Israele colpisce l’Iran ovunque. Teheran reagirà?

Di Elijah J. Magnier 

Tradotto da A.C. 

Negli ultimi anni Israele ha preso di mira almeno dodici petroliere e navi iraniane, tra cui alcune che trasportavano petrolio in Siria, le ha danneggiate senza però riuscire ad impedire, nella maggior parte dei casi, che continuassero la navigazione e portassero il carico a destinazione. Cosa sta cercando di fare Israele? E Teheran risponderà? E se sì, in che modo? 

I servizi di sicurezza indiani hanno accusato l’Iran di essere il responsabile dell’esplosione  avvenuta lo scorso gennaio vicino all’ambasciata israeliana di Nuova Delhi, un attentato in cui non ci furono vittime. Nei pressi del luogo dell’attentato venne trovato un “messaggio scritto a mano” in cui era contenuta la rivendicazione del gesto, definito come  atto di ritorsione per l’assassinio del generale Qassem Soleimani e dello  scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh.

 Israele ha anche annunciato di aver mandato a Dubai una squadra di esperti della sicurezza con l’incarico di esaminare la nave israeliana “Helios Ray” danneggiata, in navigazione tra Dammam e Singapore, dall’esplosione di una mina magnetica  (attaccata all’imbarcazione) che ha perforato in più punti lo scafo. Israele ha accusato apertamente le forze iraniane di aver provocato la deflagrazione da cui l’equipaggio è uscito comunque indenne. Teheran ha però negato qualunque responsabiltà. 

E’ dal 2018 che Israele attacca ripetutamente l’Iran in Siria, sono infatti migliaia le incursioni che Tel Aviv ha ammesso, tramite i suoi leader militari e politici, di aver condotto. E proprio la scorsa settimana Israele ha annunciato di aver preso di mira, a partire dal 2019, almeno dodici petroliere e navi da trasporto iraniane in navigazione nel mar Mediterraneo e dirette in Siria. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha sempre dichiarato che avrebbe colpito l’Iran ovunque. 

Ma gli attacchi israeliani nelle acque internazionali sono assai pericolosi e  il primo ministro Netanyahu ha scelto una linea su cui proseguire non è facile. L’Iran ha sperimentato la guerra delle petroliere e confiscato molte navi, come a suo tempo la britannica “Stena Impero” in risposta al sequestro ordinato da Londra di una  petroliera iraniana  nello stretto di Gibilterra. All’inizio di quest’anno ha fermato una  nave coreanain navigazione nello stretto di Hormuz senza precisare che il fatto era dovuto ai 9,5 miliardi di dollari congelati da Seoul a causa delle sanzioni americane che non permettono che l’Iran torni in possesso dei suoi beni  senza l’approvazione di Washington. Navi saudite, norvegesi ed emiratine sono state oggetto di atti di sabotaggio nello stretto di Hormuz a partire dal 2019. Gli Stati Uniti hanno perciò deciso di dare il via ai preparativi per trasferire parte delle operazioni del loro Comando centrale delle forze navali nel porto di Yanbu, nella base di Tabuk  e in quella di Taif dato che lo stretto di Hormuz 

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viene considerato un teatro di operazioni ostili e pericolose, soprattutto nel caso scoppiasse una guerra con l’Iran. 

L’Iran ha deciso di  rivelare i suoi nuovi missili navali (sviluppati e prodotti nel paese ), le basi missilistiche sotterranee e quelle nello stretto di Hormuz. Ha anche mostrato i droni che sorvegliano le navi da guerra statunitensi e le navi che appartengono ad armatori israeliani. E’ così che Teheran impone la sua dissuasione, dimostra di avere il controllo sul Golfo Persico per poter “prevenire” un eventuale scoppio delle ostilità. Facendo vedere al nemico tutto quello che dovrebbe affrontare sul campo di battaglia, Teheran mira ad evitare una possibile guerra. L’Iran, per molte ragioni, evita di rispondere agli attacchi  israeliani che hanno avuto come oggetto le sue navi da carico sia recentemente che negli ultimi due anni . Quando Trump era presidente, Teheran ha sempre cercato di non farsi trascinare in una guerra di cui solo Israele avrebbe stabilito la tempistica. L’Iran era infatti convinto che l’ex presidente americano stesse aspettando l’occasione buona per colpire la “Repubblica Islamica”, e fosse pronto a garantire a Netanyahu tutto l’appoggio che l’apparato militare americano in Medio Oriente avrebbe potuto fornirgli. 

