L’Iraq, il prossimo terreno di scontro

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Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da Alice censi

Fonti molto ben informate presso l’ufficio del primo ministro iracheno Adel Abdel Mahdi pensano che “ gli Stati Uniti non abbiano nessuna intenzione di ottemperare alle richieste del governo iracheno e del parlamento. Cercano la guerra e vogliono trasformare l’Iraq in un campo di battaglia rifiutandosi di rispettare la legge che chiede loro di ritirare le truppe dal paese. Dovranno in conseguenza affrontare una resistenza popolare armata, legittima, anche se alcuni iracheni (in Kurdistan), andando contro la legge, accetteranno la presenza americana nella loro regione.

Il primo ministro ad interim Adil Abdel Mahdi proponeva al parlamento di approvare una legge che avrebbe chiesto agli Stati Uniti di lasciare il paese. Il parlamento in seguito alla sua richiesta avallava una nuova legge che avrebbe messo fine al contratto esistente tra l’Iraq e le truppe americane e chiedeva al governo di applicarla. Abdel Mahdi in una telefonata con il segretario di stato americano Mike Pompeo sollecitava quindi la presenza di una delegazione per poter organizzare il completo ritiro delle truppe degli Stati Uniti dal paese. La risposta non tardava ad arrivare: “ gli Stati Uniti non se ne andranno dall’Iraq ma rispettano la sua sovranità e le sue decisioni” diceva il segretario Pompeo. Non riusciva però a spiegare come Washington pensi di potersi opporre alla decisione irachena che chiede il ritiro delle truppe americane e allo stesso tempo rispettarla.  

Il presidente Trump, con un atteggiamento molto duro,  chiedeva inoltre agli iracheni miliardi di dollari per apportare migliorie nelle basi in cui vengono ospitate le sue truppe. In caso contrario minacciava di “ imporre agli iracheni sanzioni mai viste prima” e “ di impedire all’Iraq l’accesso al suo conto presso la Federal Reserve Bank di New York (35 miliardi di dollari)”. 

L’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq Matthew Tueller consegnava alle autorità irachene (incluso il primo ministro Abdel Mahdi che aveva chiesto l’uscita delle truppe americane dall’Iraq) una copia di tutte le possibili sanzioni che l’Iraq avrebbe subito se avesse insistito a chiedere il ritiro americano. Questa mossa innescava un’immediata reazione da parte dei gruppi iracheni pronti a combattere contro gli Stati Uniti, considerati ormai forza di occupazione.

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I gruppi iracheni che avevano combattuto contro al-Qaeda e l’ISIS in Siria e in Iraq incontravano il generale iraniano Ismail Qaani nominato nuovo comandante della brigata Gerusalemme dell’IRGC dopo l’assassinio di Sardar Qassem Soleimani. Chiedevano aiuto militare e finanziario per combattere le nuove “forze di occupazione”. Il generale garantiva il suo sostegno alla messa in pratica della decisione del parlamento, del governo e della popolazione di combattere le forze di occupazione. E’ anche prevista una visita di Qaani in Iraq dove più di 100 consiglieri iraniani a Baghdad lavorano nella sicurezza e, insieme ai russi e ai siriani nella base di comando predisposta per la lotta all’ISIS.

La decisione di Trump di prendere il controllo dei conti dell’Iraq presso la Federal Reserve Bank di New York su cui finiscono gli introiti dal petrolio potrebbe portare alla svalutazione della moneta e al crollo dell’economia del paese. C’è poi anche una minaccia implicita nelle parole di Trump ed è quella di confiscare le riserve auree dell’Iraq nella Fed di New York.

L’ amministrazione degli Stati Uniti non ha certamente a cuore la stabilità dell’Iraq e neppure la preoccupano le conseguenze  che subirebbe la vicina Europa che potrebbe dover fare i conti con una migrazione dall’Iraq e una instabilità sempre maggiore in Medio Oriente.

Erroneamente il segretario Pompeo ha dichiarato che la decisione del parlamento iracheno non è vincolante. Perché mai un’autorità americana dovrebbe considerare una decisione politica dell’Iraq non valida?

Quando gli Stati Uniti assassinavano il comandante iracheno Abu Mahdi al-Muhandes, quello iraniano Qassem Soleimani e altri ufficiali con loro, il primo ministro iracheno chiedeva la revoca dell’accordo tra Stati Uniti e Iraq firmato nel 2014 che regolava la presenza delle truppe americane in Iraq.

