Trump e Assad: trattative in corso

Di Elijah J. Magnier     @ejmalrai 

Tradotto da A.C. 

Nel 2012 gli Stati Uniti chiudevano la loro ambasciata a Damasco e, due anni dopo, ordinavano al governo siriano di chiudere la sua sede diplomatica a Washington. Tuttavia, tramite l’ambasciata della Repubblica Ceca, continuava lo scambio di messaggi tra i due paesi e comunque i contatti, in via non ufficiale, non si interrompevano. Ottenuta la presidenza, Trump, la cui propensione a stringere accordi d’affari è ben nota, decideva di incrementare i contatti con il presidente Bashar al-Assad. Nel 2017, infatti, mandava una delegazione a Damasco composta da politici e militari per imprimere una svolta. In seguito ci furono altre visite e anche lettere inviate da Trump che vennero però rifiutate dal presidente Assad. A questo punto sorge spontanea la domanda: perché gli Stati Uniti hanno diffuso la notizia dell’incontro avvenuto in agosto a Damasco tra il brigadiere generale siriano Ali Mamlouk e i due diplomatici americani, Roger Carstens, inviato speciale del presidente Trump nonché direttore senior dell’antiterrorismo, e Kash Patel consigliere di Trump per l’antiterrorismo? 

Come ho detto, il presidente Trump decideva di andare oltre il livello dei contatti inizialmente stabilito con la leadership siriana. Sceglieva di condurre la trattativa in modo diretto scendendo nei dettagli per poter arrivare ad un’intesa tra i due paesi. La diplomazia, ovvero l’arte dell’impossibile, deve mettere in conto che, quando da entrambe le parti ci sono richieste imprescindibili, i negoziati devono essere gestiti con molta cautela. Ciascun paese cercherà di “perfezionare” le sue richieste, in particolare in questo caso in cui entrambi, Stati Uniti e Siria, hanno in mano parecchie carte da giocare nello scambio di concessioni reciproche. 

Gli Stati Uniti avevano chiesto alla Siria di ” cambiare il suo comportamento “. La richiesta veniva fatta per la prima volta nel 2003 dall’allora segretario di stato Colin Powell in visita a Damasco subito dopo l’occupazione americana dell’Iraq. Powell chiedeva ad Assad di smettere di appoggiare Hamas, Hezbollah e l’Iran. 

Durante la guerra in Siria il presidente Assad troncava le relazioni con Hamas per via dell’appoggio dato ai jihadisti e al progetto, sponsorizzato dalla NATO, di cambiare il regime del paese. Con il tempo però le relazioni tra Assad e Hamas saranno ripristinate: Hamas ha cambiato linea e non è più nemico di Assad. L’organizzazione ha riconosciuto di aver commesso un grave errore e ha chiesto di poter  riprendere i rapporti con il presidente siriano. Malgrado le simpatie di Hamas nei confronti dei jihadisti takfiri, la Siria non ha mai voltato le spalle alla causa palestinese. 

Per Assad i rapporti tra Siria e Hezbollah non sono più in discussione. Hezbollah, come anche l’Iran, ha contribuito a preservare l’unità della Siria difendendo il suo alleato e evitando che venisse travolto dall’onda jihadista in tutti i nove anni della guerra. 

Il presidente Assad ha ripetuto varie volte che Hezbollah e l’Iran si trovano in Siria su invito del governo siriano e se ne andranno solo quando verrà loro richiesto. Ma ovviamente Assad non darà questa soddisfazione al presidente Trump se non ad un prezzo altissimo che includa non solo il ritiro delle truppe americane da al-Tanf ma anche il recupero delle alture occupate del Golan che illegalmente Trump ha assegnato a Israele. Quindi non è certo nell’interesse della Siria chiedere a Hezbollah e all’Iran di andarsene dal sud del paese, la zona delle alture occupate del Golan. È una questione di prezzo e di ciò che uno riesce a ottenere dall’altro al tavolo dei negoziati. 

Damasco pensa che gli Stati Uniti abbiano rivelato alla stampa la notizia dell’incontro dello scorso agosto di proposito, per preparare il terreno in vista di ulteriori trattative alla luce del sole.  L’amministrazione americana ( che oltre a sperare è convinta di rimanere in carica per altri quattro anni) sta preparando i mezzi di informazione, ostili a Trump e ad Assad, a questo accordo. 

Il presidente Trump ha bisogno di valide ragioni da offrire all’opinione pubblica del suo paese e a coloro che hanno scritto valanghe di articoli contro il presidente Assad negli ultimi nove anni. E la liberazione dei sei cittadini americani che si pensa siano nelle mani del governo siriano è per Trump un’ottima ragione per negoziare con Assad, perché riuscirebbe finalmente a riportarli a casa. Nessuno negli Stati Uniti potrebbe permettersi di contestare questo obbiettivo e, se in cambio il presidente dovesse ritirare le sue truppe dalla Siria, il prezzo non sarebbe così alto perché queste truppe sono comunque considerate forze di occupazione e la loro presenza risulta illegale. 

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