L’alleanza tra Iran, Russia e Cina porrà fine all’egemonia unilaterale degli Stati Uniti nel mondo.

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da Alice Censi 

Le esercitazioni trilaterali , denominate “ cintura di sicurezza marina”, che vedono impegnati per quattro giorni la Cina, la Russia e l’Iran nel golfo dell’Oman e nell’Oceano Indiano lasceranno un segno indelebile in Medio Oriente nei decenni a venire. Indicano infatti che l’egemonia degli Stati Uniti e il loro controllo del Medio Oriente e del mondo in generale si stanno avvicinando alla fine. Le esercitazioni congiunte avvengono proprio all’interno di una zona sottoposta all’influenza americana. Sono esercitazioni tattiche che simulano il salvataggio di navi attaccate dal nemico in un’area pari a 17.000kmq. Non  sono esercitazioni strategiche poiché Russia e Cina non avranno accesso ai porti iraniani in modo permanente. Non è previsto un attacco nemico nei loro confronti in queste acque. Tutti e tre i paesi coinvolti nelle esercitazioni intendono mandare un segnale agli Stati Uniti. Il messaggio, indirizzato al mondo in questo dicembre 2019, e’ chiaro: il ruolo che gli Stati Uniti  si sono dati da tempo, di unici  “poliziotti del mondo” sta per finire. 

E’ la prima volta dal 1979, l’anno della nascita della “Repubblica Islamica”, che l’Iran organizza un’esercitazione di questo genere con due grandi potenze navali a livello mondiale. L’Iran ospitando queste esercitazioni trilaterali partite dal porto di Chabahar, nel sud-ovest del paese, sfida così la politica americana della “massima pressione” nei suoi confronti. Il messaggio che invia a tutti e’ che anche nel momento in cui è vittima di sanzioni, le più dure di sempre, Teheran è in grado di sviluppare le sue capacità militari dimostrando così quanto poco siano efficaci i tentativi degli Stati Uniti di cercare di isolarla. Con le loro sanzioni il presidente Donald Trump e la sua squadra hanno ferito la popolazione del paese ma il governo e’ riuscito ad adattarsi a queste misure punitive contrastandole con un nuovo “bilancio di resistenza”, elaborato per limitare la dipendenza dell’Iran dalle esportazioni di petrolio. 

Le scelte politiche del presidente Trump stanno accelerando la costruzione dell’alleanza tra l’Iran, la Cina e la Russia, tutti colpiti dalle sanzioni americane. Questi paesi, nonostante siano impegnati nelle esercitazioni denominate “ cintura di sicurezza marina”,  non hanno finora stretto tra loro nessuna alleanza strategica ma stanno semplicemente cercando il modo di proteggersi mentre operano nel golfo dell’Oman e nell’Oceano Indiano. Le esercitazioni vanno considerate come una sfida alle sanzioni americane, infatti avvengono proprio nelle acque in cui il traffico e’ più intenso e soprattutto vitale per gli Stati Uniti visto che ben 18,5 milioni di barili di petrolio vi transitano ogni giorno. 

Gli Stati Uniti sono ormai sul viale del tramonto. Il loro periodo di maggior splendore iniziava nel 1991 nel momento in cui finiva la guerra fredda tra Washington e Mosca e il presidente George Bush annunciava la sua visione “di un nuovo ordine mondiale in cui più nazioni, unite dalla causa comune, avrebbero realizzato le aspirazioni universali del genere umano: pace e sicurezza, libertà e giustizia”.

Quel giorno in verità segno’  l’inizio di un ordine mondiale squilibrato basato sul dominio politico, economico e militare degli Stati Uniti. Fu l’inizio di una strategia “distruttivo-costruttiva” volta ad annientare i paesi refrattari all’egemonia degli Stati Uniti. L’Iran era in cima alla lista. 

Durante il periodo in cui George W. Bush fu presidente, Washington decideva di accerchiare ulteriormente l’Iran, la Cina e la Russia, invadeva l’Afghanistan (per la sua posizione strategica: affacciato sull’ovest della Cina, sull’est dell’Iran e nel centro dell’Asia senza dimenticare le sue importanti riserve di uranio) e poi l’Iraq. Il controllo del petrolio mediorientale era la priorità, poi veniva il piano per creare un “nuovo Medio Oriente” inteso a spezzare l’alleanza dell’Iran con il Libano (Hezbollah) e con il presidente siriano Bashar al-Assad. 

Gli Stati Uniti hanno sempre cercato il modo di dividere i continenti per poterli dominare (“divide et impera” ) e prevenire così la nascita di eventuali alleanze che avrebbero potuto costituire una minaccia. L’Eurasia che contiene i due terzi di tutta l’energia mondiale è sempre stata osservata con attenzione dagli Stati Uniti, come l’Iran. 

Ma l’Iran del 2019 non è quello del 1979. Attraverso la “guerra delle petroliere” nello stretto di Hormuz, l’abbattimento del costosissimo drone americano e l’attacco riuscito alle strutture petrolifere dell’Arabia Saudita (che hanno ridotto le esportazioni della metà), con missili di precisione di fabbricazione iraniana, gli Stati Uniti hanno scoperto un’amara realtà. Tutte le basi militari americane attorno all’Iran sarebbero potute diventare  facili bersagli dei missili da crociera iraniani se Washington avesse mai deciso di attaccare la “Repubblica Islamica”. L’Iran non avrebbe certo dovuto scomodarsi per cercare di colpire gli Stati Uniti in territori lontani. 

