Ridisegnare il Medio Oriente: perché l’Occidente dovrebbe smettere di intervenire (3).

Iraq: il progetto per dividerlo in Sunnistan,  Sciistan e  Kurdistan non è ancora stato abbandonato. 

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

Nel 2003, quando gli Stati Uniti annunciarono che avrebbero occupato l’Iraq, i giornalisti arrivavano nel paese al seguito delle forze d’occupazione, sui loro voli o attraverso il Kuwait. Non mi era concesso questo lusso. Presi un taxi da Beirut per Damasco e dalla capitale siriana fino a Baghdad. Era un lungo viaggio e non avevo informazioni su come poter viaggiare da solo in un paese in cui non ero mai stato prima ma non era comunque la prima volta che mi succedeva. 

Era la mia prima volta in Iraq e mai avrei immaginato che proprio lì avrei vissuto per nove anni. Raggiunsi il valico di frontiera di al-Tanf salutando l’ultimo checkpoint siriano ormai alle mie spalle. Al-Tanf sarebbe diventata la mia destinazione preferita negli anni a venire fino a quando non iniziarono a esserci i voli di linea  per e dall’Iraq negli aeroporti di Baghdad e Mosul. Certamente allora non sapevo che questo cartello indicatore nel deserto, lontano più di 100 chilometri dalla più vicina pompa di benzina, sarebbe diventato famoso in tutto il mondo in seguito  all’occupazione americana del valico nel 2017. 

Il lato iracheno del confine era vuoto : stranamente non venivano chiesti i visti, ma neppure c’era qualcuno lì a chiederli, non c’erano guardie di frontiera. I primi chilometri entrando in Iraq, erano costellati di crateri profondi un paio di metri causati dalle bombe americane : guidare era praticamente un’impresa acrobatica che non avrebbe però impensierito un  guidatore esperto. Era comprensibile che i guidatori di taxi chiedessero parecchio per il trasporto. 

Vivere a Baghdad nel 2003 non era così difficile per un giornalista di guerra che aveva sperimentato città assediate come Beirut nel 1982 o Sarajevo, la capitale bosniaca, rinchiusa in un assedio molto stretto nel 1993-1994 ( diventò meno pesante negli anni successivi). Frutta e verdure di stagione non mancavano benché nulla venisse importato tranne le banane. Parlare con la gente era facilissimo ma non c’erano sistemi di comunicazione o contatti internet con il mondo esterno, l’unica possibilità era la rete satellitare Thuraya o simili. All’inizio la lingua era uno scoglio ma col tempo imparai a capire e poi parlare il dialetto arabo del posto che è diverso dal dialetto levantino a me familiare, avendo passato tanti anni a seguire altre guerre. 

PICTURE BY PETER NICHOLLS-THE TIMES-09/04/03 A BAGHDAD MAN GREETS AN OCCUPYING US MARINE IN EAST BAGHDAD AS THEY ARRIVED TO LIBERATE THE CITY, FROM SADDAM AND HIS REGIME.

All’inizio dell’occupazione, i soldati americani pattugliavano le strade di Baghdad a piedi. Di solito,  correndo per le strade della città, che era il mio modo di scoprire un posto nuovo, li incontravo,  sorridenti, rilassati, senza il dito sul grilletto, pronti a fare amicizia con la gente e i bambini. Tutto era apparentemente tranquillo finchè non si manifestarono i primi segnali di un’insurrezione. I primi abitanti identificati come “ piantagrane” si trovavano a al-A’zamiyeh (Baghdad), a Falluja e Ramadi. Tutti gli iracheni con cui parlavo rifiutavano il settarismo: la società irachena era mescolata e non veniva prestata attenzione alla retorica della lotta tra sciiti e sunniti continuamente evocata dall’Occidente. 

Ero curioso di capire le motivazioni di questa situazione dato che quasi tutti quelli che incontravo in Iraq parlavano delle torture inflitte dal Mukhabarat (i servizi segreti) di Saddam e dell’imprigionamento indiscriminato di gente arrestata a caso, senza accuse fondate. Naturalmente a volte  gli iracheni esagerano raccontando le storie, affermano di avere fonti di informazione di prima mano o di conoscere testimoni oculari degli eventi mentre in realtà non sono nient’altro che il frutto di racconti. Non c’è comunque alcun dubbio : la brutalità di Saddam è innegabile. 

Parlai con Abu Leith, un ex ufficiale iracheno che visse nei sobborghi di Falluja fino al 2004. Era subito dopo il decreto di “ de-baathification” ( per rimuovere l’influenza del partito Ba’ath)  di Paul Bremer, l’istruttore di sci che diventò governatore dell’Iraq. Questo decreto rendeva centinaia di migliaia di soldati dell’esercito disoccupati, senza alcun diritto, beneficio o pensione. E’ vero che l’esercito iracheno era in fuga per l’invasione americana ma avrebbe potuto essere rimesso insieme in pochissimo tempo e i suoi comandanti esaminati per poter separare i criminali dai soldati che eseguivano gli ordini. 

