Il JCPOA (il piano d’azione congiunto globale) un anno dopo il ritiro degli Stati Uniti : Stati Uniti e Iran mostrano i muscoli

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Un anno dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (chiamato anche JCPOA- piano d’azione congiunto globale) Washington sta mostrando i muscoli annunciando la partenza, in realtà già in programma da tempo, della portaerei Abraham Lincoln e del suo “Carrier Strike Group” (gruppo da battaglia) come atto di intimidazione nei confronti dell’Iran per costringerlo a sedersi al tavolo dei negoziati. L’Iran ha risposto con un video in cui molte navi americane nel Golfo Persico venivano indicate come potenziali bersagli. Chiaramente entrambi i messaggi hanno lo scopo di evitare una guerra. L’Iran probabilmente farà riferimento alle risoluzioni 26, 36 e 37 per mandare un avvertimento alle Nazioni Unite che rettifichino la violazione del trattato da parte degli Stati Uniti, se no Teheran si sentirà legalmente autorizzata a “smettere di adempiere ai suoi impegni in toto o in parte”. Si pensa che questo sarà quello che verrà annunciato dal presidente Rouhani domani, mercoledì 8 maggio, secondo fonti ufficiali iraniane, che ritiene l’Iran ancora impegnato nell’accordo.

“L’Iran non vuole provocare una reazione ostile da parte delle Nazioni Unite e degli alleati europei e vuole in questo modo evitare che si uniscano agli Stati Uniti nell’imposizione di sanzioni come hanno fatto nel 2011. Per questo motivo l’Iran resterà un membro firmatario del JCPOA. Oggi coloro che hanno apprezzato e firmato il trattato nucleare si oppongono, anche se solo verbalmente, al ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo e alle loro imposizioni di sanzioni” mi ha detto una fonte ufficiale. 

Si prevede che l’Iran si attenga all’articolo 26 invitando l’amministrazione degli Stati Uniti , il Presidente e il Congresso a “ astenersi dall’imporre nuove sanzioni collegate al nucleare…re-introdurre o re-imporre sanzioni come specificato nell’Annex II”(Allegato II-impegni relativi alle sanzioni). Secondo l’articolo 26, il non rispetto  dell’accordo da parte degli Stati Uniti, offrirà all’Iran “ le basi per smettere di attenersi ai suoi impegni nel JCPOA in toto o in parte”. 

Probabilmente l’Iran si appellerà all’articolo 36 che recita “ se l’Iran ritiene che qualcuno dei membri EU+3 non rispetti gli impegni del trattato, potrà presentare il problema alla commissione congiunta per risolverlo…che avrà 15 giorni per farlo a meno che il periodo non venga esteso consenzientemente”. Pertanto non è credibile che l’Iran decida di andare ad una guerra di tipo militare contro gli Stati Uniti, piuttosto farà dei passi a livello legale prima di usare il suo diritto di interrompere i suoi obblighi, totalmente o in parte. 

Secondo le fonti iraniane, quelli che nel paese vorrebbero “un immediato, completo ritiro dal JCPOA, non sono riusciti a convincere tutti quelli che prendono le decisioni ad adottare un approccio radicale, ci riusciranno forse se le Nazioni Unite e l’Europa (Regno Unito, Francia e Germania) non riescono a togliere le sanzioni all’Iran e a fare qualcosa per favorire le esportazioni iraniane di petrolio e le importazioni di tecnologia e merci necessarie al paese. L’Iran avrebbe a questo punto la possibilità di ignorare le preoccupazioni legate al reattore nucleare ad acqua pesante di Arak che può produrre plutonio utilizzabile per la costruzione di ordigni nucleari e in più potrebbe ricominciare le capacità di arricchimento dell’uranio senza restrizioni”. 

E’ chiaro che l’Iran non ha intenzione di chiudere lo Stretto di Hormuz, così come è evidente che gli Stati Uniti non stanno cercando un confronto militare con l’Iran. La marina militare degli Stati Uniti, come procedura, è in contatto regolare con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) che si trova all’ingresso dello stretto di Hormuz, nonostante l’ IRGC sia sulla lista dei terroristi stilata dagli Stati Uniti. 

L’amministrazione americana avrebbe preferito appoggiare un paese mediorientale intenzionato a dichiarare guerra all’Iran. Ma l’Iran non è lo Yemen e ha una potenza di fuoco sufficiente a scoraggiare tutti i paesi della regione a fare questa scelta. Così, una guerra che ha scarse   prospettive di successo per l’Occidente, non è prevista, malgrado le tensioni nel Golfo Persico stiano aumentando. 

Gli Stati Uniti non riescono ad intimidire l’Iran e a portarlo al tavolo dei negoziati. Le loro richieste articolate in 12 punti non sono e non saranno mai accolte dall’Iran neppure minimamente. L’Iran non se ne andrà mai dalla Siria a meno che non gli venga chiesto dal presidente Bashar al-Assad e non smetterà di sostenere i suoi alleati in Medio Oriente a meno che non venga modificata la costituzione. E come ultima cosa, l’Iran considera la sua produzione di missili una strategia difensiva contro ogni possibile aggressione. Questa strategia tiene conto dell’esperienza fatta nella guerra tra Iraq e Iran degli anni ’80, guerra in cui l’Iran era molto meno ben equipaggiato di quanto lo sia oggi. 

Nonostante le enormi potenzialità militari degli Stati Uniti, l’amministrazione americana sta mandando segnali di debolezza ai suoi alleati in Medio Oriente e all’Iran. Le sfide di Teheran agli Stati Uniti vengono osservate attentamente anche dai paesi del Golfo che dovrebbero pensarci due volte prima di scontrarsi con l’Iran. 

Il presidente Hassan Rouhani ha rifiutato le richieste di Trump di incontrarlo ben otto volte. L’amministrazione americana non riuscirà, di sicuro, a portare l’Iran al tavolo dei negoziati mandando la portaerei Abraham Lincoln e pare proprio incapace di imporgli l’azzeramento delle esportazioni di petrolio. Il Medio Oriente è in ebollizione e possono  sempre esserci degli errori di valutazione. Ma in realtà queste mosse sono più una dimostrazione di forza che non la possibilità che si arrivi ad una guerra. 

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