Per di più l’Iran poco tempo fa non aveva esitato a intercettare e sequestrare una petroliera britannica per mandare un messaggio aggressivo alla Gran Bretagna in cui dichiarava la propria prontezza allo scontro se necessario. In questo modo Teheran dimostrava di avere le capacità di combattere il nemico su più fronti. Le autorità iraniane furono chiarissime con i leader dei paesi vicini ( Arabia Saudita, Emirati, Iraq, nord-est della Siria e Israele) quando li misero al corrente che i loro missili di precisione non avrebbero risparmiato chi ospitava le basi americane, basi potenzialmente utilizzabili per attaccare l’Iran. 

Molti elementi indicavano che l’Iran era pronto ad affrontare lo scenario peggiore ed era preparato ad una situazione estrema, ben sapendo però che gli Stati Uniti non si sarebbero mai avventurati in una guerra dall’esito imprevedibile dove la vittoria era ben lungi dall’essere certa. Il presidente Trump era pronto forse a sostenere qualche battaglia, una “ battaglia tra le guerre” sullo stile di Israele, non certo una guerra totale e devastante. Trump  e la sua squadra scoprirono così che i nemici degli Stati Uniti possedevano un numero di missili tale che avrebbe permesso loro di impegnarsi su più fronti in vari paesi del Medio Oriente. 

Trump ha cercato di evitare perdite umane da sempre e sa che gli alleati dell’Iran non esiterebbero un attimo a imbracciare le armi in appoggio alla “Repubblica Islamica” se guerra fosse e colpirebbero gli alleati degli Stati Uniti in tutta la regione mediorientale. 

L’Iran ha fornito al suo alleato più forte e organizzato, Hezbollah in Libano, decine di migliaia di razzi e missili di precisione, sufficienti a distruggere vari bersagli in Israele già inclusi in una lista di obbiettivi. Questi bersagli sono a pochi chilometri dalle basi di Hezbollah non abbastanza lontani da poter permettere ai sistemi di difesa israeliani di neutralizzare tutti i missili lanciati simultaneamente. Ma non è questo il vero problema: nei fatti la società civile in Israele non è affatto pronta per una guerra e i comandanti militari lo riconoscono. 

Hezbollah e’ riuscito a disarticolare la politica della deterrenza di Israele e a piegarne l’indole durante l’ultimo scontro a cui il mondo ha assistito. Infatti proprio Israele ha deciso di abbandonare per due settimane le sue posizioni lungo i 100 km che lo separano dal Libano a causa di un’unica minaccia lanciata in TV dal segretario generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah. Malgrado Israele continui a parole a minacciare il Libano, questo comportamento indica chiaramente che la guerra probabilmente non ci sarà anche nel lungo periodo. 

Gli alleati dell’Iran sono presenti in Siria, Iraq e Yemen e tutti posseggono i missili di precisione. Gli Stati Uniti e i loro alleati non possono ignorare questa realtà e il fatto che (malgrado la grande potenza di fuoco americana e israeliana) in caso di guerra potrebbero subire danni ingenti. 

Un altro fattore importantissimo da non trascurare e’ che gli Stati Uniti si stanno allontanando dal Medio Oriente. Personalmente ho assistito alla loro presa di distanza nel

 2019 dalle elezioni del primo ministro in Iraq, per la prima volta dal 2003. E, stranamente, non stanno intervenendo anche sulla scelta del primo ministro in Libano. Sono due paesi nei quali gli Stati Uniti sono sempre stati in prima linea nel tentativo di eliminare l’influenza iraniana. Anche in Siria ( dove stanno rubando il petrolio alla luce del sole) sembra abbiano perso lo stimolo a rimanere per forzare l’uscita dell’Iran dal paese, ovviamente con la totale disapprovazione di Israele.  

Agli Stati Uniti non restano che le sanzioni economiche, un’arma che sarà sempre meno efficace dato l’adattamento dei paesi colpiti alla nuova situazione. Trump impone sanzioni agli amici, ai nemici e a quelli che sono in competizione con lui, esaurendo il potere finanziario degli Stati Uniti. Così sta avvantaggiando i paesi che sono vittime della sua politica che escogitano contromisure da applicare nel lungo periodo. Paradossalmente, mentre fanno di tutto per imporre la loro egemonia, gli Stati Uniti in realtà tornano indietro, verso una situazione simile a quella pre- 1991. 

E’ vero che da quando Donald Trump è presidente gli Stati Uniti hanno venduto un’enorme quantità di armi ai paesi del Medio Oriente. L’industria militare americana è andata a gonfie vele per due anni ma il suo declino sta iniziando. Queste armi non serviranno nelle prossime guerre perché le possibilità che queste avvengano stanno diminuendo e tutti i potenziali belligeranti sono ormai molto ben armati.

Oggi gli Stati Uniti vedono la Russia, la Cina e i loro alleati come soggetti pericolosi a causa della loro tecnologia altamente competitiva e del loro sviluppo dell’intelligenza artificiale. Uno scontro a livello militare e’ molto poco probabile. E’ giunto finalmente il tempo in cui i paesi mediorientali dovranno risolvere i loro problemi, interni e regionali, tra loro, senza interferenze esterne. 

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