Trump se ne va e tende una trappola alla Russia, alla Turchia e all’ Iran in Siria.

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

L’ordine ufficiale per il ritiro delle truppe americane dalla Siria è stato firmato, segno che il presidente Trump è determinato a richiamare in patria alcune migliaia di soldati che sono di stanza in Siria. E’ risaputo che le truppe regolari sono molto più vulnerabili durante le operazioni di ritiro che non in combattimento o nelle posizioni in cui sono schierate. Di conseguenza, il ritiro, che pare effettivo, nonostante un diffuso scetticismo in Siria e in Iraq, avverrà prima dei 100 giorni annunciati per il suo completamento. Il comando militare americano non rivela le date per evitare incidenti. Sebbene la partenza degli Stati Uniti sia decisamente gradita a tutti sia in Siria che nei paesi vicini, – tranne ai curdi – Trump, intenzionalmente, lascia dietro di sé una situazione molto caotica nel Levante e sta preparando una trappola mortale in primo luogo alla Russia ma anche all’Iran e alla Turchia. 

A giudicare da quello che i presidenti Trump e Erdogan si sono detti nell’ultima telefonata, sembra che l’amministrazione americana abbia deciso di lasciare la Siria in mano alla Turchia : non è certo una mossa ingenua. Infatti il Pentagono ha spinto deliberatamente migliaia di combattenti dell’ ISIS nella zona che controlla, verso la sponda del fiume Eufrate, contro l’esercito siriano e i suoi alleati sul fronte di Deir-Ezzour. Questo significa che, in caso di un veloce ritiro americano coordinato con la Turchia, le truppe di Ankara potranno entrare nella provincia curdo-araba di al-Hasaka, cominciando forse da Manbij o Tal Abiad senza incontrare resistenza da parte dell’ISIS per la semplice ragione che nella zona non ci sono i suoi militanti. Le due città sono lontane centinaia di chilometri dalla zona controllata dall’ISIS lungo l’Eufrate a Deir-Ezzour. 

In caso di un attacco turco improvviso , le YPG ( Unità di Protezione Popolare) curde dovranno precipitarsi contro le truppe turche cercando di frenare la loro avanzata, in attesa dell’aiuto da parte del governo siriano, consentendo ai civili di dirigersi verso le zone controllate da Damasco o di fuggire verso il Kurdistan iracheno. Un tale scenario porterà alla rottura delle relazioni tra la Turchia, la Russia e la Siria. Mosca ha già avvertito la Turchia di non avanzare verso il nord-est della Siria. Un avanzamento della Turchia o anche dei suoi alleati jihadisti in Siria, concentrati al confine delle province controllate dai curdi, rimetterà in discussione le relazioni tra Mosca e Ankara e tra Mosca e Damasco. Un tale riassetto può soltanto essere evitato se il presidente Erdogan resiste alla tentazione di invadere (il nord-est siriano) e finisce con l’accondiscendere al desiderio russo di discutere il futuro della zona dopo la partenza americana. 

La Turchia ha sempre preso in considerazione, secondo fonti attendibilissime in Siria, di annettersi il nord della Siria piuttosto che occuparlo. Tutte le occupazioni del territorio siriano genererebbero complicazioni internazionali e non verrebbero riconosciute a livello mondiale. La Turchia ha comunque imparato con  Cipro che l’annessione può continuare per decenni, con qualche reazione, a volte, da parte della comunità internazionale. L’annessione della Crimea da parte della Russia, invece, potrebbe essere presa come esempio. 

Se Erdogan non si coordina con la Russia e l’Iran, si aprirà il fronte di Idlib. Non mancano certo i pretesti con i jihadisti che violano continuamente il cessate-il-fuoco stabilito ad Astana. Un’invasione turca farà sì che l’esercito siriano attacchi Idlib, la città e le zone rurali sotto il controllo jihadista mentre, in contemporanea, attacca l’ISIS lungo l’Eufrate con la prospettiva di una veloce vittoria. 

Qualunque attacco o massacro che avverrà in futuro per mano dell’ISIS nelle province controllate dai curdi, darà una legittimità morale retroattiva agli anni dell’occupazione americana del territorio siriano. Gli esperti, gli opinionisti, e i membri dell’amministrazione americana diranno al mondo come la presenza illegale americana in Siria , negli anni, sia servita a combattere il terrorismo (l’ISIS). 

