La sfida della Russia e dell’Iran agli Stati Uniti si sposta in Venezuela

Di Elijah J. Magnier  da Caracas (Venezuela)

Tradotto da A.C. 

Il presidente Nicolas Maduro e la sua squadra hanno mandato in fumo il sogno del presidente Trump di rovesciare il sistema democratico che governa il Venezuela; l’eccezionale vittoria del partito del presidente venezuelano alle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, ottenuta con oltre il 67% dei voti, ha infatti dato il colpo di grazia alla pia illusione americana. “Il ragazzo di Washington”, Juan Guaidò va a finire così nel dimenticatoio dalla storia come tutti quelli che hanno manovrato nell’ombra per far intervenire forze straniere nel proprio paese e, come in questo caso, per far sì che restassero e aumentassero le sanzioni al Venezuela. Per contro Maduro sta offrendo sia alla Russia che all’Iran la possibilità di giocare nel cortile degli Stati Uniti di modo che il Venezuela tragga dei benefici da questo scontro internazionale che per giunta si sposa con i suoi obbiettivi e la sua ideologia. La guerra “morbida” condotta dagli Stati Uniti attraverso le sanzioni sembra stia miseramente fallendo in Venezuela e questo insuccesso è simile ad altri avvenuti in differenti parti del mondo, in particolare in Medio Oriente. 

Per sei anni l’opposizione in Venezuela ha avuto la maggioranza nell’Assemblea Nazionale, una situazione che ha offerto al presidente Trump terreno fertile per poter dividere il paese e  metterlo contro il presidente Maduro. E’ il motivo per cui gli Stati Uniti, l’Unione Europea e altri 50 paesi hanno riconosciuto Guaidò come presidente, una spudorata violazione della legge internazionale. Gli Stati Uniti avevano anche accarezzato l’idea di intervenire militarmente per paralizzare il Venezuela ma la Russia, con l’invio di armi e consiglieri militari, faceva capire loro che era meglio stare alla larga dal paese. Mosca mandava in Venezuela i suoi aerei SU-30 e i missili S-300. Ma tutto ciò è abbastanza irrilevante perché non sono le armi quelle che possono fermare gli Stati Uniti bensì una politica della dissuasione: se l’equilibrio di potere non venisse rispettato, la Russia potrebbe colpire gli interessi degli Stati Uniti in decine di altri posti nel mondo. 

L’Iran si univa alla Russia nella sfida agli Stati Uniti mandando le sue petroliere e i pezzi di ricambio al Venezuela per cercare di rimettere in sesto le sei raffinerie rese inattive dalle sanzioni americane che includono una moratoria sui pezzi di ricambio (per l’industria petrolifera e del gas), sul cibo e sulle medicine, anche in questa situazione drammatica dovuta alla pandemia del Corona virus! Il paese più ricco al mondo di petrolio si ritrovava paralizzato dalle durissime sanzioni imposte dagli Stati Uniti, sanzioni che non aveva previsto. 

La crudele guerra morbida degli Stati Uniti mirata a ridurre alla fame i venezuelani, è esattamente la stessa politica praticata in Siria, Libano, Palestina, Iran e Yemen e ovviamente in tutti quei paesi che osano disobbedire a Washington. 

Esiste il sospetto che la Russia investa in Venezuela senza tenere in conto eventuali guadagni o perdite finanziarie ma solo perché il presidente Putin avrebbe deciso di ridare alla Russia un ruolo importante nell’arena internazionale mirato a stroncare il sempiterno desiderio di egemonia degli Stati Uniti nel mondo. La presenza russa in Venezuela è uno strumento di potere che Putin può utilizzare nei suoi rapporti con qualunque amministrazione americana dato che Mosca viene considerata un nemico. 

E se (o quando) Washington dovesse interferire su altri fronti (come ha fatto in Ucraina) o paesi dove la Russia ritiene venga messa in forse la sua sicurezza nazionale, Mosca potrebbe procedere in Venezuela aumentando il suo appoggio al governo di Caracas. 

