L’ “Accordo del Secolo (3) : La causa palestinese è l’artefice del successo di Hezbollah e dell’Iran

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

Israele non sta prendendo in considerazione un’avventura militare che lo porti a Gaza o in Siria, contro Hezbollah o contro l’Iran, per il semplice motivo che sta già raggiungendo i suoi obbiettivi a livello internazionale e anche al suo interno. 

Il suo apparato militare colpisce regolarmente i bersagli in Siria dopo aver calcolato i rischi di una possibile risposta di Damasco e dei suoi alleati ed è pronto a correre il rischio di una rappresaglia da parte loro. Se la Siria rispondesse alle continue violazioni di Israele della sua sovranità, non farebbe altro che aiutarlo ad attirare l’attenzione del mondo su di lui, quel mondo che poi farebbe di tutto per cercare di fermare un inasprimento tra Israele e tutti i suoi nemici nel Levante, invece di osservare nei minimi dettagli i suoi misfatti in Palestina e le sue violazioni degli accordi di Oslo e delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Israele sa benissimo che i suoi nemici valuteranno il momento, i benefici e la possibile reazione a qualunque risposta militare. La Siria e i suoi alleati sono consapevoli che un conflitto rallenterebbe la ripresa del paese dopo otto anni di guerra e le possibili conseguenze di una guerra con Israele sull’ economia siriana, proprio mentre il paese attraversa una pesantissima crisi economica, sarebbero devastanti. Gli alleati della Siria non sono disposti a farsi trascinare in uno scontro deciso in base ai capricci di Netanyahu e sanno bene che Trump appoggia Israele  con qualunque mezzo e a qualsiasi prezzo, un sostegno senza limiti. Una guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro la Siria sarebbe disastrosa.  

Netanyahu ovviamente si sente molto forte, potendo contare su questo incondizionato appoggio di Trump e sul sostegno interno confermato dai risultati delle elezioni. Ha preso in mano l’iniziativa riuscendo a concentrare l’attenzione del mondo sull’Iran invece che sulla Palestina. La demonizzazione dell’Iran, definito come quello a capo dell’ “Asse del Male”, può quindi distogliere l’attenzione dalla legge sulla nazionalità ebraica, dallo sradicamento dei palestinesi della zona C della Cisgiordania e dal tentativo di cancellare ogni loro traccia nei territori  che occupa. L’immenso odio saudita causato dalla diffusa influenza dell’Iran nella regione non è nuovo. Risale al 1981 quando Saddam Hussein dichiarava guerra all’Iran. La dottrina takfira wahabista dell’Arabia Saudita è la stessa dottrina di al-Qaeda e dell’ISIS e per loro i laici, gli sciiti, i drusi, gli ismailiti, gli zaidi possono essere uccisi al primo sguardo e le donne Yazidi, quelle laiche, e i loro bambini, ridotti in schiavitù. 

Il ministro della difesa israeliano diceva che avrebbe preferito l’ISIS sui  confini piuttosto che l’esercito siriano con i suoi alleati e ammetteva di aver appoggiato militarmente, ma non solo, i jihadisti  durante la guerra in Siria. Intanto l’Arabia Saudita investiva generosamente per sostenerli,  apriva le sue prigioni e i suoi confini al turismo jihadista che lasciava il paese in direzione del Levante. Israele e l’Arabia Saudita erano e sono tuttora d’accordo a ritenere l’Iran e non l’ISIS il loro nemico. 

Il progetto di Netanyahu è quello di riuscire a mantenere viva una retorica aggressiva nei confronti dell’Iran mentre cerca di allontanare da Gaza un milione di profughi palestinesi per mandarli nei territori egiziani del Sinai, così da poter poi dividere Gaza nelle zone A, B, C come hanno fatto i suoi predecessori in Cisgiordania con gli accordi di Oslo del 1993. Il primo ministro israeliano ambisce inoltre a normalizzare le relazioni tra Israele e i paesi arabi e a stabilire con questi ultimi rapporti diplomatici e commerciali isolando l’Iran e la sua asse, cioè la Siria, il Libano, l’Iraq, Gaza e lo Yemen. Con grande soddisfazione Netanyahu ha fatto sapere al mondo che “ più di due leaders arabi sono corsi a congratularsi con lui per la sua vittoria nelle ultime elezioni”, elezioni in cui la coalizione di estrema destra ha ampiamente vinto sulla destra storica. 

