Il Libano è al riparo da un’altra guerra civile?

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Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

Nel novembre del 1989 il parlamento libanese ha approvato e rettificato gli accordi di Taif, mettendo fine a 15 anni di guerra civile. La popolazione libanese ha creduto per anni che l’ombra della guerra fosse sparita per sempre; tuttavia le dinamiche nella politica interna del paese in questi ultimi giorni e il conflitto tra il portavoce sciita Nabih Berri e il ministro degli esteri cristiano-maronita Gibran Bassil hanno svelato la fragilità del sistema politico libanese, esposto ad aumentare la tensione nel paese, e hanno portato il Libano ad un livello pericoloso. Ciò che oggi rende tutto questo possibile, è la combinazione tra la presenza delle forze americane in Siria, la guerra siriana, la prontezza dei paesi del Medio Oriente a finanziarla e l’onnipresente desiderio di colpire Hezbollah e l’influenza iraniana nel Medio Oriente.

Dopo l’occupazione nel 2003 dell’Iraq da parte americana, gli interventisti hanno imparato un altro modo di condurre la guerra, meno costoso. In Siria, i paesi del Medio Oriente, l’Europa e gli stessi USA hanno imparato a combattere le loro guerre tramite i loro “proxies” locali, pronti a combattere e a vendere la loro lealtà; nonostante le superpotenze (USA e Russia) abbiano dovuto immettere le proprie forze sul campo di battaglia, in pratica esse hanno preso posizione sul terreno e nei cieli evitando un gran numero di vittime. Le vittime delle forze statunitensi in Siria, infatti, sono poche (4.200 morti e 34.000 feriti durante l’invasione del 2003 in Iraq) mentre anche la Russia, molto coinvolta su vari fronti, ha registrato in tutto meno di 100 morti, inclusi giornalisti e operatori umanitari, ma, allo stesso tempo, entrambe le superpotenze stanno combattendo e guidando le forze locali e governative e i loro alleati per raggiungere i loro obbiettivi.

Possiamo pertanto dire che, se si manifesta una guerra civile in Libano, ci sarà bisogno di parti impegnate su un chiaro obbiettivo, disponibilità di finanziamenti e attori locali disponibili a combattere.

L’obbiettivo.

L’obbiettivo di una guerra civile in Libano non manca. Da quando il president Donald Trump è al potere, il suo traguardo principale è trovare il modo di paralizzare l’Iran e il suo più stretto alleato e partner Hezbollah in Libano. Il presidente americano, in disaccordo con i suoi partners europei e mettendoli a disagio, ha cercato con forza di revocare il trattato nucleare, riuscendo, finora, a creare solo una bufera circoscritta. Il governo americano, in contemporanea, impone regolari sanzioni agli Hezbollah libanesi accusando l’organizzazione di traffico di droga, di pianificare attentati oltre oceano, di essere molto più pericolosa di al-Qaeda e di altro ancora. Tutte queste accuse, hanno lo scopo di danneggiare la reputazione di Hezbollah, finora con poco successo perché l’organizzazione non è una compagnia con conti esteri o con leaders militari di alto profilo che viaggiano nel mondo; la campagna americana, va anche oltre, attaccando qualunque ricco sciita che simpatizzi con Hezbollah o che offra un contributo finanziario (Khoms) al gruppo.

Israele, peraltro, sarebbe felice di vedere Hezbollah, impegnato in un conflitto interno, perdere il sostegno locale dei cristiani. Hezbollah rappresenta oggi la più grande minaccia a Israele in caso di guerra, molto di più di qualunque possibile minaccia che possa venire da al-Qaeda o dall’ISIS. Hezbollah è un esercito irregolare ma organizzato che possiede un arsenale in grado di danneggiare seriamente le infrastrutture e la popolazione israeliana e inoltre, l’intervento in Siria non lo ha indebolito, come speravano molti paesi attorno al Libano: al contrario Hezbollah ha raggiunto un’esperienza in combattimento unica, le sue forze speciali  sono aumentate in numero e in capacità, abbastanza da andare all’ attacco piuttosto che stare in difesa in qualunque futura guerra con Israele. Israele sarebbe sicuramente felice di offrire ogni genere di supporto militare a qualunque gruppo pronto a combattere Hezbollah in Libano e iniziare una guerra civile.