La Russia e l’Iran sono entrambi presenti in Siria dove hanno collaborato negli ultimi cinque anni (dal 2015 al 2020). Ambedue hanno combattuto contro il piano degli Stati Uniti di rovesciare il presidente Bashar Al-Assad vincendo la battaglia. Anche in Iraq erano presenti, hanno fornito intelligence e appoggio al governo di Baghdad per smantellare efficacemente il progetto americano di dividere il paese in tre sotto-stati.

In Venezuela l’Iran risponde attraversando l’oceano. La “ Repubblica Islamica” segue lo stesso sentiero della Russia e assesta i suoi colpi bassi a Washington. Gli Stati Uniti hanno costruito decine di basi militari attorno all’Iran e fatto di tutto perché un buon numero di paesi del Golfo normalizzasse i rapporti con Israele, il nemico di Teheran che ha risposto non solo creando un solido fronte di alleati in Medio Oriente ma anche andando in aiuto del Venezuela, sfidando così Washington in quello che considera il “suo territorio”, l’America Latina. 

Anche gli Stati Uniti hanno fatto i loro giochi in altri paesi ma il Venezuela offre alla Russia e all’Iran un’occasione unica, di essere presenti nel cortile degli Stati Uniti. 

Le relazioni tra Iran e Venezuela tuttavia potrebbero apparire opportunistiche più che strategiche, iniziate solo grazie alla politica estera di Trump e giustificate soprattutto dalle dure sanzioni imposte all’Iran che lo avrebbero spinto a cercare nuove carte da giocare contro questa amministrazione profondamente ostile. A questo punto però il Venezuela dovrebbe cercare di avere dei solidi rapporti con l’Iran, non solo a livello commerciale ma soprattutto a livello strategico. 

Adesso che il presidente Maduro controlla la maggioranza dell’Assemblea Nazionale, conferma di essere l’uomo forte del paese. Ha ignorato totalmente il burattino degli Stati Uniti (Juan Guaidò) che non essendo neppure capace di mettere insieme l’opposizione non è riuscito a rovesciare il presidente malgrado avesse il pieno appoggio degli Stati Uniti e dell’Europa. 

Maduro ha condotto bene le elezioni democratiche, in armonia con le aspirazioni dei venezuelani. Non ha imprigionato Guaidò anche se si è comportato come un traditore dello stato (chiedendo l’intervento militare degli Stati Uniti) ma ha aspettato che il giudizio gli venisse dato dalle urne. Il principale obbiettivo di Maduro è quello di cercare di risolvere la terribile crisi economica e la svalutazione della moneta anche in presenza delle sanzioni. Il presidente venezuelano ha bisogno di costruire solide alleanze che lo appoggino nel rendere il paese autosufficiente in tanti settori e non dipendente esclusivamente dal petrolio. 

Maduro continua a mandare messaggi positivi al nuovo presidente eletto Joe Biden, invitando la prossima amministrazione ad adottare una politica diversa nei confronti del Venezuela anche se pare che Trump e Biden non siano nient’altro che le due facce della stessa medaglia per quanto riguarda la politica degli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina. 

Nel frattempo però gode del sostegno dell’Iran che gli manda le sue petroliere, convinto che Trump non ostacolerà il loro viaggio. Se la marina degli Stati Uniti dovesse mai fermare una nave iraniana diretta in Venezuela, l’amministrazione americana dovrebbe fare i conti con la decisione di Teheran di sequestrare una sua petroliera nello stretto di Hormuz. 

E’ vero che a livello ideologico il Venezuela socialista non ha nulla a che vedere con la  “Repubblica Islamica” dell’Iran. Ma c’è un terreno comune. Il Venezuela sostiene la causa palestinese ed è contro l’egemonia degli Stati Uniti. E per l’Iran la causa della Palestina è l’obbiettivo principale, su questo terreno i due paesi si incontrano e sfidano il dominio americano. Non c’è bisogno di mischiare l’Islam con le politiche socialiste per ritrovarsi nella stessa area, quella della resistenza, che ha l’effetto di attenuare la politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran. Teheran ha scoperto un luogo, nel cortile degli Stati Uniti, che le ha permesso di non apparire un semplice paese mediorientale in attesa della protezione di Washington come lo sono parecchi paesi del Golfo. E’ ormai una potenza regionale e tale deve essere considerata quando gli Stati Uniti lanciano le loro sfide. 

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