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L’accordo originario terminava nel 2011 quando le truppe americane se ne andavano dall’Iraq. Nel 2014 veniva riattivato dal governo allo scopo di unire le forze nella lotta allo “Stato Islamico” (ISIS).

Nel suo preambolo l’accordo stabilisce che gli Stati Uniti sosterranno l’Iraq “contro le minacce alla sua sovranità e alla sua integrità territoriale e contro il suo sistema democratico, federale e costituzionale”.

Gli Stati Uniti stanno violando l’accordo, usano la terra e il  cielo dell’Iraq, come ha affermato il primo ministro Abdel Mahdi, senza chiedere il permesso di Baghdad. Gli Stati Uniti permettono che Israele uccida i comandanti iracheni e attacchi i depositi del paese, come ha riferito l’ambasciatore degli Stati Uniti a Abdel Mahdi. Uccidendo i comandanti iracheni e iraniani all’aeroporto di Baghdad, gli Stati Uniti, secondo gli articoli 2 e 3 del trattato hanno messo fine a questo accordo perché non più rispettato.  

Il governo degli Stati Uniti viola inoltre la sovranità dell’Iraq ignorando la risoluzione del suo parlamento e rifiutando di calendarizzare il ritiro delle truppe. Ma non solo: il presidente Trump ha minacciato apertamente di distruggere l’economia dell’Iraq disprezzando le leggi internazionali e imponendo la legge della giungla.  

Nel parlamento iracheno 173 membri su 328 hanno votato per il ritiro delle truppe americane. La proposta del primo ministro ad interim non è vincolante. Il governo può solo esprimere e presentare un’opinione. La decisione legislativa spetta al parlamento e la sua decisione è legge fino a quando un nuovo parlamento non revochi le decisioni prese dal precedente.

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Anche se i curdi e molti sunniti erano assenti ( 3 erano presenti) la costituzione non si basa sulle religioni e sulle etnie ma sul voto espresso dalla maggioranza (la metà più uno). Così vengono eletti il primo ministro, il presidente e il presidente del parlamento , sempre dalla coalizione politica più consistente.

 

Il parlamento si riunirà di nuovo per leggere la risoluzione una seconda volta, chiedere a tutti i membri di firmare il documento e concordare un termine ultimo per il ritiro delle truppe americane. L’accordo non prevede la firma del presidente in questo caso come ha dichiarato il presidente del parlamento Mohamad al-Halbousi, ma richiede la presenza di al-Halbousi.

Il presidente Trump ha chiesto all’Iraq di pagargli “miliardi di dollari” per espandere le basi militari usate delle truppe americane. E di nuovo gli Stati Uniti deliberatamente ignorano l’articolo 5 dell’accordo che recita “ gli edifici, le strutture, sono proprietà dell’Iraq, inclusi quelli usati, costruiti, modificati o migliorati dagli Stati Uniti. In seguito al loro ritiro, gli Stati Uniti dovranno restituire le strutture al governo dell’Iraq..gli Stati Uniti dovranno farsi carico delle spese di costruzione, modifica o miglioramento nelle strutture e nelle aree che usano in modo esclusivo…senza debiti e oneri finanziari”.  

L’articolo 24 stabilisce che “ gli Stati Uniti riconoscono il diritto sovrano del governo iracheno di chiedere l’uscita delle loro truppe dall’Iraq in qualunque momento”. Trump ignora questo obbligo contrattuale e infatti ha detto:” gli iracheni dovranno pagare se non ci vogliono più”. E’ chiara l’intenzione dell’amministrazione americana di restare ancora a lungo in Iraq, un paese ricchissimo di petrolio.  

E così il 2020, dopo l’assassinio dei generali, sarà molto probabilmente un anno caldo per l’Iraq e pesante per le truppe americane se il loro presidente continua a infischiarsene della sovranità e del volere del paese che le ospita. Le truppe americane saranno considerate forza di occupazione e la resistenza armata contro di loro a questo punto sarà legittima. L’Iraq torna al 2003 quando George W. Bush dichiarava l’occupazione del paese. E fu lì che iniziò la resistenza. L’ultimo anno del mandato di Trump non sembra possa portare stabilità in Medio Oriente, tutt’altro, e sarà sicuramente un anno pieno di pericoli per i militari americani schierati nella regione.

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