Così come Israele si è regolarmente addestrato, con le forze americane, ad affrontare un’altra guerra con Hezbollah, il gruppo libanese sta conducendo un simile addestramento, costruendo città simili a quelle israeliane al confine siro-libanese, per poter essere in grado di occupare un’ampia zona, se e quando Israele decidesse di attaccare il Libano.

Le finanze

In Medio Oriente, ci sono molti paesi che hanno cercato, ma hanno fallito nel sottomettere il Libano al loro comando e autorità. Il primo ministro Saad Hariri è stato rapito dall’Arabia Saudita: durante il suo viaggio a Riyad ha accusato Hezbollah e l’Iran di giocare un ruolo negativo e distruttivo in Libano. Più di un paese in Medio Oriente non risparmierebbe sforzi finanziari per indebolire Hezbollah.

La guerra in Siria ha dimostrato che non mancavano i finanziamenti e che i paesi coinvolti sarebbero pronti a fare qualunque cosa per cambiare il regime e la dinamica del potere nel paese. Una delle principali ragioni per cui il governo siriano è sopravvissuto a questi 7 anni di guerra è grazie ad Hezbollah e alla risposta dell’Iran alla richiesta di aiuto del governo, loro hanno prevenuto la caduta di Damasco e altre città importanti. I combattenti di Hezbollah hanno messo in sicurezza i confini tra Siria e Libano e contribuito moltissimo sul terreno affinché l’esercito siriano avesse la meglio sull’ISIS, al-Qaeda e i loro alleati, demolendo i piani degli interventisti per rimuovere dal potere il presidente Bashar al-Assad.

I locali

Gli osservatori in Libano hanno descritto il tentativo del ministro degli esteri Gebral Bassil di dividere Hezbollah da Amal come “ingenuo e privo di intelligenza”. Le relazioni tra i due gruppi sciiti sono molto più profonde e importanti per entrambi di quanto lo sia Bassil e l’organizzazione che lui rappresenta.

Ciò che il ministro Bassil non sa è che solo grazie al portavoce Nabih Berri, Hezbollah ha potuto alzare la sua bandiera in alcuni villaggi nel sud del Libano, posti dove a Hezbollah non era permesso nemmeno di seppellire i suoi combattenti fino a poco tempo fa.

Bassil non capisce le dinamiche interne degli sciiti libanesi e come entrambi i loro leaders, il portavoce Nabih Berri e il segretario generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah siano pronti a rinunciare a tutto e tutti pur di mantenere la loro salutare unità.

Per molti anni Hezbollah ha rifiutato le richieste da parte dei membri del “movimento Amal” di unirsi a lui (così da evitare tensioni) e assicurarsi che l’alleanza di Hezbollah con il suocero di Bassil (il presidente Michel Aoun) si fermasse alle porte di Berri.

Secondo gli osservatori, Bassil sta mostrando a Hezbollah che un leader cristiano in grado di influenzare la popolazione sarebbe molto più pericoloso di un presidente libanese ostile. Per cui, il ministro degli esteri ha chiuso ogni possibilità di diventare lui un giorno il presidente. Il prezzo dell’obbiettivo di Bassil di raccogliere più voti cristiani nelle prossime elezioni diventa altissimo e l’impegno di Hezbollah nei confronti del presidente Aoun non sarà certamente esteso a suo genero, il ministro degli esteri.

Secondo gli osservatori, Bassil (erroneamente) si crede pronto all’apertura ai paesi mediorientali e occidentali che vogliono distruggere Hezbollah e vorrebbe usarli per bilanciare le sue relazioni con quest’ultimo.

Il Libano è ancora dominato dai “signori della guerra”, a cominciare dai leaders cristiani (il presidente Aoun, Kataeb di Gemayel, le “forze libanesi” di Samir Geagea) al portavoce (Nabih Berri), al leader druso (Walid Jumblatt) e molte altre personalità che ancora dominano il paese in posizioni chiave. Questo equilibrio è quello che tiene lontano il Libano da una possibile guerra civile, ma se questo equilibrio viene destabilizzato, allora il Libano sarà territorio fertile per diventare un’altra Siria e l’odio settario musulmano   che lo circonda è sicuramente la glassa sulla torta libanese.

Senza equilibrio, il Libano potrebbe diventare terreno fertile di sofferenza – come la Siria sta soffrendo da sette anni- per la dura, settaria ostilità onnipresente in Medio Oriente dalla nascita dello “stato islamico” in Iraq fino ad oggi.

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