L’esercito siriano entra a Manbij mentre Trump completa il ritiro : poi sarà la volta dell’Iraq.

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

L’aereo presidenziale americano e’ atterrato, nella notte, nella base militare di Ayn al-Assad, nell’ovest della provincia irachena di Anbar con Donald Trump a bordo. Ma dopo il decollo, tre ore più tardi,Trump si è lasciato alle spalle una tempesta parlamentare, politica, relativa al protocollo  in Mesopotamia e i membri del parlamento iracheno , a quel punto, chiedevano l’uscita dei 5.000 soldati americani di stanza nel paese. Nessuno dei tre leaders iracheni (il primo ministro Adel Abdel Mahdi, il presidente del parlamento Mohammad al-Halbusi e il presidente della repubblica Barham Salih) ha incontrato Trump : tutti e tre hanno rifiutato le condizioni poste da lui per l’incontro. Trump sembra sia determinato a lasciare la Siria senza interferire con chi avrà il controllo del territorio dopo di lui ; stamattina l’esercito siriano e’ entrato nella peroferia della città di Manbij in seguito ad un accordo tra i leaders curdi e il governo di Damasco. Lascerà anche l’Iraq prima che finisca il suo mandato presidenziale a gennaio nel 2021? 

Durante i preparativi per la visita di Trump, era stato chiesto al primo ministro iracheno Adel Abdel Mahdi di incontrare il presidente americano . Adel Abdel Mahdi acconsentiva ad un incontro  a Baghdad , territorio iracheno, o nella base militare di Ayn al-Assad nella zona di competenza irachena della base : le forze di sicurezza irachene e alcune unità dell’esercito nazionale sono presenti nella stessa base in cui si trovano le truppe americane, in una zona separata. Se l’incontro fosse avvenuto nella parte della base controllata dalle forze americane, Abdel Mahdi avrebbe fatto l’ assurda figura dell’invitato nel suo paese. 

Qualche ora prima dell’arrivo di Trump, l’ambasciatore americano Douglas Silliman diceva al primo ministro Adel Abdel Mahdi che Trump l’avrebbe accolto nella parte americana della base ma che non sarebbe andato a Baghdad per un breve ricevimento e neppure nella parte irachena della base di Ayn al-Assad per ragioni di sicurezza. Il primo ministro, così , otteneva un rispetto considerevole da parte dei politici iracheni per aver rifiutato l’invito americano, respinto anche dal presidente della repubblica e da quello del parlamento .

L’inosservanza del protocollo da parte di Trump  al suo arrivo in un paese straniero ha fatto infuriare i politici, i capi delle organizzazioni e i membri del parlamento in Iraq. Si sono sentiti insultati e hanno quindi richiesto il ritiro dal paese delle truppe americane. Altri hanno addirittura minacciato di cacciarle con la forza dall’Iraq. 

Qais al-Khaz’ali, capo di una delegazione parlamentare e leader di “Asaeb Ahl al-haq” ( responsabile di aver ucciso soldati americani durante l’occupazione dell’Iraq tra il 2003 e il 2011), diceva : “ l’Iraq risponderà ( all’insulto di Trump) con una richiesta parlamentare di portar via le vostre truppe e se non ve ne andrete , sappiate che abbiamo l’ esperienza  ( di guerra) per costringervi a lasciare il paese”.

La tensione inoltre saliva sempre  grazie a  Trump che annunciava che avrebbe mantenuto le truppe americane in Iraq con un possibile loro rientro in Siria proprio dalla base irachena. “ Hezbollah Iraq”rispondeva immediatamente promettendo di “ tagliare la mano che colpirà la Siria dalle basi irachene”. 

Il presidente americano parrebbe pronto a mantenere la promessa di ritirarsi dalla Siria, almeno per quanto riguarda Manbij. Gli Stati Uniti hanno annunciato un’ “ uscita organizzata” che significa un ritiro coordinato con la Turchia , di modo che le truppe di Ankara rimpiazzerebbero quelle americane. La Turchia e’ pronta ad entrare a Manbij e a Tal Abiad, infatti ha radunato migliaia di suoi uomini e “ proxies “ sul confine con la provincia siriana. Tuttavia, l’accordo raggiunto giovedì sera tra il governo siriano e le YPG ( Forze di Protezione Popolare) curde ha dato il via libera alla 1° e 5° divisione dell’esercito: hanno ripreso Manbij e issato le bandiere siriana e russa sulla città. Questa azione blocca l’entrata della Turchia e dei suoi “proxies “ nella provincia. La decisione è stata comunicata alla Turchia attraverso la Russia. 

Mosca sta ostacolando qualunque avvicendamento al potere e si oppone ad un controllo di territorio siriano da parte turca che non sia quello concordato nel “trattato di Astana”che ha temporaneamente concesso alla Turchia autorità nella regione di Idlib. La Russia e’ convinta che le zone controllate dai curdi dovrebbero essere trasferite,secondo la logica, all’esercito siriano, dopo il ritiro americano. Damasco e Teheran sono irremovibili a questo proposito : solo le forze siriane devono sostituire quelle americane nella provincia di al-Hasaka. 

