Trump cede alle pressioni interne ritardando il ritiro dalla Siria : una bufera minaccia il Levante.

Di Elijah J. Magnier : @ejmalrai

Tradotto da: Alice Censi

In seguito a pressioni interne, Trump ha accettato di prorogare la scadenza del ritiro di migliaia di soldati americani dalla provincia nord- orientale di al-Hasaka : non avverrà più quindi nei 30 giorni previsti, ma entro aprile 2019. Giornalisti guerrafondai e falchi nell’amministrazione americana ma anche tra gli esperti ,( think-tank) hanno inveito contro Trump con argomentazioni prive di fondamento affinché mantenesse le truppe americane in Siria. Le loro lamentele si basano sul pretesto di proteggere gli alleati americani, i curdi delle YPG e del PKK, da un possibile sterminio da parte dei turchi. Altri analisti osano ancora ripetere l’assurdo mantra americano che “ l’ ISIS ha 20.000 – 30.000 militanti tra Siria e Iraq” come scusa per continuare l’occupazione del nord-est siriano. E come se non bastasse ci sono altri che sostengono che Trump così facendo consegnerebbe il nord della Siria agli spaventapasseri iraniani e russi o comunque faciliterebbe “ l’asse Teheran-Baghdad -Damasco-Beirut “. Trump resta determinato ad andarsene nonostante i suoi alleati, Israele, Francia e Regno Unito, gli stiano chiedendo di restare ancora nel Levante. 

Non c’e’ ritardo che possa cambiare il destino della provincia di al-Hasaka o il corso degli eventi : il 2019 segnerà il ritorno di questa provincia sotto il controllo delle forze governative siriane; la Turchia sta scegliendo da che parte stare e gli arabi del golfo, timorosi di restare orfani come i curdi circondano Assad di premure, comportandosi come se non gli avessero mai fatto la guerra, dentro il suo stesso paese, dal 2011. 

I militanti curdi di al-Hasaka, che si trovano nel nord-est della provincia siriana e che si sono offerti come scudi umani alle forze militari di Trump considerandosi alleati americani, oggi, dopo la sua decisione di ritirare le truppe, hanno capito molto bene che gli Stati Uniti non sono alleati affidabili. Infatti il presidente Donald Trump non ha consultato gli alleati europei ne’ tantomeno i curdi siriani delle YPG ( Forze di Protezione Popolari) prima di decidere il ritiro delle truppe. Le YPG che sono una ramificazione del PKK in Siria sanno che la continua presenza delle truppe d’ occupazione americane impone ai curdi la ricostruzione delle città e delle infrastrutture distrutte. Trump non ha certo voglia di farsi carico di questa ricostruzione e non è riuscito a ottenere un adeguato aiuto finanziario dai ricchi paesi arabi del golfo per metterla in cantiere : questi paesi hanno capito che la guerra in Siria e’ finita. 

A questo punto è chiaro che l’attuale amministrazione americana non ha intenzione di investire nella provincia di al-Hasaka e neppure ce l’hanno gli alleati arabi che non vedono nessun vantaggio nel continuare a sostenere il “cambiamento di regime” in Siria. I paesi arabi sono oggi impegnati nella riapertura delle loro ambasciate a Damasco nel tentativo di riaggiustare quelle relazioni che hanno rovinato durante i sette anni di guerra. Il Sudan, gli Emirati, il Bahrein hanno ripreso relazioni ufficiali con il governo siriano e presto anche il Kuwait farà così . Si prevede che altri paesi facciano la stessa cosa tra poco. L’Arabia Saudita non è sfavorevole a questa idea e bisogna tener presente che il Sudan, il Bahrein e gli Emirati sono alleati stretti dell’ Arabia Saudita che mai andrebbero incontro al presidente Bashar al-Assad senza l’ approvazione di Riad. 

L’ Arabia Saudita manda molti segnali positivi a Damasco : l’ apertura del valico di Naseeb tra Siria e Giordania e’ avvenuta con la sua benedizione e l’ Arabia Saudita probabilmente svolgera’ un ruolo positivo nel prossimo incontro tra l’ Unione Europea e la Lega Araba previsto il 24 febbraio al Cairo, in Egitto. L’Arabia Saudita non ha mai interrotto i contatti con la Siria da quando il re Salman e’ al potere : nel 2015, grazie ad una iniziativa russa, il principe Mohammad Bin Salman si è incontrato con l’ inviato del presidente siriano per la sicurezza , il generale Ali Mamlouk, all’aeroporto di Riad, per spiegare che aveva ereditato la politica anti-Assad dal precedente sovrano e che avrebbe gradito una presa di distanza dall’Iran.