La striscia di Gaza: 

Gaza è la chiave di volta del cosiddetto “Accordo del Secolo”. Netanyahu, come anche Hamas oggi, non è in grado di affrontare un milione di rifugiati e un altro milione di abitanti, quando lui o quelli che verranno dopo di lui decideranno di entrare a Gaza. Gli abitanti della striscia  hanno urgente bisogno di acqua, elettricità , cure mediche, infrastrutture, scuole, università, sicurezza e rapporti con il mondo esterno. La situazione economica a Gaza è critica e Hamas deve fare i conti con le sanzioni imposte alla sua amministrazione. 

Gaza fu amministrata dall’Egitto a partire dal 1949 e proprio per questo a Netanyahu è venuta l’idea di spostare nel Sinai i palestinesi. Negli anni ’50 il presidente egiziano Abdel Nasser inviava a Gaza il generale Mustafa Hafez che avrebbe creato, nel 1955 le “ forze Fedayeen palestinesi “. Abdel Nasser visitava al-Arish con Abdel Hakim Amer e Salah Salem eleggendo Hafez a comandante dell’ “Esercito della Palestina”. Il presidente egiziano riteneva che non bisognasse basarsi sulle risoluzioni delle Nazioni Unite ma fu incapace di restituire ai palestinesi i loro territori. Hafez combattè contro l’unità 101 guidata da Ariel Sharon ma venne assassinato dai servizi di intelligence israeliani. 

David Ben Gurion decideva di unirsi ai britannici e ai francesi in guerra contro il presidente Nasser a causa della sua decisione di nazionalizzare il canale di Suez. Israele vedeva nel carismatico presidente egiziano un pericolo alla sua esistenza, voleva avere il controllo di Gaza e chiedeva alla Francia di costruire la struttura nucleare di Dimona. 

Ben Gurion entrava a Gaza, Rafah e al-Arish attaccando 200.000 rifugiati palestinesi (era il numero a quel tempo). Venivano da Haifa, Yafa, Gallilea, Gerusalemme e da altre parti della Palestina. Israele uccideva a sangue freddo un gran numero di civili (tra 275 e 900) nei nove giorni del massacro. Già negli anni ’50 Ben Gurion voleva attuare l’ “Accordo del Secolo”. Israele fu anche responsabile di un altro massacro a Kfar Qassem, dove uccise 49 contadini che tornavano alle loro case senza sapere che era stato imposto il coprifuoco all’improvviso da Israele (l’ex primo ministro Ehud Barak lo ha confermato). 

Israele adottava allora la politica delle “porte aperte” per incoraggiare o intimidire i palestinesi affinché lasciassero il paese. Ma i massacri israeliani non li convinsero ad andarsene dai loro territori come era successo nel 1948. Indifferenti alla politica ferrea israeliana decisero di restare anche in condizioni pessime. 

In questi giorni Israele sta usando Trump per cercare di forzare i palestinesi. Trump ha dato Gerusalemme (e il Golan) a Netanyahu e probabilmente farà lo stesso con la zona C della Cisgiordania. Bisogna anche ricordare che il presidente americano ha bloccato i fondi destinati all’ agenzia delle Nazioni Unite (UNRWA) che soccorre i rifugiati palestinesi per obbligarli ad accettare quello che vuole Netanyahu. 

Tutto ciò sta spingendo i palestinesi verso quella che ormai sembra essere l’unica soluzione possibile : unirsi alla resistenza e combattere per la propria terra. Coloro che hanno deciso di affrontare Israele sono convinti che sia “ più fragile di una tela di ragno “. Nonostante i proiettili israeliani stiano uccidendo i bambini, gli anziani e le donne, ogni settimana i palestinesi manifestano per il loro diritto al ritorno. La resistenza palestinese (per la prima volta 14 gruppi si sono uniti in un’unica sede operativa per decidere insieme le azioni militari contro Israele) ha dimostrato di avere le capacità di bombardare Tel Aviv riuscendo a obbligare Netanyahu a venire incontro ad alcune delle sue richieste. 