Bremer signs over limited sovereignty to Iraq’s interim government, June 28,

I membri dell’esercito tornarono a casa in attesa che il nuovo governo prendesse il potere. C’erano sì dei Baatisti pericolosi in Iraq ma molti altri erano entrati nel partito per ottenere un lavoro o per provare la loro fedeltà al sistema di governo. La maggioranza capiva poco dell’ideologia del partito Baath e dei suoi scopi. 

La caduta di Saddam Hussein fu una benedizione per la maggior parte degli iracheni. Ma le forze d’occupazione americane non erano i loro salvatori bensì quelli che contribuirono di più alla distruzione dell’Iraq e all’ ascesa e al reclutamento dei gruppi terroristici  nelle generazioni a venire. Il gruppo di Zarqawi, Ansar al-Islam, era attivo nel Kurdistan prima del 2003, poi si diffuse in tutto l’Iraq ( in seguito si sarebbe trasformato nello “Stato Islamico dell’Iraq” (ISI) e poi dell’ Iraq e Siria , cioè l’ISIS) a causa dell’occupazione americana e del malgoverno della leadership provvisoria installata dall’amministrazione degli Stati Uniti . Infatti, migliaia di ex militari buttati fuori da Bremer si unirono a “al-Qaeda in Iraq” e alla sua leadership. 

Ci sono centinaia di storie come quella che Abu Leith mi ha raccontato, una storia che ho potuto verificare personalmente. 

“Camminavo tutti i giorni davanti alla casa del mio vicino la cui figlia era la donna più bella che avessi mai visto. La casa dei suoi genitori era nei sobborghi e per me lei era l’unico fiore esistente in quella parte di deserto. Sul suo viso c’era il sorriso più bello; dissi ai miei genitori che avrei voluto sposarla. Mio padre a quel punto mi diede un piccolo terreno su cui costruire qualche stanza e questo diventò il nostro palazzo e per me fonte di gioia e felicità”.

“La mia vita però iniziò a cambiare con l’embargo americano ( negli anni ’90): il nostro primo figlio moriva pochi mesi dopo la nascita per carenze nell’alimentazione. Non riuscimmo a sapere la causa reale della sua morte. I bambini attorno a noi morivano come mosche in tantissime case. La mia giovane moglie, in preda ad un esaurimento nervoso dopo la morte del nostro secondo figlio, crollò. Quel fiore così bello appassiva e ogni giorno, inginocchiata sulla tomba dei nostri bambini passava ore a parlare con loro. Le lacrime iniziarono a segnarle il viso fino al giorno in cui non tornò più a casa. Andai a cercarla finchè la trovai e per la prima volta dopo la morte dei nostri bambini aveva un sorriso sul volto. Era in ginocchio nell’unico posto dove avrebbe voluto essere, insieme a loro (morì nel 2003)”. 

“ Eravamo poveri , Bremer non mi pagava più lo stipendio e il mio unico lavoro era spingere una “arabana”, un primitivo carretto di legno con cui trasportavo gli anziani o i bagagli pesanti per brevi tratti da un posto all’altro. Avevo perso mia moglie, i miei figli e adesso il mio lavoro. Ero pieno di rabbia quando un giorno una persona che conoscevo e abitava vicino a me mi sussurrò all’orecchio: vuoi vendicare la tua famiglia? Come? risposi! Vieni con noi fu quello che mi disse. Noi siamo iracheni e vogliamo mandar via gli invasori. Gli Stati Uniti sono la causa delle nostre miserie e della morte dei nostri figli. Anch’io ho perso un figlio durante l’embargo. E’ un dono di Dio che  ci dà la sua benedizione portando qui in Iraq quelli che ci hanno causato tanta sofferenza e amarezza, e non ci obbliga ad andare in America per poterci vendicare. A questo punto tutto aveva un senso e decisi di unirmi a loro. 

Questa è una delle tante storie che gli iracheni ci possono raccontare sulle avversità che hanno affrontato dai tempi dell’embargo degli anni ’90, dieci anni prima dell’invasione. Le sanzioni imposte agli stati colpiscono soprattutto la popolazione e mai chi comanda che trova sempre il modo per mangiare, per curarsi e provvedere ai bisogni dei propri cari. 

In effetti, anche prima dell’invasione del 2003, gli Stati Uniti preparavano il terreno alle insurrezioni di gruppi come “al-Qaeda in Iraq” (AQI) in cui si radunavano i più fragili e i più vessati. 