A Damasco c’è un’intesa crescente tra i curdi e i rappresentanti del governo, non a caso le trattative continuano su come affrontare l’ISIS insieme dopo il ritiro delle truppe americane, un ritiro previsto tra meno di un mese. 

Per stringere l’ISIS in mezzo tra le due forze, su vari fronti lungo il fiume Eufrate, prima che riesca a espandersi nell’ampia zona di al-Hasaka, c’è bisogno di un coordinamento militare che crei dei corridoi sicuri per le truppe. Ci sarà bisogno dell’appoggio dell’aviazione russa, delle forze speciali siriane, delle forze alleate di terra iraniane e di Hezbollah in questa battaglia decisiva per finire una volta per tutte l’ISIS, un lavoro che gli Stati Uniti, nei due anni di occupazione della zona, non hanno trovato il tempo di fare. 

Le YPG si troveranno a collaborare con la Russia, dopo aver combattuto per anni agli ordini degli Stati Uniti. Simultaneamente altre forze siriane e alleate verranno mandate  verso Idlib per evitare che i jihadisti approfittino dell’operazione contro l’ISIS per sferrare un attacco. 

Ogni piano unilaterale della Turchia per entrare in Siria, senza un coordinamento con la Russia, non andrebbe a suo completo favore. Il ritiro americano non permetterebbe alla Turchia di raggiungere l’ISIS né i giacimenti di gas e petrolio di Deir-Ezzour, inclusi i ricchi giacimenti di al-Omar e Conoco. Entrambi verrebbero raggiunti dall’esercito siriano e dai suoi alleati solo dopo il ritiro americano. Lo scorso febbraio Damasco ha ordinato alle sue truppe di attraversare l’Eufrate nel tentativo di attaccare l’ISIS e prendere il controllo dei giacimenti. Venivano attaccati dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti e centinaia di siriani e militari russi della compagnia privata Wagner venivano uccisi. 

Le capacità turche in combattimento non si sono dimostrate così eccezionali nello scontro con l’ISIS in parecchie zone, incluse Jarablus, Al Rai e Dabiq nel 2016. Le truppe di Ankara sono state in grado di controllare queste città solo dopo un negoziato con l’ISIS che era riuscito ad assorbire la prima ondata di attacchi infliggendo gravi perdite all’esercito turco nelle prime settimane. L’ISIS si ritirava quando la battaglia era destinata all’insuccesso e veniva attaccato alle spalle. 

E’ probabile che né l’esercito turco e i suoi alleati, né le YPG curde siano in grado di sconfiggere l’ISIS da soli. D’altro canto, l’esercito siriano con l’aiuto dei suoi alleati e dei russi, ha scacciato l’ISIS da parecchie zone incluse Palmyra, Suweida e il deserto attorno che si estende per decine di migliaia di chilometri, in battaglie urbane o in campo aperto. 

Quello che è certo è che i curdi hanno tutto da perdere dalla decisione di Trump di ritirarsi, dato che ogni giorno di più dà segnali di voler smettere l’occupazione del nord-est della Siria a favore della Turchia. I curdi hanno avuto dei vantaggi enormi grazie alla presenza americana, pensando che non finisse mai. Adesso non hanno più molte scelte, a meno che non abbiano sviluppato tendenze suicide, come suggerisce la decisione presa ad Afrin. 

Il veloce ritiro americano è previsto e anche ideato per creare, senza dubbio, una iniziale confusione nel triangolo Turchia-Siria-Iraq nei primi mesi. L’ISIS, la Turchia e al-Qaeda potrebbero trarne vantaggio, nella speranza di ribaltare la situazione a loro favore. Tuttavia, questo ritiro è sicuramente una benedizione sul lungo periodo per il governo siriano, i cui membri mai avrebbero sperato si potesse realizzare. L’amministrazione americana ha sempre creato scompiglio nel Levante e soprattutto per l’”Asse della Resistenza” ; è stata la protettrice di al-Qaeda (a Idlib) e dell’ISIS (proprio nella zona in cui Trump dichiara di voler ritirare le sue truppe) in Siria e in Iraq. Il suo commiato è un segno che sta facendo i conti con il fatto che la sua egemonia non è più unilaterale. In Medio Oriente la Russia fa progressi mentre gli Stati Uniti arretrano. 

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