Inoltre , le forze di Damasco sono tuttora a Qamishli e possono quindi facilmente prendere il controllo di tutte le posizioni una volta che il ritiro delle forze d’occupazione americane dal nord- est della Siria sia effettivo. Ci sono già dei punti di osservazione ( villaggi) controllati dall’esercito siriano in diversi villaggi attorno a Manbij e in alcuni di essi ci sono osservatori russi : sono un chiaro messaggio per Ankara che nessuno deve passare di lì senza un accordo con la Russia, in caso contrario verranno attaccati e bombardati. Il controllo di Manbij segna una svolta e indica chiaramente che l’esercito di Damasco prenderà il controllo della provincia di al-Hasaka per concentrarsi poi su Idlib con l’ aiuto di Mosca, sempre dopo il ritiro americano. 

Mosca ha richiesto un incontro , importante, tra gli inviati presidenziali, i ministri della difesa e degli esteri e i capi dei servizi di “intelligence” russi e turchi da tenersi questo sabato a Mosca per discutere del ritiro americano e il conseguente ruolo dei due paesi. Un altro incontro e’ previsto tra poche settimane tra Turchia ,Russia e Iran, sempre a Mosca. Lo scopo e’ prevenire una spaccatura tra questi leaders che potrebbe essere innescata dal ritiro americano . Damasco ha rifiutato la presenza di un’amministrazione locale curda, ha invece accettato di disarmare i curdi , una richiesta siriana e turca dopo la sconfitta dell’ISIS. I curdi aiuteranno l’esercito siriano nella lotta all’Isis lungo l’Euftrate ,dove si pensa che la battaglia sia ormai prossima, per eliminarlo dalla zona una volta per tutte. Non godendo più della protezione americana , l’ISIS,  a breve,non avrà più il controllo di una parte del territorio siriano. 

Durante le trattative con la Russia, la Turchia ha obiettato che gli Stati Uniti avrebbero potuto non permettere alle forze siriane di entrare. La Turchia sosteneva anche che qualunque modifica all’ accordo tra Trump e Erdogan avrebbe potuto cambiare la decisione americana di ritirarsi .  Damasco e Teheran sono sicuramente ansiosi di vedere la partenza delle truppe americane dalla Siria, ma non di consegnare la zona alla Turchia .La Russia appoggiava la posizione di Damasco. 

Ankara, in realtà temeva che la sua decisione unilaterale di entrare nella zona controllata dai curdi potesse innescare un intervento russo contro i suoi “proxies”( Euphrates Shield, Jaish al-Islam, brigata al-Hamza , Ahrar al-Sharqiya e altri ) e anche indurre gli iraniani ad armare i curdi e le tribù arabe della provincia proprio per prevenire una sua ulteriore annessione di territorio. Le forze turche e i loro “proxies “ che stanno occupando Jarablus, al-Bab, Afrin e Idlib non cercano il coinvolgimento in una guerra, destinata alla sconfitta , contro l’esercito siriano sostenuto dalla Russia e dll’Iran. 

La Turchia pare voglia accontentare la Russia e l’Iran ( l’esercito turco e i suoi “proxies “ siriani non saranno mai in grado di attraversare i 500 km che separano Manbij da Deir-Ezzour dove si trova la zona più ricca di petrolio e gas, questa zona dista invece solo decine di chilometri dalla più vicina posizione dell’esercito siriano sull’altra sponda del fiume Eufrate. 

La Russia ha chiesto a Damasco e Teheran di stabilire una strategia e coordinarsi con le sue forze militari per proporre un piano d’azione dopo il ritiro americano con la priorità di eliminare l’ISIS evitando, se possibile ,scontri con la Turchia. La situazione , tra questi alleati, era molto delicata e complicata. Con il ritorno di Manbij, tutto sembra essere a favore dell’unita’ della Siria ,un segnale  della fine della sua possibile divisione o della creazione di una eventuale zona cuscinetto . 

Teheran e’ convinta che gli Stati Uniti non lasceranno definitivamente  il Levante e la Mesopotamia senza lasciarsi dietro dei disordini e questo da’ un motivo in più  alle sue autorità per cercare di influenzare ulteriormente il parlamento iracheno affinché richieda il ritiro americano dall’Iraq. 

Senza dubbio l’Iraq e’ uno stretto alleato dell’ Iran e sicuramente non un appassionato  sostenitore degli Stati Uniti. Il parlamento iracheno può esercitare pressione sul governo del primo ministro Adel Abdel Mahdi perché chieda al presidente Trump di ritirare le sue truppe prima della fine del suo mandato nel 2020. L’amministrazione americana e l’ “Asse della Resistenza “possono tramare e fare progetti ma l’ultima parola spetta al popolo iracheno e a quelli che rifiutano l’egemonia americana in Medio Oriente, quelli che possono accettare le perdite subite e curare le proprie ferite nella speranza di un futuro migliore .

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