In Mesopotamia le sofferenze della popolazione iniziarono con l’embargo “umanitario” imposto dagli Stati Uniti all’Iraq, embargo che causò la fame a tantissimi e la morte di centinaia di migliaia di bambini. Per gli Stati Uniti, come ebbe a dire il segretario di stato Albright, “ ne valeva la pena” perché quelli che morivano per mancanza di medicine o malnutrizione erano bambini iracheni e non americani. Scegliere di poter disporre della vita di centinaia di migliaia di esseri umani non è mai stato un grande problema per chi comanda nel cosiddetto “mondo libero”. La democrazia americana e il culto dei diritti umani non sono certamente applicabili  al Medio Oriente e alla sua popolazione. 

L’occupazione dell’Iraq nel 2003 fu un punto di svolta nella storia del Medio Oriente. L’intervento americano fatto con il falso pretesto che Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di massa (WMD) e in qualche modo legato a al-Qaeda, fu il modo, per l’amministrazione americana,  di poter avere la sua guerra, intervenire in Medio Oriente e portare scompiglio non solo tra gli iracheni ma anche nel resto della regione e in Europa. Le conseguenze di questo intervento continuano ad affliggere decine di migliaia di famiglie in Iraq e in Siria ma hanno anche colpito duramente  Parigi e  Bruxelles tanto per nominare due città tra quelle colpite in Europa. 

A dire il vero, l’amministrazione americana aveva pochi obbiettivi chiari all’inizio. Altre finalità vennero aggiunte in seguito, suggerite dalle opportunità e dagli sviluppi dello scenario iracheno. Gli obbiettivi americani  non sono mai stati finalizzati al benessere del Medio Oriente o del vicino continente europeo. 

Colin Powell on WMD in Iraqat the UN 2003.

E’ essenziale tornare sempre agli inizi della sponsorizzazione americana dei terroristi takfiri cioè alla guerra della Russia in Afghanistan, guerra in cui l’amministrazione americana, allo scopo di prosciugare le risorse sovietiche e dimostrare il fallimento dell’ URSS ( Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche) finanziò il disegno di intrappolarla in un pantano simile a quello della guerra del Vietnam. Il risultato fu il pieno appoggio ai Mujahedeen, in particolare a Usama Bin Laden, in Afghanistan, Pakistan, Sudan, Arabia Saudita e Emirati: tutte le risorse degli Stati Uniti e dei loro alleati vennero messe a disposizione di Bin Laden per obbligare la Russia a ritirarsi. Il “ guerriero della libertà” (Bin Laden) sarebbe diventato il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti solo in un secondo tempo. 

Bin Laden aveva allestito dei campi di addestramento alla guerriglia, motivo di piacere per Abu Musab al-Zarqawi, un criminale giordano diventato un attivo estremista radicale. Zarqawi sorpassò il suo ispiratore Bin Laden e il suo insegnante e guida (Abu Mohammad al-Maqdisi) abbracciando un terrorismo ancora più violento. Anche se il terrorismo è terrorismo, i delitti di Zarqawi furono ancora più indiscriminati e si spinsero oltre le indicazioni di al-Qaeda di limitare gli attacchi alle forze americane, evitando di colpire gli sciiti e altre minoranze. 

Gli Stati Uniti sono quelli che hanno contribuito di più ad offrire terreno fertile ad al-Qaeda in Iraq a vari livelli: 

            -Sono gli Stati Uniti quelli che hanno progettato di occupare sette stati in cinque anni,  cominciando con l’invasione dell’Iraq, secondo quanto sostiene il generale americano Wesley Clark.

             -Sono gli Stati Uniti che hanno minacciato poi di invadere la Siria durante la visita del segretario di stato americano Colin Powell a Damasco nel marzo 2003 aprendo così la strada al sostegno delle insurrezioni in Iraq contro le forze d’occupazione americane, da parte della Siria, dell’Iran e dell’Arabia Saudita ( con ragioni differenti). 

              -Sono gli Stati Uniti i responsabili dei metodi di tortura vergognosi e umilianti usati a Abu Ghraib.

               -Sono gli Stati Uniti che hanno creato l’”Università Jihadista” a Camp Bucca che ospitava criminali, innocenti e guru del jihadismo (incluso il leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi) solo per rilasciarli in seguito più organizzati e determinati che mai. 

                -Sono gli Stati Uniti che hanno causato il massacro di Fallujah e usato le bombe all’uranio impoverito in Iraq.

                -Sono gli Stati Uniti quelli che hanno visto l’ISIS crescere e che, secondo il capo della Direzione dell’Agenzia di Intelligence (DIA), il generale americano Mike Flynn, sapevano che si stava espandendo in Siria nel 2011 dove a quel tempo loro, con gli alleati, fomentavano i  disordini. 