Mamlouk ha mantenuto dei collegamenti diretti con il brigadiere Khaled Bin Ali Bin Abdallah al-Hneydan ,il capo dei servizi di intelligence sauditi e ha dichiarato che la Siria e’ leale nei confronti dei suoi amici iraniani e non intende limitare le proprie relazioni con Teheran, sebbene non desideri essere isolata dagli altri paesi arabi a causa di questa relazione . Nella sua recente visita in Egitto, Mamlouk ha portato un messaggio di Assad alla Lega Araba : “ la Siria non si è separata dalla Lega Araba, sono i paesi arabi che si sono staccati dalla Siria nel 2012. Quelli che hanno mandato via Damasco possono riportarla al loro interno.” L’ Arabia Saudita ha inoltre rimosso dal ruolo di ministro degli Esteri Adel al-Jubeir , quello che nel corso degli anni della guerra ha invocato la destituzione di Assad con qualunque mezzo ( “ attraverso la diplomazia o un’ azione militare “) , oggi non pare proprio più adatto a far da tramite tra l’Arabia Saudita e la Siria. 

Damasco, nel 2019, si trova in una posizione decisamente più forte di quella che aveva nei passati sette anni. La Turchia non vuole mettersi contro Assad ma si affida all’Iran e alla Russia per stabilire relazioni con Damasco. Il presidente Erdogan ha bisogno della Russia e dell’ Iran come alleati strategici a livello commerciale, lui sa bene che gli Stati Uniti non sono partners affidabili, dato che hanno armato fino ai denti i nemici della Turchia, i curdi delle YPG e del PKK in Siria, con il pretesto di combattere l’ ISIS. Sa anche che Assad potrebbe appoggiare gli attacchi dei curdi e delle tribù arabe dentro i confini turchi se la Turchia non si schierasse con la Russia, l’ Iran e la Siria. La Turchia andrebbe incontro a grossi problemi se la Siria fosse allineata con gli Emirati arabi e l’ Arabia Saudita contro di lei. Gli alleati americani nel golfo, in particolare gli Emirati, non

nascondono certo la propria animosità nei confronti di Ankara. Il ministro degli affari esteri degli Emirati, Anwar Gargash, sostiene che il suo paese vuole essere di nuovo amico della Siria e punta a “ opporsi al fronte iraniano e turco nella regione ( del Medio Oriente ).” 

Tutto ciò sta spingendo Erdogan a definire una strategia più amichevole nei confronti della Siria, ( senza necessariamente andar contro agli Stati Uniti, non avendo intenzione di uscire dalla NATO a breve ) mantenendo una relazione armoniosa con i suoi partners nel Levante, la Russia e l’ Iran. Sono i suoi migliori canali per coordinare la presenza delle sue truppe e quelle dei suoi “proxies”in Siria e per evitare scontri con le truppe governative. Questi sono stati i temi dell’incontro russo-turco avvenuto a Mosca alla fine di dicembre 2018 , incontro in cui Erdogan ha acconsentito ad astenersi dal rimpiazzare le truppe americane a Manbij e a permettere quindi all’esercito siriano, dopo il ritiro americano,di entravi e in seguito disarmare le YPG e il PKK a tempo debito. Erdogan, inoltre, non vorrebbe proprio vedere Assad nel fronte arabo emergente schierato contro la Turchia . Analogamente, i paesi arabi del golfo che improvvisamente mostrano interesse e affetto nei confronti di Assad, pare vogliano avere tutte le opzioni sul tavolo e cercano di portare Damasco dalla loro parte nel caso ci fosse un dietrofront di Trump nei loro confronti, così come è successo ai curdi del PKK in Siria a cui il presidente americano ha voltato le spalle. 

Ma la Turchia ha anche un’ altra seccatura da affrontare: Idlib e i jihadisti . Nelle zone rurali di Aleppo e Idlib, i jihadisti di HTS ( Hay’at Tahrir al-Sham, cioè gli ex-Nusra) hanno deciso di bloccare le forze pro-turche di Noureddine Zengi e sono riusciti a prendere il controllo di tutti i fronti contro l’esercito siriano. HTS , grazie al fatto che una buona parte delle forze alleate della Turchia si trova sul fronte di Manbij, ha attaccato quelle rimaste. Questi jihadisti , appoggiati dai militanti turkistani, non hanno mai rispettato il cessate il fuoco concordato ad Astana da Turchia, Russia e Iran. Le loro continue violazioni hanno innescato innumerevoli dure risposte da parte russa. Se decidessero di attaccare in gran numero le linee difensive dell’esercito siriano,il cessate il fuoco non sarebbe più valido. La Siria dovrebbe contrattaccare, appoggiata dai suoi alleati e dalla Russia. Non sarebbe assolutamente opportuno che ciò avvenisse prima del ritiro americano. 

