Perché l’Iran non ha reagito agli attacchi di Israele? Parte 2/2

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

Gli Stati Uniti e Israele approfittando delle differenze presenti al suo interno, cercano di condizionare la politica irachena per riuscire a colpire Hashd al-Shaabi, le “Forze di Mobilitazione Popolare” (PMF). Queste forze possono contare su un significativo sostegno all’interno dell’Iraq ma nello stesso tempo si sono anche fatte parecchi nemici. Il motivo di questa insofferenza è il loro vincolo con l’Iran. Eppure l’Iran è ritenuto un paese affine all’Iraq, un paese confinante con cui sussiste un forte legame religioso. L’Iran ha sostenuto l’Iraq quando Baghdad  era minacciata dall’ISIS. 

Tutto ha avuto inizio quando Moqtada terrorizzava la città di Najaf con i suoi scagnozzi e minacciava il Grande Ayatollah Sayyed Ali Sistani, lo Sceicco Bashir al-Najafi e lo Sceicco Ishac al-Fay’yad. Moqtada a quel tempo era la pedina numero uno dell’Iran perché aveva preso l’iniziativa di combattere contro le forze militari degli Stati Uniti. Passati cinque anni in cui l’Iran lo appoggiava in tutto, nel 2008 il rapporto iniziò a degenerare, fino a inacidirsi qualche anno dopo. Al-Sadr accusava l’Iran di aver diviso la leadership sadrista in vari gruppi: “Asaebahl al-Haq”, “Harakat al-Nujaba” e “Kataeb Imam Ali”. Ma Moqtada non era il solo ad avere dei problemi con l’Iran.

Il Marjaiya accusava l’Iran di aver appoggiato Moqtada all’inizio  disapprovando i suoi scontri con gli Stati Uniti nel 2003 e 2004 malgrado fosse stato proprio il Grande Ayatollah Sistani a salvare la vita a Moqtada impedendo ai militari americani di catturarlo. Oggi Sayyed Ali Sistani mantiene una relazione cordiale con il leader sadrista, senza necessariamente avallare le sue azioni ben poco strategiche e condivide con lui il suo scontento nei confronti della politica dell’Iran e delle interferenze di quest’ultimo negli affari iracheni. Sayyed Ali Sistani voleva evitare che l’Iraq diventasse il teatro della lotta tra Iran e Stati Uniti e non ha cambiato linea, la pensa sempre così. Il Marjaiya di Najaf accusava inoltre Soleimani e Hezbollah, tacitamente, di intromissione  nelle faccende dell’Iraq per manovrare la formazione dei vari governi.  

Con grande dispiacere di Sayyed Sistani e Moqtada al-Sadr e in disaccordo con loro, l’Iran e Hezbollah giocavano un ruolo fondamentale nel diffondere una forte ideologia tra i militanti e le forze di sicurezza e nella formazione di parecchi governi iracheni, ad iniziare da quello del primo ministro Ibrahim al-Jaafari per arrivare a quello odierno di Adel Abdel Mahdi. Sayyed Sistani eccezionalmente scriveva una lettera (cosa mai fatta prima) molto chiara per impedire a al-Maliki di ottenere un terzo mandato. Haidar al-Abadi prendeva il posto di al-Maliki senza l’approvazione di Soleimani. Durante tutto il suo mandato infatti al-Abadi fu sempre ostile a Soleimani, ma il comandante iraniano riuscì a far eleggere Adel Abdel Mahdi e a rimuovere Abadi dal ruolo di primo ministro. 

Quando l’ISIS occupava un terzo dell’Iraq e quindi tutto quello su cui non c’era accordo veniva momentaneamente dimenticato, (ma non risolto) nasceva Hashd grazie alla richiesta di Sayyed Sistani. Questa  formazione veniva armata dall’Iran che forniva armi a Baghdad e a Erbil per combattere il nemico comune prima che riuscisse ad arrivare anche alle porte dell’ Iran. Sayyed Sistani organizzava delle unità all’interno di Hashd e le dotava di armi usando il denaro del “ beit al-mal “ ( “casa del tesoro”, denominazione dell’erario della comunità dei fedeli musulmani).  

