20 anni dopo il ritiro incondizionato di Israele dal Libano: a che punto siamo? 3/3

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da C.A. 

Ogni attacco traumatico avvenuto in Medio Oriente ha sempre determinato il sorgere di una forza antagonista, pronta a resistere contro l’aggressore. Pertanto non è affatto una sorpresa che dopo l’invasione israeliana del Libano del 1982 Hezbollah abbia annunciato la sua nascita e sia diventato una forza di dissuasione più forte di molti eserciti del Medio Oriente. Quando Israele e gli Stati Uniti decisero di paralizzare Hezbollah e spezzare l’ “Asse della Resistenza”, fu dichiarata guerra alla Siria, una guerra in cui al-Qaeda e i combattenti stranieri tafkiri sarebbero serviti da strumento per raggiungere l’obbiettivo di Washington. Nasceva così una nuova resistenza siriana e l’Iran e Hezbollah riuscivano a creare una delle loro basi più solide nel Levante. Dopo il 2003, quando gli Stati Uniti decisero di circondare l’Iran invadendo l’Iraq e minacciarono di fare la stessa cosa in Siria in un secondo momento, veniva alla luce invece una nuova formazione pronta ad unirsi all’ “Asse della Resistenza”, un’organizzazione temuta dagli Stati Uniti e da Israele: Hashd al-Shaabi, ovvero le “Forze di Mobilitazione Popolare”. Vent’anni dopo il ritiro incondizionato di Israele dal Libano, Hezbollah ha allargato le sue attività all’ Iraq e ha cambiato le regole del gioco. Israele e gli Stati Uniti sono i veri artefici della nascita dell’ “Asse della Resistenza”. 

L’Iran ha fatto voto, come recitano gli articoli 2 e 3 della sua costituzione, di sostenere tutti i popoli oppressi. Iniziava con la Palestina i cui leader venivano informati da Teheran che “ nessuna sanzione avrebbe avuto l’effetto di ridurre l’aiuto finanziario e militare destinato alla lotta dei palestinesi per riprendersi i loro territori occupati”. L’Iran sosteneva i libanesi quando Israele invadeva il loro paese. Appoggiava la Siria quando l’Arabia Saudita, il Qatar, la Turchia insieme all’Occidente permettevano ai jihadisti di fondare il loro Emirato Islamico nel Levante con l’intento di far collassare lo stato. E andava in aiuto degli iracheni quando gli Stati Uniti occupavano il paese consentendo all’ISIS di invaderne un terzo. 

I politici iracheni sciiti appoggiarono gli Stati Uniti nella loro decisione di destituire Saddam Hussein. E la resistenza sunnita andò a lamentarsi con Hezbollah della mancanza di un’unità nazionale contro gli americani soprattutto a causa della presa di posizione sciita in favore dell’occupante. La posizione di Hezbollah era stata espressa chiaramente dal suo segretario generale, Sayyed Hassan Nasrallah, già prima dell’invasione americana. Malgrado le atrocità commesse da Saddam Hussein nei confronti degli iracheni e in particolare degli sciiti, schierarsi contro gli Stati Uniti era una priorità rispetto alla destituzione di Saddam. Il potere di Saddam Hussein si stava avvicinando alla fine già prima dell’invasione americana del 2003. Dieci anni di sanzioni lo avevano indebolito e la resistenza sciita, appoggiata dall’Iran, stava già guadagnando terreno quando gli Stati Uniti presero la decisione di agire contro di lui con il falso pretesto di eliminare le inesistenti “ armi di distruzione di massa”. 

Ma nonostante l’appoggio degli sciiti agli americani, gli Stati Uniti non nascosero le loro intenzioni aggressive nei confronti dell’ “Asse della Resistenza” e neppure il loro tentativo di privare l’Iran di alleati. A quel punto l’Iran interveniva in Iraq a sostegno della resistenza sunnita e per addestrare quei pochi sciiti intenzionati a combattere contro le forze d’occupazione. Hezbollah divenne appetibile sia per i sunniti che per gli sciiti. 

Molti politici sciiti in Iraq non vedevano di buon occhio la scelta fatta da Hezbollah di addestrare l’ “Esercito del Mahdi” (creato da Moqtada al-Sadr) nei primi anni dell’occupazione americana. Hezbollah continuava comunque a mantenere delle strette relazioni con i politici iracheni che chiedevano la sua mediazione per formare il governo e per ridurre le distanze tra loro. Interminabili riunioni tra i capi di Hezbollah e i politici sunniti e sciiti ebbero luogo a Beirut prima della formazione di ogni governo. 

Quando l’ISIS occupava un terzo del paese, l’Iraq trovò in Hezbollah (che aveva sconfitto Israele nel 2006 obbligandolo a ritirarsi) un partner adatto e affidabile a cui tornare durante l’invasione americana. Il primo ministro Nuri al-Maliki si metteva in contatto con Sayyed Hassan Nasrallah chiedendogli consiglieri e addestratori per poter fermare l’avanzata in corso del gruppo terroristico. Dopo sole ventiquattro ore Hezbollah mandava in Iraq decine di suoi membri che iniziavano l’addestramento di quelli pronti ad imbracciare le armi per bloccare l’ISIS  e difendere il loro paese. 

