Perché l’Iraq non ha reagito agli attacchi di Israele? Parte 1/2

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

Iraq e Siria avevano deciso di riaprire il valico di frontiera tra i due paesi ad Albu Kamal-al Qaem, essenziale per gli interessi economici di entrambi e prezioso anche per l’“Asse della Resistenza” (Iran, Iraq, Siria e Hezbollah in Libano) ma ventiquattrore prima dell’apertura i militanti iracheni presenti sul lato siriano del confine subivano un pesante attacco che provocava delle vittime. Hashd al-Shaabi, le Forze di Sicurezza irachene o “Forze di Mobilitazione Popolare”, accusavano Israele dell’attacco attribuendogli il lancio dei numerosi droni provenienti dalle strutture militari nel nord-est della Siria, zona occupata dalle truppe degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti mantengono infatti una postazione a pochi chilometri da al-Qaem, confinante con la città. I loro diplomatici a Baghdad fanno da sempre pressione sul governo iracheno perché tenga chiusi i confini, per obbligare il presidente siriano Bashar al-Assad alle dimissioni. Adesso Baghdad sembra meno determinata di prima a riaprire il confine e il primo ministro Adel Abdel Mahdi non ha un sufficiente appoggio politico interno per poter prendere autonomamente delle decisioni o per proteggere le sue forze di sicurezza dagli attacchi ma neppure per mettere in guardia le forze americane dall’usare Israele come loro agente. Un altro fattore importante che mette a rischio Hashd al-Shaabi è la netta divisione che c’è in Iraq tra i politici e la leadership religiosa. 

Nell’ultimo mese Israele ha violato più di una volta lo spazio aereo dell’Iraq per andare a colpire le sue forze di sicurezza, i suoi depositi e anche un comandante militare. Il motivo per cui Israele si sente libero di poter attaccare è molto semplice: oltre a poter contare su molti amici, ha, con alcuni politici iracheni e in generale nel mondo arabo, un nemico in comune e questo nemico è proprio Hashd al-Shaabi. 

Infatti il ministro degli esteri del Bahrein salutava l’attacco israeliano a Hashd utilizzando la stessa narrativa impiegata da Israele quando attacca un paese nemico o una potenziale minaccia : è “auto-difesa”. Dopo tutto, questa è una componente essenziale della strategia della deterrenza adottata da Moshe Dayan a partire dal 1955. 

Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu confermava l’attacco e perdipiù il suo ministro degli esteri Yisrael Katz va dicendo che Israele “ è l’unico che fa qualcosa contro l’Iran in Iraq”. Il primo ministro iracheno Adel Abdel Mahdi politicamente ha le spalle scoperte e viene visto come colui che va a braccetto con Hashd. Malgrado il Marjaiya di Najaf e altri importanti leaders sciiti siano contro Israele, vorrebbero, insieme ad altri sciiti, sunniti e curdi di Erbil, che Hashd non subisse l’influenza dell’Iran ma che si sciogliesse nelle altre forze di sicurezza o magari sparisse una volta per tutte. La presenza di Israele nel Kurdistan iracheno non è una novità così come la sua collaborazione militare con i curdi. Inoltre per colpire gli alleati dell’Iran, Israele può contare sul suo migliore alleato alla Casa Bianca e sulle strutture logistiche che le forze americane gli offrono in Iraq e anche nel nord-est (occupato) della Siria. 

Il primo ministro Adel Abdel Mahdi ha dato ordine di formare tre commissioni per investigare gli attacchi ai depositi delle forze di sicurezza e al comandante militare. Membri di queste commissioni mi hanno confermato che ci sono segni evidenti di un coinvolgimento israeliano e i risultati dell’indagine sono stati consegnati ad Abdel Mahdi che dovrà decidere se annunciarli pubblicamente o meno. 

Ma Hashd ha deciso di creare la sua “unità aerea” per abbattere i droni, israeliani o americani e per affrontare Israele e gli Stati Uniti caso mai ci fossero le occasioni. E’ abbastanza probabile, secondo i dirigenti iracheni, che i responsabili americani in Iraq siano stati avvertiti dei movimenti israeliani nei cieli del paese. E ben poco può fare il governo iracheno per proteggere le truppe americane se Hashd dovesse subire altri attacchi, infatti potrebbero essere loro a pagare il conto delle scorribande di Netanyahu in Iraq. 

Israele sta espandendo la sua attività militare, viola la sovranità di parecchi stati per attaccare obbiettivi o colpire e uccidere al di là dei suoi confini, sempre allo scopo di tagliare la testa al serpente, l’Iran. Mi ha detto uno tra quelli che prendono le decisioni : “ Il governo del primo ministro Adel Abdel Mahdi è convinto che dietro l’attacco ci fosse Israele appoggiato dagli americani, ma cerca di non formulare  un’accusa diretta per evitare anche l’imbarazzo dovuto alla mancanza di risposta”. Proprio Abdel Mahdi in un incontro privato ha detto che “ il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti ha il terrore di diventare il bersaglio di Hashd dato che la responsabilità è di Israele e non degli Stati Uniti e promette di mettere fine a questo comportamento”. Queste  sono le parole esatte usate dal primo ministro. Le domande sono: perché Israele crede di poter colpire l’Iraq senza essere punito e quali sono gli obbiettivi dell’Iran in Iraq? 

Lo scopo finale di Israele e degli Stati Uniti è quello di bloccare, indebolire e sottomettere l’Iran, i suoi alleati e tutti quei gruppi e paesi  che rifiutano l’egemonia degli Stati Uniti in Medio Oriente, in particolare Yemen, Siria, Libano, Palestina e Iraq. 

Hashd, la “forza di mobilitazione”, è stata creata nel 2014 su richiesta del Grande Ayatollah Sayyed Ali Sistani per la “Jihad Kifa’ei”(obbligo collettivo di Jihad fino a quando viene raggiunto un numero adeguato di membri per poter sconfiggere l’aggressore). Da Hashd al-Shaabi (sciita) sono scaturite altre formazioni sotto lo stesso comando : Hashd al-Ashaaeri ( sunnita) e Hashd Babylon (cristiana). Hashd al-Shaabi è stata essenziale nel fermare l’avanzata dell’ISIS quando quest’ultimo occupava un terzo dell’Iraq e l’esercito iracheno si ritirava in modo caotico (InsihabKay’fi) e fuggiva da una buona parte delle province di Ninive, Salahuddin e Anbar. 

Nel 2014, quando l’ISIS occupava un terzo dell’Iraq, il primo ministro Nuri al-Maliki chiedeva addestratori all’Iran e ad Hezbollah per due motivi: gli Stati Uniti negavano il loro aiuto ( intervennero solo due mesi dopo l’occupazione dell’ISIS) e le forniture di armi, già pagate, a Baghdad e a Erbil ; l’Iraq aveva bisogno di una forte ideologia per affrontarne un’altra opposta ( quella dell’ISIS). Pertanto nasceva questa  solida ideologia e veniva creata una piattaforma che garantiva a Hezbollah e all’Iran una presenza dovunque. Anche gli Stati Uniti sono riusciti a creare degli alleati affidabili all’interno delle unità dell’antiterrorismo iracheno, le “Golden Units” e altre, fornendo addestramento e sicurezza. A causa della sua forte influenza all’interno di Hashd, l’Iran non veniva accolto con entusiasmo dal Marjaiya di Najaf ( una delle città più sacre dell’Islam sciita) e neppure dal potente leader sciita Moqtada al-Sadr. 

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