E così la risposta dell’Iran è stata quella di armare i suoi alleati, un’arma di ottima qualità che ha spezzato l’equilibrio di Israele e delle forze americane in Medio Oriente. E ovviamente il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Iraniana (IRGC) elargisce ai suoi alleati sempre maggiori quantità di armi sofisticatissime, non si limita affatto, consegna loro tutte quelle che servono, tenendo conto delle sfide che devono affrontare e anche delle capacità in possesso del nemico.L’Iran agisce anche in altri teatri di scontro come lo Yemen e l’Iraq. Raramente lo fa in modo diretto e reattivo, tranne  in alcune occasioni particolari come l’anno scorso quando ha bombardato le truppe americane e la loro base irachena di Ayn al-Assad dopo l’assassinio del comandante Qassem Soleimani. 

Sembrerebbe che Israele voglia spingere l’Iran ad entrare in guerra  proprio mentre il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, parla di un possibile ritorno all’accordo sul nucleare a cui Israele e i suoi alleati naturalmente si oppongono. Se l’Iran reagisse in modo diretto annullerebbe qualunque possibilità di un eventuale accordo tra lui e gli Stati Uniti. E’ chiaro quindi che l’Iran farà di tutto per non dare a Israele l’occasione di trascinare con sé  gli americani sul campo di battaglia. 

L’Iran ritiene che gli attacchi alle sue petroliere nel Mediterraneo siano l’ultimo dei suoi problemi. Questi attacchi israeliani possono causare delle  fuoriuscite di petrolio, un vero disastro ecologico che si abbatte oltretutto sulle coste di Israele. Supponiamo che l’attacco avvenga oltre i limiti delle acque controllate da Israele. In questo caso le istruzioni che il capitano iraniano deve seguire sono di riportare la petroliera nelle acque territoriali di fronte a quelle controllate da Israele per poter riparare la nave e i fori provocati dalle mine israeliane. In conseguenza, poiché la rotta della nave è parallela alle coste della Palestina occupata, le correnti marine bastano a creare la catastrofe ambientale che Israele ha causato per sè. Tel Aviv ha capito il messaggio dell’Iran e ha chiesto la cessazione delle ostilità  marittime .

Gli attacchi israeliani non vanno più a incidere sulle capacità dell’ “Asse della Resistenza” poiché l’Iran ha smesso di inviare armi specifiche agli alleati, ha provveduto invece ad installare fabbriche nei luoghi dove questi operano. Vi ha trasferito le sue competenze e consegnato le materie prime necessarie a costruire  i missili (di precisione e non solo) che servono direttamente sul posto. A questo punto continuare a violare le leggi della navigazione diventa rischiosissimo per Israele e giocare in mare potrebbe permettere all’Iran di ottenere il saldo dei conti non pagati. Gli Stati Uniti, in Medio Oriente,  non sono più tenuti in considerazione come una volta, hanno perso il prestigioso ruolo di partner affidabili e vengono contrastati dall’Iran e dai suoi alleati che oggi sono molto più ben preparati di prima a condurre attacchi diretti e anche la guerra di  logoramento nei confronti delle truppe americane che stazionano in Medio Oriente. 

Dopo i recenti attacchi della resistenza irachena contro le basi militari di Balad e Ayn al-Assad, basi in cui ci sono le truppe americane, il segretario alla difesa degli Stati Uniti ha risposto facendo sua la  famosa risposta che da tempo viene data dall’ “Asse della Resistenza”: “ colpiremo se riterremo di doverlo fare, nei tempi e nei luoghi che sceglieremo noi”. Gli Stati Uniti hanno iniziato a capire che gli attacchi sono stati orchestrati per trascinarli in una lotta lunga e snervante. E adesso l’ “Asse della Resistenza” è decisamente più preparata ad affrontare un conflitto militare che abbia come obbiettivo l’espulsione degli Stati Uniti dall’Asia Occidentale. Questa posizione determinata si rifletterà, come pare, su tutti gli alleati degli Stati Uniti, soprattutto Israele; Tel Aviv ha un conto aperto con l’ “Asse della Resistenza” che da parte sua è ansiosa di reagire ma aspetta il momento e il luogo giusto per saldare i conti. 

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