Gli Stati Uniti si rifiutarono di dare una mano ignorando più di 6 richieste verbali e scritte fatte dal primo ministro iracheno che chiedeva a Washington di consegnare tutte quelle armi che l’Iraq aveva già pagato e che avrebbero dovuto essere consegnate ben prima dell’attacco dell’ISIS. Solo in seguito alla testimonianza del generale americano Michael Flynn, gli Stati Uniti si accorsero che l’ISIS stava crescendo e dall’Iraq si espandeva in Siria per fondare il suo califfato nei due paesi. Ma l’Iraq aveva obbligato gli Stati Uniti a ritirarsi nel 2011 e la Siria si era rifiutata di accettare la richiesta minacciosa di Colin Powell di smettere di appoggiare Hezbollah e la resistenza palestinese. Gli Stati Uniti erano disposti a usare qualunque mezzo per raggiungere i loro obbiettivi e i jihadisti offrivano loro la miglior soluzione, anche la più economica per dividere il Medio Oriente e liberare Israele dal pericolo alle porte. La seconda guerra al Libano del 2006 aveva infatti mostrato quanto Israele fosse impotente contro Hezbollah. 

Facendo un passo indietro, gli Stati Uniti diedero a Hezbollah l’opportunità di essere presente in Iraq nel 2014 e convinsero il Marjaiya della necessità di sostenere la formazione delle Hashd al-Shaabi, una forza popolare pronta ad imbracciare le armi per difendere il paese. L’Iran fu l’unico paese a sostenere contemporaneamente Baghdad e Erbil. Sunniti, sciiti, cristiani e curdi furono armati dall’Iran per combattere l’ISIS sotto gli occhi degli Stati Uniti. Con il loro comportamento, gli Stati Uniti hanno stimolato la creazione delle Hashd al-Shaabi e permesso all’Iran e a Hezbollah di mettere radici profonde in Iraq. L’addestramento dell’esercito iracheno da parte degli Stati Uniti si era rivelato inefficace. All’esercito iracheno mancavano il senso della patria e lo spirito combattivo. Hezbollah li aveva entrambi e in più usava l’esperienza per incrementare le sue capacità militari combattendo in spazi aperti, nel deserto, un’esperienza diversa da quella fatta in Libano e in Siria. 

Nel 2020 l’ “Asse della Resistenza” può dire di aver vinto tutte le guerre che ha combattuto, in Palestina, Libano, Siria, Iraq e Yemen e in tutte Hezbollah era presente. L’assassinio di Qassem Soleimani, leader dell’ “Asse della Resistenza” è stato moralmente penoso ma non ha ridotto l’impegno dell’Iran o i suoi obblighi finanziari nei confronti degli alleati. In Yemen, Sayyed Abdel Malek al-Houthi ha chiesto all’Arabia Saudita di scambiare un pilota e 9 ufficiali sauditi catturati mentre bombardavano lo Yemen con Mohammad al-Khodary (ex rappresentante di Hamas) e 60 palestinesi e giordani arrestati da Riad, confermando come il legame tra i paesi dell’”Asse della Resistenza” non abbia confini. 

“Trattare uno scambio di ostaggi con Israele o con gli americani è decisamente più facile che farlo con i sauditi che non hanno nessuna considerazione del valore della vita, neppure di quella dei loro militari catturati” ha detto un leader dell’ “Asse della Resistenza”. 

La posizione di Hamas è cambiata: dal combattere contro il presidente Assad è passato alla convinzione che solo una solida alleanza con l’ “Asse della Resistenza” gli potrà permettere di riottenere i territori occupati. Il “ Giorno di Gerusalemme” , celebrato l’ultimo venerdì del mese del Ramadan come richiesto dall’Imam Khomeini, unirà tutti i membri dell’ “Asse della Resistenza” più che mai. Teheran ha informato i palestinesi che la “massima pressione esercitata dagli Stati Uniti” non altera l’impegno dell’Iran con la Palestina e la sua causa sarà sostenuta sempre, fino a quando i palestinesi avranno la volontà di combattere per i loro territori. 

Ma Israele e gli Stati Uniti non si arrenderanno e sono attenti alla crescita e all’influenza di Hezbollah. Cercano di attaccare i suoi sostenitori all’estero mettendo Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche redatta dal dipartimento di stato americano, ma è una mossa totalmente inutile. Gli Stati Uniti credono che l’attuale crisi finanziaria globale offra loro l’opportunità di ottenere ciò che non hanno potuto conquistare con la guerra. E’ probabile che rispondano al fuoco ma nel frattempo l’ “Asse della Resistenza” continuerà a resistere e a trovare nuovi modi per ridurre l’influenza americana in Medio Oriente. 

Tutto avviene mentre la Cina e la Russia sono pronte ad avere un approccio più amichevole e più consistente a livello economico nei confronti dei paesi mediorientali. I successi di Hezbollah nella regione preannunciano le sfide globali al potere degli Stati Uniti. Molti leader dell’ “Asse della Resistenza” potrebbero essere uccisi ma se questo avverrà non avrà un impatto insanabile  sugli obbiettivi e le strategie del campo che resiste a Israele e all’egemonia degli Stati Uniti. Obbiettivi e risultati dell’ “Asse della Resistenza” sono ormai irreversibili. 

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