Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti: punti in comune tra il Venezuela e il Medio Oriente

Di Elijah J. Magnier,  da Caracas (Venezuela) 

Tradotto da A.C. 

Il Venezuela è immerso nei preparativi per le elezioni che si terranno domenica 6 dicembre; il paese va al voto per scegliere i 277 membri del nuovo parlamento tra una rosa di 14.000 candidati che provengono da 107 partiti politici, da organizzazioni o si sono presentati come indipendenti. I leader dell’amministrazione degli Stati Uniti e della comunità europea hanno già deciso di non riconoscere la legittimità dei risultati anche se le elezioni non hanno ancora avuto inizio. E questo avviene perché quasi certamente il presidente Nicolas Maduro e il suo gruppo politico ne usciranno vincitori: è l’appoggio che hanno dalla popolazione a suggerire la loro probabile vittoria. Gli Stati Uniti accusano Maduro di truccare le elezioni che avranno luogo domenica senza rendersi conto assolutamente di come siano diventati fragili e deboli dopo le ultime votazioni. Il presidente Donald Trump ha infatti lanciato ripetute accuse di brogli elettorali autoproclamandosi vincitore malgrado siano stati annunciati i risultati in tutti gli stati che assegnano una netta vittoria a Joe Biden (con il conseguente fallimento di Trump). Ma per il Venezuela, e senza dubbio anche per altri, Trump e Biden rappresentano oggi le due facce della stessa medaglia. Per cui Caracas non si aspetta che le vengano tolte le sanzioni imposte dall’amministrazione Trump, un’amministrazione che non ha fatto altro che imporle dappertutto nel mondo contro chi rifiutava di sottomettersi al suo volere e a quello di Israele. E’ ovvio che gli Stati Uniti considerano il Venezuela il loro cortile e quindi ogni atto di ribellione nei loro confronti viene ritenuto inaccettabile. E per ribellione si intende non essere obbedienti e fedeli allo Zio Sam. 

Quello che l’amministrazione degli Stati Uniti ha fatto al Venezuela è esattamente quello che ha fatto per decenni al resto del mondo e in particolare al Medio Oriente (Iran, Siria e Libano). E così anche in Venezuela vengono messe le sanzioni su petrolio, petroliere, banche, pezzi di ricambio, medicinali, cibo, sulle persone e su ogni tipo di prodotti. I beni venezuelani provenienti dalla vendita del petrolio sono stati bloccati dagli Stati Uniti così come l’oro di proprietà del paese è stato congelato dal Regno Unito. Questi beni sono stati illegalmente assegnati a Juan Guaidò che l’Occidente aveva nominato come “il presidente non eletto del Venezuela” perché lo imponeva la Democrazia…. 

Il presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidò: l’America e altri 50 stati europei ed extra-europei, decidevano, pressati da Washington, di nominarlo “ presidente eletto non democraticamente” del paese perché lui è “il ragazzo che ubbidisce all’Occidente”. Proprio come nel caso dei “Mujahideen Khalq” in Iran e della somma che Washington ha speso in Libano (dieci miliardi di dollari) per sabotare e sconfiggere Hezbollah fomentando i disordini interni, gli Stati Uniti non avranno esitazioni a mettere insieme un “esercito elettronico” per spingere gli oppositori del regime ad attaccare e contemporaneamente  fare il lavaggio del cervello ai lettori di ogni ceto sociale. 

Guaidò si è spinto fino al punto di chiedere agli Stati Uniti un intervento armato nel suo paese. Sono queste le trame che gli Stati Uniti tessono da decenni e che prevedono anche le guerre civili (come in Libano). Washington ha accusato il Venezuela di essere un baluardo della corruzione dimenticando che la corruzione non è dimostrata, come se questa fosse poi la sua preoccupazione in Libano, in Iraq o nei rapporti con le monarchie o con gli altri presidenti del Medio Oriente alleati degli Stati Uniti. Ma perché accusare così sfacciatamente altri di corruzione quando sappiamo benissimo che Trump ha firmato un decreto per evitare azioni legali contro la sua famiglia?!? 

Tuttavia non possiamo pensare che il Venezuela sia estraneo alla corruzione: la forte    svalutazione della moneta locale, la povertà, le pesanti sanzioni e una burocrazia soffocante sono elementi che spingono qualunque paese verso mercati paralleli e corruzione. La popolazione del Venezuela si trova in una condizione di sopravvivenza: non ha intenzione di sottomettersi ma neppure di morire di fame. Conta sugli aiuti che arrivano dalle famiglie che vivono all’estero o facendo più lavori: pensa essenzialmente a sopravvivere fino al giorno dopo. E questo è il regalo fatto dalle sanzioni. Il problema da affrontare non riguarda i venezuelani ma la completa violazione della legge internazionale  che mette in ginocchio la popolazione. 

Da secoli gli Stati Uniti cercano di dominare l’America Latina: hanno cacciato Evo Morales dalla Bolivia perché era contro di loro ma poi lui è tornato perché la popolazione ha votato a maggioranza il suo partito riportandolo nel paese dopo l’esilio forzato. I motivi per cui gli Stati Uniti vogliono avere il controllo dell’America Latina sono palesi, il più pressante riguarda le sue immense risorse che vanno dall’energia fino all’agricoltura, campi in cui le grandi compagnie americane hanno sempre dominato. I venezuelani amano la libertà, il divertimento e attraverso il ballo danno voce alle loro sofferenze, alla loro frustrazione e al loro scontento. Non a caso il detto “l’uccello danza quando è in preda al dolore”. 

Il governo venezuelano con una decisione politica che raramente vediamo in altre parti del mondo, ha costruito 3 milioni di case per la popolazione. Medicine e istruzione scolastica sono gratuite e accessibili a chiunque, senza nessuna discriminazione. Ma le sanzioni hanno causato il crollo della moneta locale, il cambio nei confronti del dollaro ha raggiunto la cifra di un milione di bolivar venezuelani per un dollaro, in un paese in cui gli impiegati ricevono un salario minimo mensile che va da 2 a 4 milioni di bolivar cioè da 2 a 4 dollari. 

Tuttavia il governo, come avviene nei paesi mediorientali, interviene per calmierare i prezzi del cibo e del petrolio (che è il più basso al mondo: il prezzo di un gallone di petrolio equivale a circa 0,05 dollari per venti litri). Ma c’è un mercato parallelo che ha prezzi gonfiati per chi vuole evitare le lunghissime code ai distributori di benzina. 

Scrivo di Medio Oriente, seguendone le vicende ormai da decenni, dei suoi problemi, delle guerre, dei suoi successi e fallimenti, dei suoi abitanti e della loro cultura. E il Venezuela mi appare come un altro mondo: la gente è semplice, forse persino ingenua politicamente nei confronti di quello che succede al di fuori del paese. Pensano che esista ancora la legge internazionale e che gli Stati Uniti potrebbero anche rivedere le loro durissime sanzioni: la giustizia prevarrà. 

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