Non ho fallito, dice Macron… i motivi del suo insuccesso

Di Elijah J. Magnier: @ejmalrai

Tradotto da A.C. 

L’iniziativa del presidente francese Emmanuel Macron in Libano non è destinata ad avere successo, né ora né nelle prossime settimane. Il presidente francese non solo non riesce a trovare un solido appiglio a cui aggrapparsi per mettere d’accordo le varie componenti del  paese ma neppure è in grado di convincere gli europei a sostenere la sua impresa finanziando l’economia libanese ormai al collasso. Macron ha amici in Libano a cui non dispiace mantenere buone relazioni con la Francia se può offrire soluzioni a questa crisi così intricata. Ma incolpare altri, non ammettere i propri errori e non rendersi conto che la politica in Libano è piena di insidie sono tutti fattori che dimostrano come il numero uno dell’ Eliseo non abbia imparato la lezione dopo i precedenti sbagli e come non abbia altre soluzioni da offrire oltre al suo piano iniziale tutt’altro che realistico. Ma perché la Francia è destinata a fallire in Libano? Le ragioni sono tante. 

Sicuramente il presidente Macron conosce meglio di qualunque altro presidente occidentale il sistema politico libanese. Però questa conoscenza non basta a capire quelle che potrebbero essere le reazioni dei politici di vecchia data, i loro timori e la mancanza di fiducia che regna tra loro. 

 Macron, approfondendo la situazione finanziaria e indagando le ragioni che avevano fatto salire così tanto il debito libanese (corruzione, sottrazione di fondi pubblici e la mancanza di un piano per le infrastrutture perché il denaro da destinare ai servizi pubblici era finito nelle tasche dei politici), come ex banchiere era in grado di spiegare in meno di due minuti come più di trent’anni di ingegneria finanziaria fossero risultati fallimentari a causa della corruzione. Il Libano non può, sia al suo interno che all’estero, riottenere fiducia a livello finanziario quando le scarse entrate derivanti dalla sua produzione sono inconciliabili con le sue uscite e in più gli investimenti stranieri nelle infrastrutture finiscono nelle tasche dei signori della guerra che dominano il paese. 

Ma quando tentava di proporre una soluzione politica, Macron appariva invece inconsistente, non propositivo di un piano ben studiato che avrebbe potuto avere delle possibilità di successo. Nel suo primo incontro con i politici, chiedeva loro di partecipare al prossimo governo. Ma quando tornava in Libano, chiedeva invece un governo basato sul consenso. Entrambe le volte non chiariva però che tipo di governo avrebbe voluto e che genere di collaborazione si aspettasse dalla comunità internazionale. Solo nell’ultima conferenza stampa di pochi giorni fa ha chiarito alcune sue aspettative confermando però di avere le idee confuse. 

Macron precisava che l’ex primo ministro Saad Hariri aveva sbagliato a scegliere i ministri in base alle confessioni religiose. Così facendo confermava che Hariri, il leader di un partito politico, era il “deus ex machina”, quello che aveva imposto le sue scelte al nuovo primo ministro Mustafa Adeeb. Come può Macron chiedere ai politici libanesi che non sono d’accordo tra loro, di accettare che sia il “club degli ex primi ministri”, fedele all’Arabia Saudita e agli Stati Uniti d’America, a suggerire e imporre al primo ministro Adeeb i nomi dei membri del nuovo gabinetto? Il “club” è formato dall’ex primo ministro Fouad Siniora, decisamente ostile al partito guidato dal ministro degli esteri Gebran Bassil (partito che raccoglie la maggioranza dei cristiani), nonché a Hezbollah. Un altro dei membri è Najeeb Miqati un miliardario sunnita molto vicino all’Arabia Saudita con interessi negli Stati Uniti. Il terzo è Saad Hariri che ha la nazionalità saudita, a Riad infatti risiede la sua famiglia, è nemico dichiarato di Bassil e cerca di tornare  nelle grazie del principe ereditario Mohammad Bin Salman. Hariri ha 17 membri in parlamento mentre Bassil ne ha 20 e i due gruppi sciiti (Amal e Hezbollah) ne hanno 34. 

