L’Iran rifiuta qualsiasi negoziato ma segnala che ci sono differenze al suo interno : le sue certezze sono ancora intatte a dispetto delle pesanti sanzioni

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

Nonostante l’atteggiamento positivo del ministro degli esteri iraniano Jawad Zarif che ha proposto uno scambio di prigionieri tra Washington e Teheran (un tentativo per risolvere la situazione di stallo e ammorbidire le recenti tensioni), il presidente del parlamento iraniano Ali Larijani e Qassem Soleimani, comandante del “Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica” (IRGC) hanno entrambi detto no a qualsiasi tentativo di riavvicinamento . Questa è la tendenza generale dei radicali in Iran, la rigidità che prevale rispetto ad un atteggiamento flessibile, in risposta alle dure sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto al paese. In realtà l’Iran sta dando segni di forza, appare meno preoccupato dalla “politica dello strangolamento”americana , convinto di poter far fronte alla decisione dell’amministrazione degli Stati Uniti di imporgli “ esportazioni di petrolio pari a zero”e certo anche di riuscire a sopravvivere esattamente come ci è riuscito negli ultimi 40 anni, segnati dalle sanzioni impostegli da tutti i presidenti americani a partire dal 1979. 

La politica dell’amministrazione degli Stati Uniti da quando è presidente Donald Trump, è quella di imporre la sua egemonia e di mostrare i muscoli imponendo sanzioni politiche e finanziarie nei confronti dei paesi invece di mandare le truppe a sottomettere i nemici con azioni militari bellicose. Tutti i paesi che si oppongono all’egemonia americana sono sottoposti ad un esame al microscopio da parte degli Stati Uniti e messi nella lista dei paesi sanzionati : Russia, Cina, Corea del Nord, Cuba, Nicaragua, Yemen, Libano, Iran, Siria e molti altri. 

Queste sanzioni hanno lo scopo di andare a colpire l’intera popolazione, distruggere l’economia locale e, in conseguenza, scatenare delle rivolte interne che porteranno allo scopo finale: cambiare i regimi. Gli Stati Uniti non pensano proprio di intervenire militarmente a meno che la situazione sia sufficientemente matura da implicare un costo risibile per lo sforzo e le spese militari. La politica di George Bush che prevedeva l’intervento militare diretto sembra ormai totalmente fuori moda. L’Iran sa perfettamente tutto ciò e quindi è tranquillo perché non viene minacciato dall’esterno il suo controllo della situazione del paese. Teheran sembra sia preparata a sopportare un assedio economico che durerà almeno tutto il tempo in cui Trump resterà al potere (fino al 2020) e, secondo fonti ufficiali iraniane, anche fino alla fine del suo secondo mandato se venisse rieletto. 

La Casa Bianca è convinta che i paesi mediorientali possano rimpiazzare quei due milioni di barili di petrolio iraniano “persi” che venivano esportati ogni giorno. In poche parole, gli obbiettivi americani sono due : impedire le esportazioni di petrolio iraniano e compensare tutta la quantità persa per poter evitare il panico dei mercati e un prezzo che potrebbe sfuggire al controllo. E infatti tutti e due questi obbiettivi degli Stati Uniti non sono raggiungibili. 

Teheran non possiede soltanto una notevole flotta di petroliere, ma anche centinaia di camion che possono trasportare il petrolio nei paesi vicini come il Pakistan, la Turchia e l’Iraq. A detta di fonti molto ben informate, “ l’Iran ha comunicato ai suoi vicini l’intenzione di vendere il suo petrolio ad un prezzo molto più basso di quello di mercato “ rendendo così impossibile un vero e proprio assedio. Non dimentichiamo che quando l’ ISIS controllava parti della Siria e dell’Iraq tutti i paesi vicini compravano il petrolio da lui proprio per il suo basso prezzo. 

La ritorsione dell’Iran nei confronti delle sanzioni americane è proprio quella di rifiutare qualsiasi negoziato con l’amministrazione degli Stati Uniti cioè rifiutare quello che Trump sperava di ottenere. “ Non è possibile negoziare con quest’uomo (Trump). E’ pericoloso. Non facciamo errori proponendo di trattare con lui ( alludendo al ministro Zarif )”, ha detto il presidente del parlamento iraniano Ali Larijani. 

Il generale Soleimani ha detto :” il nemico ci vuole trascinare al tavolo dei negoziati con pressioni economiche e questo modello di negoziati è un esempio di sottomissione… i negoziati a queste condizioni equivalgono ad una resa e noi non ci arrenderemo a questo tipo di umiliazione”. 

Secondo fonti iraniane, Sayyed Ali Khamenei “ si è sempre dimostrato scettico nei confronti delle intenzioni americane, anche durante la presidenza di Obama, rifiutandosi di negoziare qualunque cosa eccetto il trattato nucleare che ebbe un esito positivo in seguito all’insistenza del presidente Rouhani di dare una possibilità ai suoi diplomatici e provare. Sayyed Khamenei non accetterebbe di sicuro un colloquio con Trump il cui approccio nei confronti dei suoi alleati in Medio Oriente è platealmente arrogante e, vista la facilità con cui annulla e nega le stesse cose che ha detto prima, non garantirebbe il rispetto degli accordi ”. 

Washington spera di portare l’Iran al tavolo dei negoziati mentre Teheran cerca di rovinare i piani degli Stati Uniti. Secondo gli Stati Uniti l’Iran con le sanzioni ha perso 10 miliardi di dollari. Tuttavia, secondo le fonti, “ negli ultimi 40 anni l’Iran ha perso centinaia di miliardi di dollari (ma senza cedere) quando la sua autonomia era ai minimi livelli sul piano industriale e dei bisogni essenziali. L’Iran di oggi non è quello del 1979 quando la rivoluzione prese il potere ma neanche quello del 1989 quando decise di fermare la guerra impostagli da Saddam Hussein.” E’ chiaro che entrambi, Stati Uniti e Iran stanno mettendo dei paletti e pare non vogliano allontanarsi dalla posizione che hanno assunto. 

Soleimani e Larijani hanno messo in luce le differenze esistenti all’interno della leadership. Zarif non avrebbe potuto proporre uno scambio di prigionieri senza il consenso del suo diretto superiore, il presidente Rouhani. Soleimani e Larijani sono della stessa “parrocchia”, entrambi molto vicini ad Ali Khamenei che dal primo momento è sempre stato contrario a qualunque riavvicinamento agli Stati Uniti. 

Alcuni analisti sostengono che le diverse posizioni delle autorità iraniane non siano altro che una distribuzione di ruoli, una teoria negata dalla stessa fonte ufficiale iraniana. “ Al contrario, è una posizione ferma che ribadisce che l’Iran non tratterà a meno che gli Stati Uniti non rispettino gli impegni presi precedentemente.” Sayyed Ali Khamenei non ha voluto  coinvolgere il paese in una rinegoziazione con gli Stati Uniti di questioni che non siano la ripresa del trattato nucleare, il rilascio dei beni iraniani trattenuti dagli Stati Uniti e l’abolizione delle sanzioni. 

L’atteggiamento di Trump di disattendere le leggi internazionali, ignorare il ruolo delle Nazioni Unite, la sua imposizione indiscriminata di sanzioni ai paesi, le sue revoche di accordi precedentemente siglati dagli Stati Uniti e la sua totale mancanza di considerazione nei confronti  degli alleati mediorientali ed europei non faranno altro che rendere sempre più radicale l’Iran. Trump sta certamente spingendo radicali e pragmatisti verso un’unificazione in futuro delle loro posizioni che si ritroveranno nella lotta all’egemonia americana nel mondo. 

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