iracheni.

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