Cosa succederà dopo l’assassinio di Qassem Soleimani? Le varie possibilità

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Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai 

Tradotto da Alice Censi

 Non era nei piani degli Stati Uniti l’eliminazione del vice comandante di Hashd al-Shaabi, Abu Mahdi al-Muhandes,  assassinato insieme al brigadiere generale iraniano Qassem Soleimani giovedì alle 23 all’aeroporto di Baghdad. Solitamente quando Soleimani arrivava a Baghdad il comandante della sicurezza Abu Zeinab al-Lami, un vice di al-Muhandes, andava all’aeroporto ad accoglierlo. Stavolta però al-Lami non era in Iraq per cui lo stesso al-Muhandes si recava all’aeroporto per riceverlo. Il piano degli Stati Uniti prevedeva l’assassinio del generale iraniano in Iraq e non quello di un alto ufficiale iracheno. Uccidendo al-Muhandes gli Stati Uniti hanno violato l’obbligo di rispettare la sovranità dell’Iraq e di limitare la loro presenza nel paese ad attività di addestramento e di sostegno, attraverso servizi di intelligence, alla lotta contro lo “ Stato Islamico”, ovvero l’ISIS. Hanno anche violato l’impegno a non sorvolare il territorio iracheno senza il permesso delle autorità del paese.

Il doppio assassinio ha messo in imbarazzo entrambi, americani e iracheni. L’imbarazzo degli Stati Uniti lo si legge nelle dichiarazioni ufficiali di Pompeo, Esper e altri che non hanno mai accennato all’uccisione di Abu Mahdi al-Muhandes. In Iraq invece il primo ministro ad interim Adel Abdel Mahdi è stato obbligato a convocare una riunione straordinaria del parlamento per prendere in considerazione il ritiro delle truppe degli Stati Uniti dal paese. Difficilmente tutti saranno d’accordo sull’uscita del contingente americano dall’Iraq.

Ma nel caso in cui in parlamento passasse questa risoluzione,  Washington subirebbe un duro colpo. Non tutti i politici iracheni hanno del risentimento nei confronti degli Stati Uniti e  sulla loro presenza nel paese sono divisi. E’ proprio questo uno dei principali motivi per cui Washington non ha avuto esitazioni ad assassinare Soleimani in Iraq.

Gli Stati Uniti hanno cambiato le regole di ingaggio. Hanno  deciso di assassinare Soleimani quando si trovava in Siria, di ritorno da un breve viaggio in Libano, prima che si imbarcasse  su un volo di linea per Baghdad in partenza dall’aeroporto di Damasco. La macchina omicida lo aspettava al suo atterraggio a Baghdad controllando tutti i suoi movimenti dopo che era stato prelevato all’uscita dall’aereo. Gli Stati Uniti colpivano le due macchine, su cui si trovavano Soleimani e la scorta di al-Muhandes, mentre erano ancora all’interno dell’aeroporto e rallentavano avvicinandosi al primo check-point.

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La speranza della leadership iraniana è che il parlamento iracheno chieda alle truppe degli Stati Uniti di andarsene dall’Iraq. E questa risoluzione passerebbe se i 53 membri del parlamento (MP) capeggiati da Moqtada al-Sadr si unissero a quelli della coalizione al-Bina: il numero (165) sarebbe sufficiente. I membri del parlamento curdi, la maggioranza di quelli sunniti e gli sciiti Ammar al-Hakim e Haidar al-Abadi non voteranno a favore del ritiro americano.

Al di là del risultato del voto una cosa è certa ed è che i militari americani (e le basi in cui si trovano) non saranno più al sicuro in Iraq. In qualunque angolo potrebbe nascondersi qualcuno pronto ad ucciderli e questo limiterà moltissimo i loro movimenti nel paese.   

Se i gruppi iracheni decidessero di colpire le truppe americane e dessero loro la caccia ovunque, l’Iran andrebbe in brodo di giuggiole. Tornerebbero i tempi degli attacchi di Jaish al-Mahdi ai militari americani a Najaf (2004- 2005).

Nella riunione del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale tenutasi subito dopo l’assassinio di Soleimani, il leader della rivoluzione iraniana, Sayyed Ali Khamenei diceva che “ è importante dare una risposta forte, seria e chiara”. Significa che Sayyed Khamenei questa volta vuole che il mondo sappia che sarà l’Iran a rispondere, non i suoi alleati,  una pratica di confronto diretto che Teheran in passato ha sempre evitato.

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Fonti ben informate hanno riferito “ le opzioni sul tavolo sono parecchie e non mancano certo gli obbiettivi sia nella regione che fuori”.

 “L’Iran potrebbe affondare una nave statunitense con più di cento marinai a bordo o uccidere qualche personalità  importante come Soleimani. In entrambi i casi la situazione diventerebbe molto critica e l’Iran dovrebbe essere pronto ad affrontarla” ha detto la fonte.

 Tutto fa pensare che avverrà in Iraq. Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto per espellere l’Iran dall’Iraq. L’Iran adesso cerca di mandar via dal paese gli Stati Uniti basandosi sul loro comportamento. La magia si è ritorta contro il mago. Ma per poter ottenere questo risultato andranno messe in conto delle difficoltà.

 Anche se il parlamento iracheno decidesse di espellerle, le truppe americane potrebbero trasferirsi nel Kurdistan iracheno e, lontane da Baghdad, appoggiare l’indipendenza dei curdi.

 Quello che è sicuro è che agli alleati dell’Iran in Iraq verrà dato sostegno illimitato per combattere le truppe degli Stati Uniti, dovunque esse siano. L’obbiettivo numero uno dell’Iran è quello di rimandare in patria i soldati americani nei sacchi di plastica, più che mai con l’avvicinarsi delle elezioni negli Stati Uniti.

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L’iniziativa è nelle mani dell’Iran. Washington ha mandato delle lettere tramite l’ambasciata svizzera a Teheran in cui dice di “non avere intenzione di iniziare una guerra o di inasprire lo scontro”. L’Iran ha risposto che “non c’è più spazio per dei negoziati con questa amministrazione; l’assassinio di Soleimani sarà vendicato”.

Ma si sa che l’Iran è pragmatico e probabilmente troverà il modo di affrontare la crisi senza necessariamente scatenare una guerra. Trump sta sfidando l’Iran a fare qualcosa a cui non è abituato, cerca di obbligarlo a rispondere in maniera simile alla sua. L’anno scorso l’Iran evitava di abbattere un aereo spia americano con 38 persone a bordo. Difficilmente avrà la stessa pazienza in futuro.  

L’Iran reputa che gli Stati Uniti abbiano dichiarato guerra al paese, insistendo su una “ risposta al nucleare”. Si prevede che tra pochi giorni l’Iran annunci un altro ritiro dall’ ”accordo sul nucleare”, accordo che nel 2018 Trump ha stracciato.  

Probabilmente l’Iran non si affretterà a rispondere. Cercherà piuttosto di tenere gli Stati Uniti sulla corda, obbligandoli a spendere moltissimo per predisporre misure di sicurezza sempre maggiori, necessarie a proteggere le truppe, i loro comandanti e i VIP in attesa di un possibile attacco, non si sa dove. La risposta dell’Iran sarà ponderata e sarà precisa ma farà in modo di non trascinare il paese e il Medio Oriente in una guerra senza quartiere. E’ poco probabile che la risposta dell’Iran ne scateni una immediata da parte degli Stati Uniti.

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