“ Netanyahu ha detto che permetterà la riapertura del passaggio tra Gaza e l’Egitto e l’arrivo del denaro ad Hamas; ha allargato il perimetro delle acque dove si può pescare e permesso il passaggio di quelle merci di cui c’è più bisogno. La resistenza palestinese ha acconsentito a non usare più “ metodi brutali” ( gli aquiloni incendiari) ed è riuscita a far uscire dalle carceri israeliane 1027 prigionieri con la liberazione del soldato Gilad Shalit. Adesso ha bloccato i negoziati con Netanyahu sui 5 israeliani che detiene. Come contro-mossa a ciò, Israele ha di nuovo arrestato 56 prigionieri che aveva rilasciato nel negoziato riguardante Shalit. Se questi prigionieri non vengono rilasciati, i negoziati tra la resistenza e Israele non ricominceranno” ha detto la fonte palestinese. 

Per i palestinesi è difficile riconciliarsi tra loro e unirsi contro l’”Accordo del Secolo”. Il presidente Abbas vorrebbe controllare Gaza e Hamas sarebbe felice di trasferirgli la leadership politica purché la resistenza armata mantenga la sua autonomia. Hamas ha problemi come  organizzazione e a livello economico e vorrebbe non avere più questa responsabilità. Hamas non ha imparato niente dall’esperienza di Hezbollah in Libano. Nonostante il suo enorme potere militare Hezbollah, saggiamente, rifiuta di esercitare il controllo politico  evitando così le colpe che si possono attribuire ad una cattiva amministrazione. Abbas crede nella resistenza a parole e non in quella armata. Netanyahu appoggia i suoi metodi pacifici proprio perché con il dialogo i palestinesi non sono mai riusciti ad avere indietro i territori. Abbas vuole che Hamas conservi il controllo di Gaza a meno che non consegni le armi. Questa condizione è stata rifiutata da tutti i gruppi della resistenza presenti a Gaza. 

Hamas ha fatto molti errori in passato.In Iraq e in Siria molti militanti che erano prima di Hamas si sono uniti a al-Qaeda e all’ ISIS sperando proprio di fondare uno stato islamico. Molti di loro, addestrati in precedenza da Hezbollah in Libano sono ricomparsi in veste di kamikaze o sul campo di battaglia a combattere contro i governi dell’Iraq e della Siria e il loro scopo non era certo legato alla Palestina. La leadership politica è passata da un’alleanza all’altra dichiarandosi nemica del presidente Bashar al-Assad che ancora oggi rifiuta la riconciliazione con Hamas. Altri gruppi palestinesi hanno agito come “ mercenari” al servizio di Muammar Gheddafi, Saddam Hussein e Hafez Assad. 

Netanyahu non è riuscito ad ammansire la resistenza perché non ha né l’intenzione di dare dei territori ai palestinesi né di restituire loro quelli che Israele sta occupando o ha ricevuto in dono da Trump. Le politiche di Netanyahu giustificano la “ragion d’essere” di Hezbollah, la continua presenza dell’Iran nel Levante e forniscono al presidente Bashar al-Assad le motivazioni per rifiutare qualunque negoziato con Israele in futuro continuando a rimanere nell’ “Asse della Resistenza”. Netanyahu sta offrendo anche all’Iraq le motivazioni per simpatizzare con la causa delle popolazioni levantine e così facendo condanna Israele ad essere uno stato in guerra permanente con i suoi vicini. 

Ma l’ultima parola non spetta né a Netanyahu né a Trump. Spetta ai palestinesi. Le ricchezze del Medio Oriente sono state investite nelle guerre che hanno tormentato la regione e adesso vengono messe al servizio di Netanyahu che, con l’aiuto di Trump, cerca di cambiarne la carta geografica. Ma un detto popolare riferisce che non tutte le ciambelle riescono col buco. 

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