Riuscirà l’Oman ad appoggiare una scala all’albero iraniano sul quale Trump si è arrampicato?

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Di Elijah J. Magnier : @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

L’amministrazione americana ha creduto, erroneamente, di poter trattare con l’Iran come con la Corea del Nord, usando il bastone e la carota. La diplomazia intimidatoria non ha mai funzionato con la “ Repubblica Islamica” dal 1979, quando l’Imam Khomeini prese il potere in seguito alla caduta dello Shah. E’ vero che la pressione esercitata sull’Iran dagli Stati Uniti negli ultimi mesi ha fatto precipitare il paese in una crisi monetaria tale per cui la moneta locale è in continua caduta libera, ma nonostante ciò le minacce americane hanno unito tutto il paese per la prima volta dalla morte di Ruhollah Khomeini. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) – considerato come il capo dell’attuale linea dura – e l’èlite politica –vista dall’Occidente come moderata e pragmatica- si trovano in questo momento in perfetta armonia e adottano entrambi lo stesso rigido, aggressivo atteggiamento nei confronti di Trump. Gli Stati Uniti, in realtà, hanno ancora molto da imparare sull’impero Persiano e il suo paziente approccio verso il nuovo occupante della Casa Bianca. I suoi leaders non accetteranno mai incontri o negoziati senza intravedere un gesto di buona volontà da parte degli USA, nella fattispecie un ritorno al  Piano d’Azione Congiunto Globale (JCPOA), comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano, revocato illegalmente e unilateralmente, e la revoca di tutte le sanzioni.

Nello stesso tempo, l’Iran non sta chiudendo tutte le porte agli USA. In seguito allo scambio di parole minacciose tra l’Iran e gli USA avvenuto la scorsa settimana, il ministro degli esteri dell’Oman Yusuf Bin Abdullah, ha ricevuto la visita del ministro degli esteri Jawad Zareef e si è recato a Washington questa settimana per incontrare il segretario alla Difesa americano Jim Mattis,  il segretario di stato Mike Pompeo e il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e  discutere della crisi iraniana.

Il presidente Donald Trump ha espresso la sua incondizionata disponibilità ad incontrare il suo omologo iraniano, Hassan Rouhani. Mahmoud Vaezi, capo dello staff di Rouhani, ha rivelato che Trump ha chiesto ben otto volte di parlare con il presidente iraniano il quale, a sua volta, ha rifiutato le richieste di Trump.

Secondo fonti interne alla leadership iraniana, “ in seguito ad un incontro tra i massimi livelli, il presidente Rouhani e le IRGC hanno deciso che il famoso generale Qassem Soleimani, capo delle IRGC-brigate al-Quds avrebbe risposto alla minaccia di Trump”.

A Rouhani era stato consigliato “ tu sei un rispettabile religioso e sei il Presidente,  pertanto per una persona come te sarebbe sconveniente rispondere a un così indecente e volgare Presidente a Washington.”

Molti anni fa, quando Ahmadinejad era al potere, la leadership politica iraniana era riuscita a convincere il Grande Ayatollah Sayyed Ali Khamenei che ci fosse la necessità di un dialogo tra Stati Uniti ed Iran. Il risultato era stato la firma del JCPOA nel 2015 da parte di un gruppo di potenze mondiali (i paesi del P5+1 : Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti + la Germania). Nonostante il consenso a queste discussioni, Sayyed Khamenei non ha mai smesso di ricordare al presidente Rouhani quanto fosse tristemente nota la inaffidabilità degli USA e fosse quindi necessaria la prudenza nelle trattative con l’amministrazione americana. Khamenei voleva dare una possibilità al pragmatico presidente e alla sua squadra che speravano di migliorare l’economia iraniana attraverso questo trattato.

A Rouhani è stata resa giustizia: oggi le Nazioni Unite e l’Europa non si uniscono agli USA nelle sanzioni e la Turchia, l’India, la Russia e la Cina affermano che non si atterranno alle sanzioni americane. Contemporaneamente l’Iran ha minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz, il più importante punto di transito mondiale per il trasporto di petrolio, nel caso gli USA impedissero a Tehran di vendere il proprio petrolio. Alcuni esperti hanno dubbi sulla capacità militare dell’Iran nel mettere in pratica questa minaccia.