Indipendentemente dalla situazione sul fronte di Idlib, il governo di Damasco e’ determinato a riprendersi il territorio attualmente controllato dai jihadisti ogni qualvolta si presenti l’occasione. 

Questi non sono gli unici jihadisti rimasti in Siria: l’ISIS occupa ancora cinque o sei villaggi lungo il fiume Eufrate dove le truppe americane gli hanno garantito protezione per molti mesi. Questi villaggi sono gli unici ancora controllati dall’ISIS in Siria e Iraq, ma il Pentagono sostiene, assurdamente, che ci sono 20.000-30.000 militanti nei due paesi. I servizi di intelligence siriani stimano che nei villaggi lungo l’Eufrate il numero dei militanti dell’ISIS sia inferiore a 1.500. In Iraq restano delle cellule dormienti e, a meno che il Pentagono non conosca i dettagli di ogni singola cellula dormiente, e’ impossibile sapere il numero dei sostenitori dell’ISIS nelle varie città irachene. Le unità dell’ anti-terrorismo iracheno e Hashd al-Shaabi hanno uno stretto controllo su tutte le province e sono riuscite a infiltrarsi in molte cellule dell’ISIS, arrestandone i militanti regolarmente. Le forze di sicurezza irachene reputano che il numero dei militanti ( dell’ISIS) in tutto l’Iraq sia tra i 1.500 e i 2.000. Il numero delle autobombe e degli “ attacchi spettacolari” negli ultimi mesi, in Mesopotamia, e’ del tutto insignificante. Senza dubbio è possibile che l’ISIS attacchi degli obbiettivi isolati o dei bersagli facili in villaggi lontani o che si sposti nella notte in piccoli gruppi per dimostrare la sua esistenza . Ma senza ombra di dubbio lo “Stato Islamico” e’ stato buttato inesorabilmente nel bidone della spazzatura della storia. Le stime esagerate del Pentagono possono solo essere interpretate come parte dello sforzo di giustificare una presenza indefinita americana in Siria e Iraq. 

Che Trump decida di ritardare o di accelerare il ritiro non ha importanza : le YPG e il PKK hanno scelto di stare con Damasco. E’ meglio che le truppe americane se ne vadano al più presto se vogliono evitare una reazione vendicativa da parte di coloro che si erano offerti come scudi umani per anni e hanno perso migliaia di uomini e donne inseguendo il sogno del Rojava. E non ha importanza per quanto tempo gli Stati Uniti si manterranno ostili al governo siriano : i paesi arabi sono pronti a investire nella ricostruzione del Levante, a espiare la loro colpa di aver finanziato la guerra per anni, a far tornare il prestigioso stato siriano nel loro ovile. 

Nessuno ha tanto interesse a sconfiggere l’ISIS come l’esercito siriano e assicurarsi anche che non ci sia un ritorno allo “Stato Islamico”. Perché ciò succeda, Assad deve eliminare al-Qaeda e tutti i jihadisti in Siria : la Turchia sarebbe felice di togliersi questo peso dalle spalle, mentre la Russia e l’Iran ritengono l’eliminazione dei Takfirees nel Levante vitale per la loro sicurezza nazionale . 

La Turchia si avvicinerà ulteriormente ad Assad che oggi gode di una posizione più prestigiosa che mai dal 2011. Il Levante sta infatti tornando al centro dell’attenzione del Medio Oriente e del mondo in una posizione di forza rispetto al 2011. La Siria possiede missili di precisione che possono colpire qualunque edificio in Israele. Assad ha pure un sistema di difesa aerea che non si sarebbe mai sognato di avere prima del 2011, grazie alle continue violazioni israeliane del suo spazio aereo e all’atteggiamento di sfida di Tel Aviv nei confronti dell’autorita’ russa. Hezbollah ha costruito delle basi per i suoi missili di precisione a lungo e medio raggio nelle montagne e ha creato un legame con la Siria che non avrebbe mai potuto avere se non ci fosse stata la guerra. L’ Iran ha stabilito una fratellanza strategica con la Siria grazie al ruolo che ha giocato per sconfiggere il piano di cambiare il regime. L’ appoggio della NATO alla crescita dell’ISIS ha creato un legame tra Siria e Iraq che nessun vincolo Mussulmano o Baatista ( partito politico panarabo) avrebbe mai potuto creare : l’ Iraq ha carta bianca per bombardare l’ISIS senza dover chiedere il consenso del governo siriano e le forze di sicurezza irachene possono entrare in Siria ogni qualvolta sia necessario combattere il gruppo terroristico. L’asse anti-Israele non è mai stato così forte come oggi : ecco il risultato della guerra imposta alla Siria dal 2011 al 2018.

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