Il ritorno di Idlib al governo siriano: ancora troppo presto perché avvenga? 1/2

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice censi

I risultati del 12°incontro di Astana, tenutosi a Nur-Sultan (il nuovo nome della capitale) in Kazakistan, sono stati definiti positivi dai principali paesi che vi hanno partecipato. Sta di fatto però che non è stata ancora trovata una soluzione per far tornare la città settentrionale di Idlib sotto il controllo del governo centrale di Damasco. La commissione costituzionale ( le parti presenti ad Astana) ha  ampiamente discusso e scambiato idee sull’autorità costituzionale e sui diritti del Presidente, fondamentalmente sul suo potere di prendere le decisioni e sul suo controllo dei servizi di intelligence e di sicurezza. Idlib però, attende ancora il ritorno di un equilibrio di potere tra i protagonisti in Medio Oriente, soprattutto una ripresa, lenta, di relazioni migliori tra Damasco e Ankara. Difficilmente la Russia e l’esercito siriano daranno il via alla battaglia per riconquistare Idlib nel prossimo mese anche se in questi giorni l’aviazione russa sta annientando la prima linea di difesa dei jihadisti lungo la linea di demarcazione e sta ampliando il perimetro di sicurezza per prevenire qualsiasi bombardamento della sua base militare a Hmeymeem.

Tra tutti i principali attori nel Levante, Mosca, Teheran e Damasco  capiscono l’importanza, nel breve e medio periodo, del ruolo della Turchia. Infatti il presidente turco Recep Tayyab Erdogan si trova in una posizione a metà tra le due superpotenze (Russia e Stati Uniti) che hanno entrambe le loro truppe sul terreno in Siria. Erdogan dovrà scegliere tra i benefici commerciali che può ottenere opponendosi al campo americano e la sua posizione di membro della NATO che ha relazioni con gli Stati Uniti. Lui sa perfettamente quali possono essere le conseguenze dell’inimicizia americana se dovesse scegliere il campo russo. Peraltro è ben cosciente del fatto che Russia e Iran sono diventate forze affidabili da parecchio tempo, presenti in Siria e in grado di rilanciare l’economia turca ben più di quanto potrebbero fare gli  Stati Uniti. E questo, nel lungo periodo, andrebbe  chiaramente a favore del presidente Bashar al-Assad e della Siria e in più sicuramente aprirebbe, prima o poi, un dialogo amichevole tra Ankara e Damasco. 

I conflitti in Medio Oriente sono complicati e si intrecciano tra loro ma la politica dell’amministrazione degli Stati Uniti nei confronti della Siria disgraziatamente riduce, per chiunque, le opportunità di fare dei progetti, per non parlare poi delle imprevedibili mosse che potrebbe fare il presidente Trump o la direzione che potrebbe prendere. Gli Stati Uniti riconoscono che Idlib è controllata da al-Qaeda ma paradossalmente continuano ad impedire alle forze scelte dell’esercito siriano e ai loro alleati (schierati attorno alla città e alla sua provincia) di riconquistarla eliminando i jihadisti. 

Il presidente Trump si è contraddetto, e non è la prima volta, riguardo ai suoi piani in Siria ( l’ha fatto molte volte nei confronti di altri paesi) descritta da lui come “ un paese di sabbia e di morte”. Infatti   ripetutamente esprimeva la volontà di ritirare le sue truppe dal Levante. Ma poi ribaltava i suoi piani lasciando centinaia di militari nel paese  senza un programma definito per il loro ritiro, non consentendo all’esercito siriano di liberare la zona nord, anche quella parte che è attualmente controllata dai jihadisti. 

Le truppe siriane schierate attorno a Idlib si limitano a difendere le zone che sono state già liberate. Subiscono continuamente delle perdite (200 tra soldati e ufficiali sono stati uccisi dopo l’accordo russo-turco) dovute agli attacchi a sorpresa di al-Qaeda e agli occasionali bombardamenti di Aleppo. Russi e siriani hanno risposto duramente con bombardamenti intensi delle postazioni jihadiste dopo ogni violazione (sono stati lanciati razzi contro la base militare russa di Hmeymeem e contro le infrastrutture elettriche siriane sulla costa). Molti villaggi e una posizione strategica (Qal’at al-Madiq) sono stati liberati dall’esercito siriano negli ultimi giorni.

Questi jihadisti di al-Qaeda e i militanti del Turkmenistan non sono stati frenati dalle forze militari turche che si trovano nella zona. Non sono stati neppure obbligati a rispettare la cosiddetta “linea di demarcazione”  tracciata lungo la zona1 dell’area di distensione (de-escalation) e approvata negli accordi dell’anno scorso. A causa dell’enorme potenza di questi jihadisti, le truppe di Ankara non sono neanche state in grado di far fronte alle violazioni nei loro confronti.

Per queste ragioni il presidente Erdogan viene ritenuto incapace di controllare al-Qaeda. Il gruppo ha rifiutato la proposta turca di cambiar nome e integrarsi con gli altri “gruppi ribelli”. Questo fallimento mette Erdogan nella scomoda posizione di colui che non è in grado di mantenere gli impegni presi con la Russia e di tenere Idlib sotto controllo. 

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