                 -Sono gli Stati Uniti che hanno visto l’ISIS occupare una gran parte dell’Iraq, compresa Mosul, nel giugno 2014 e non hanno fatto nulla fino a metà settembre, nella speranza che il paese fosse diviso in tre distinti stati: Sunnistan, Sciistan e Kurdistan. 

Il piano di dividere l’Iraq non è ancora fuori discussione , cioè per usare un termine caro all’ amministrazione americana, non è ancora “off the table”. L’ISIS è stato sconfitto nel senso che il gruppo non controlla più una parte del territorio. Ma gli Stati Uniti hanno trasportato migliaia di combattenti dell’ISIS da Raqqa e Deir-ezzour verso zone protette vicino alla loro piattaforma operativa. 

PHOTOS Show New US Military Base in Syria While Trump Demands Troop WithdrawalSputnik International

La Siria vuole l’uscita degli Stati Uniti dal paese ad ogni costo. Un’insurrezione contro l’occupazione americana  si manifesterà inevitabilmente a meno che le forze americane non siano pronte a barricarsi in una base circoscritta e isolata dal resto della provincia di Hasaka. In Iraq le truppe americane sono ancora più vulnerabili. Se gli iracheni avranno il coraggio di chiedere agli Stati Uniti di ritirarsi dalla Mesopotamia, l’ISIS potrebbe ancora essere utile e il denaro dell’Arabia Saudita  sempre pronto per finanziarlo. Trump può sempre chiedere tutto al principe Mohammad Bin Salman perché è lui quello che lo mantiene al potere, soprattutto dopo il caso Khashoggi. Le risorse saudite sono e saranno al servizio di Trump per sovvenzionare tutto quello che vorrà fare in Iraq come in Venezuela. 

Un milione e mezzo di iracheni sono stati uccisi dai leaders americani e dai loro deliri di dominare il mondo. Invadere, attaccare, uccidere, vendere armi in Medio Oriente, tutte queste decisioni sono state messe sulla carta senza la minima preoccupazione per la distruzione e i traumi provocati e per la miseria che gli interventi esterni lasciano in eredità ai paesi del terzo mondo. Un’ ironia crudele fa sì che lo slogan “democrazia” venga usato per giustificare queste azioni (e il Venezuela è un altro esempio). Alcuni leaders americani, poi, manifestano un prosaico rimorso dopo essere stati responsabili della morte di centinaia di migliaia di innocenti come se fosse possibile lavarsi la coscienza dopo aver causato tragedie a intere popolazioni. Dopo aver ucciso e ferito più di cento soldati dell’esercito siriano che combattevano contro l’ISIS sul monte Tharda nella zona di Deir-ezzour, John Kerry si scusò banalmente promettendo di risarcire le famiglie dei soldati uccisi “per sbaglio”(così ebbe il coraggio di dire). 

Tutti i presidenti americani hanno fatto promesse di pace durante le loro campagne elettorali e giocato con parole di pace come “ Assalamou Alaikoum” per confondere gli ingenui in Medio Oriente che hanno il cuore tenero ma una visione ristretta che li porta a dimenticare cosa fanno gli Stati Uniti nel mondo e in particolare nella loro regione. 

Quando gli Stati Uniti prendono il comando tutti i tabù sulla violenza contro i civili spariscono come per incanto. I droni possono essere usati per uccidere i membri di al-Qaeda in Afghanistan e Pakistan insieme a 1.700 civili che non vengono neppure calcolati come vittime, ma come “danno collaterale”. E allora i soldati americani sparano a tutti nella regione perché questi 1.700 civili (e il milione e mezzo uccisi in Iraq) hanno dei famigliari che poi in gran numero diventano violenti estremisti in cerca di vendetta, un effetto boomerang in attesa di trovare il reclutatore adatto. E la  vendetta è lenta e dolce quando arriva a freddo come abbiamo visto a Parigi e Bruxelles.

Anche gli abitanti del continento Europeo hanno cominciato ad avere paura per le loro famiglie quando l’ISIS ha iniziato a colpire in Europa: benvenuti nella realtà e nei sentimenti quotidiani di qualunque famiglia del Medio Oriente, in particolare in Iraq, in Siria e in Libano, bersagli  scelti dagli Stati Uniti per affermare il loro dominio e controllo. 

Non sembra che gli Stati Uniti si preoccupino più di tanto dato che le conseguenze della loro politica restano confinate in Medio Oriente e in Europa. Qualcuno ancora si sta chiedendo quale sia la risposta alla domanda di George Bush “ perché ci odiano?” 

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