Gli ufficiali militari iraniani stanno pensando, “ non abbiamo nulla da perdere se non possiamo esportare il nostro petrolio e siamo rinchiusi nei nostri confini. Qualunque trasporto di petrolio può essere colpito da lontano e ciò significherebbe una guerra più ampia con conseguenze che annullerebbero i contratti assicurativi; il prezzo del petrolio diventerebbe insostenibile per tutti i paesi non produttori”.

Il comandante militare iraniano non si è limitato a minacciare di colpire “ 35 basi in (pochi) minuti” ma ha aggiunto: “ la Siria, il Libano, l’Iraq, l’Afghanistan, il Pakistan, lo Yemen e molti altri paesi ne verrebbero coinvolti. L’Iran non è da solo, abbiamo amici e armi in parecchi posti. Siamo consapevoli della superiorità militare americana, ma non ci arrenderemo senza coinvolgere tutti i paesi attorno a noi in una guerra se questo è quello che vuole Trump”. 

Tutti gli ufficiali iraniani con cui ho parlato hanno detto: “ non c’è fiducia in questa amministrazione americana” e che “ L’Iran ha bisogno di prove concrete prima di iniziare qualunque dialogo”. “Gli USA hanno cercato di isolare l’Iran allontanandolo dalla Russia e dalla Cina quando hanno firmato il JCPOA, nella speranza che Tehran si schierasse con gli Stati Uniti. E’ stato un approccio sbagliato perché sia la Russia che la Cina sono partners consolidati e affidabili, cosa che non possiamo certamente dire degli USA. Trump vuole stare al tavolo con noi senza condizioni. Non vogliamo sederci con lui a meno che non faccia un passo indietro. Il suo modo di fare pressione non è quello adatto ad invogliare l’Iran, al contrario è il miglior modo per allontanarci . Una cosa è chiara: non negozieremo la sospensione della nostra produzione di missili e di altre potenzialità e neppure l’appoggio che diamo ai nostri alleati in Medio Oriente. Se questo è quello che vuole, può restare a casa sua”. 

Per gli iraniani di entrambi gli schieramenti politici, non ci sono differenze tra Sayyed Khamenei e Rouhani. C’è una distribuzione dei ruoli e il leader spirituale è schierato con il presidente nella misura in cui la linea che separa i loro compiti è rispettata.

Sayyed Ali Khamenei non ha chiuso le porte alla squadra presidenziale e ai suoi negoziati sulle questioni mediorientali non collegate al trattato nucleare, ma questi potranno avvenire solo quando saranno tolte tutte le sanzioni e gli USA rispetteranno tutti gli articoli concordati nel JCPOA. Obama non ha rispettato il trattato ma neppure l’ha revocato. Trump lo abbandona ma chiede ulteriori concessioni. Questo non avverrà.” ha detto la fonte iraniana.

Gli Stati Uniti non mostrano alcun rispetto per i leaders del Medio Oriente perché Trump è convinto che siano al potere solo perché lui li sostiene. Questo non vale per quanto riguarda l’Iran, un paese che ha rifiutato il dominio americano nel 1979 e da quel momento in poi l’ha sempre sfidato. Il suo sostegno all’Iraq, alla Siria, a Hezbollah in Libano e allo Yemen  sono un punto dolente per l’amministrazione americana e i suoi alleati. La Russia non potrà obbligare l’Iran ad andarsene dalla Siria, Israele non è riuscito a sconfiggere Hezbollah in Libano e l’ Arabia Saudita sta fallendo nella sua folle guerra allo Yemen. Visti i primi, esigui tentativi , non si prevede che l’Oman possa convincere i falchi e i guerrafondai dell’amministrazione americana a ristabilire l’accordo nucleare e togliere tutte le sanzioni all’Iran. Pertanto Trump e il suo attuale staff stanno scegliendo la strada dello scontro che renderà il mondo meno sicuro.

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