Truppe degli Stati Uniti e dell’Iraq convivono oggi all’interno dello stesso perimetro in diverse basi sparse su tutto il territorio iracheno e la parte più grande di ognuna di queste basi ospita le truppe americane che ne hanno il totale controllo in piena autonomia e indipendenza. Questo è il “regalo” dell’ ex ministro Abadi agli americani : totale immunità e indipendenza nelle basi. 

Ma secondo i servizi di intelligence iracheni a Baghdad che si basano su informazioni attendibili e sui radar alleati, gli Stati Uniti quasi certamente usano queste basi per dare appoggio logistico a Israele. Le fonti irachene non hanno tutti i torti a credere che i droni usati contro le forze di sicurezza irachene e quello che ha ucciso il loro comandante siano partiti da posti all’interno dell’Iraq. 

Israele è famoso per la sua notevole capacità di capire quasi sempre la  situazione politica del paese in cui o con cui agisce, una conoscenza fondamentale per poter valutare le minacce e le loro conseguenze. Infatti la situazione politica dell’Iraq oggi ricorda quella libanese del 2006 quando Israele decise di fare la guerra al Libano. Nel 2006 il Libano era diviso a livello politico in due blocchi, uno denominato  “8 marzo” che appoggiava l’ “Asse della Resistenza” e l’altro chiamato “ 14 marzo” filo-americano. Israele, approfittando di questa divisione interna al paese avrebbe voluto disarmare Hezbollah e obbligarlo a ritirarsi da tutto il sud del Libano e dai confini con la Siria ma gli andò male. Il governo libanese allora guidato da un membro della coalizione “ 14 marzo” cercò senza riuscirci di smantellare il sistema segreto di comunicazione (fibra ottica) di Hezbollah che collegava tutto il Libano, incluse le linee di comunicazione con i dirigenti siriani. 

Oggi nel 2019, come dicevamo, l’Iraq si trova in una situazione simile a quella del Libano nel 2006. E ancor peggio, in Iraq gli sciiti sono divisi su quella che dovrà essere la funzione futura delle forze di sicurezza, Hashd al-Shaabi, e come scioglierle all’interno della polizia federale e dell’esercito per evitare l’affermazione e la conseguente ufficializzazione di un’unità indipendente. 

Queste divisioni aprono un varco che permette a Israele di intrufolarsi e attaccare gli alleati dell’Iran proprio nel “cortile di Teheran”. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono altissime e lo spettro di una guerra contro l’Iran continua a incombere sul Medio Oriente. Si dice che l’Iran abbia dotato le forze irachene di missili di precisione. Il leader iracheno sciita Sayyed Ammar al-Hakin ha comunque detto : “l’Iraq non è un deposito per le armi non irachene, l’Iraq non è il palcoscenico per altre guerre. Dovremmo mettere da parte le nostre divisioni.” 

L’Iran vuole rendere sempre più forte Hashd perché l’ISIS e gli Stati Uniti in Iraq sono ancora molto presenti. Teheran vorrebbe continuare ad avere i vantaggi che derivano dalla stabilità dell’Iraq proprio per attenuare quella “massima pressione” imposta dall’amministrazione americana alla sua economia, per potergli così vendere petrolio e elettricità e promuovere tutti i commerci. Questa situazione permette agli Stati Uniti e a Israele di avere una cosiddetta “mano libera” in Mesopotamia, ma non ancora per molto. Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu non può fare come in Siria e attaccare centinaia di volte l’Iraq perché metterebbe sicuramente in pericolo le truppe americane. L’Iraq con i suoi seri contatti con Russia, Cina e Iran sta cercando di avere delle capacità missilistiche per poter prevenire eventuali aggressioni future. Diversamente dalla Siria, per ora l’Iraq non è destinato a diventare il parco giochi di Israele. 

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