Il presidente Macron sostiene che i politici devono scegliere tra “la politique du pire” ovvero “la politica del peggio” che significa la guerra civile e la democrazia. Macron però non spiegava come il concetto di democrazia dovrebbe funzionare perché se venisse applicato governerebbe la maggioranza parlamentare e non il “club” degli ex-presidenti che sono una minoranza. E’ chiaro che il messaggio di Macron è confuso. 

Sembrerebbe che il presidente francese stia rompendo i ponti con Hezbollah dopo i colloqui avuti con l’organizzazione in entrambe le sue visite in Libano dato che la accusa di aver ostacolato la formazione del governo voluto da lui (il governo di Adeeb). Macron non ha mai detto nelle successive visite in Libano che la minoranza parlamentare rappresentata dal “club” degli ex primi ministri avrebbe gestito le nomine e la selezione del nuovo gabinetto e redatto la tabella di marcia per il primo ministro dimissionario Mustafa Adeeb. 

Ma se la tabella di marcia l’avesse formulata chiaramente, Macron si sarebbe trovato di fronte un netto rifiuto da parte della maggioranza dei politici. Il presidente francese di fatto non ha mai detto (come ha rivelato Walid Jumblatt) che voleva un governo che non rappresentasse i leader politici libanesi. E perché allora il primo ministro Adeeb dovrebbe rifiutare di incontrare i leader dei gruppi parlamentari e limitarsi a consultare solo il “club” sunnita degli ex primi ministri? Tra l’altro, nonostante la nomina di Adeeb, il leader cristiano Samir Geagea (che rappresenta 15 parlamentari) si rifiutava da subito di manifestare fiducia nei confronti del candidato di Macron. E si sa che Geagea è un fedelissimo dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti. 

I gruppi sciiti, Amal e Hezbollah, hanno insistito per nominare il ministro delle finanze. E per la prima volta Hezbollah ha insistito più dello speaker Berri (il capo di Amal) e mantenuto ferma la sua posizione fondata sul diritto costituzionale di scegliere un rappresentante sciita nel gabinetto. Il ministro delle finanze ha il potere di approvare e accordare lo stanziamento concesso a tutti i progetti del gabinetto e i pagamenti alle istituzioni. La posizione inossidabile degli sciiti avveniva dopo che gli Stati Uniti decidevano di imporre sanzioni a due ex ministri del duo sciita e dopo essere stati ignorati dal primo ministro Adeeb che aveva seguito il suggerimento dei suoi mentori, i sunniti del “club degli ex primi ministri”. 

Non va dimenticato che l’insistenza dei due gruppi sciiti a nominare il ministro delle finanze salvaguardava il presidente Aoun e il partito cristiano più numeroso. Ogni religione ha il diritto di essere consultata per quanto riguarda i nomi dei futuri membri del gabinetto quando la selezione di tutti i ministri viene fatta dal primo ministro sunnita e da quelli precedenti. E in circa tre settimane cioè il tempo intercorso tra la sua designazione e le sue dimissioni, Adeeb non ha mai presentato ufficialmente una lista di nomi di ministri che avrebbe poi dovuto essere approvata dal presidente. Durante la sua ultima conferenza stampa, il presidente francese offriva una seconda possibilità,  un arco di tempo di 4/6 settimane. E’ una scadenza che coincide con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, previste il 3 novembre. Comunque i risultati di queste elezioni molto probabilmente non si avranno subito ma qualche settimana dopo. Inoltre se Donald Trump non venisse rieletto non si può prevedere a cosa andranno incontro gli Stati Uniti. L’editorialista del “New York Times” Thomas Friedman si dice terrorizzato dalla possibilità di una potenziale 

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