Mosse difensive o preparativi di guerra con l’Iran?

Scritto da Elijah J.Magnier 

Tradotto da A.C. 

Gli Stati Uniti hanno deciso di schierare   Cupola di Ferro  (Iron Dome), i sistemi di difesa anti-missile israeliani acquistati nel 2019, nei paesi dell’est europeo e anche in quelli del Golfo  dove opera e ha le sue basi militari il loro Comando Centrale (CENTCOM). Questa mossa avviene in contemporanea con la decisione di integrare Israele nel CENTCOM  (insieme  all’Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Giordania, Iraq, Egitto, Sudan, Afghanistan, Kuwait, Qatatr, Oman, Pakistan e altri) in   seguito al processo di normalizzazione  dei rapporti commerciali e diplomatici tra alcuni paesi arabi (e islamici) e Tel Aviv.

L’Iran ritiene che il trasferimento delle attività operative israeliane da EUCOM a CENTCOM sia una mossa  aggressiva in quanto permette a Israele di usare tutte le basi militari americane che circondano la “Repubblica Islamica”. E in più pensa che la decisione di installare il sistema di difesa missilistica israeliano “Cupola di Ferro” possa essere un primo passo verso un probabile attacco militare preventivo all’Iran. Un attacco israeliano contro obbiettivi selezionati in Iran potrebbe avvenire se gli Stati Uniti tornano all’accordo sul nucleare senza condizioni. Israele potrebbe anche attaccare l’Iran se il presidente Joe Biden decidesse di prendere tempo prima di un possibile ritorno all’accordo sul nucleare e non riuscisse a revocare tutte le sanzioni imposte a Teheran. A quel punto l’Iran risponderebbe subito aumentando l’arricchimento dell’uranio, ritirandosi dagli accordi, impedendo agli ispettori di accedere ai suoi siti nucleari e aumentando il numero e la qualità delle sue centrifughe. Sono mosse che Israele non potrebbe mai accettare. Il Medio Oriente è quindi destinato ad essere teatro di una guerra oppure tutte queste manovre non sono altro che mosse difensive? 

Uno di coloro che prendono le decisioni in Iran ha detto: “ L’Iran non ha nessuna intenzione di attaccare obbiettivi americani o israeliani a meno che non siano loro a dare il via ad una guerra o a colpire degli obbiettivi in Iran. Il parlamento iracheno ha deciso che tutte le truppe straniere devono ritirarsi dal paese per cui non c’è bisogno di altre vendette per l’assassinio perpetrato dagli Stati Uniti del brigadiere generale Qassem Soleimani a Baghdad nel gennaio 2020. Il bombardamento (iraniano) della base americana di Ayn al-Assad in Iraq è stata la nostra risposta. Tuttavia abbiamo saputo che Israele è presente nelle basi militari di CENTCOM che circondano l’Iran e i suoi missili di intercettazione saranno installati in molti paesi del Medio Oriente. Perchè mai gli Stati Uniti dovrebbero schierare questi missili se non per paura di un bombardamento iraniano? E perché l’Iran dovrebbe bombardare le basi degli Stati Uniti a meno che non siano loro i primi ad avere intenzione di bombardare l’Iran? Gli Stati Uniti e Israele stanno forse progettando di colpire gli impianti nucleari pensando di riuscire a distruggere le nostre capacità? Non ce la faranno” ha detto la fonte. 

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“L’Iran ha mostrato di possedere centinaia di lanciatori per missili in strutture sotterranee e silos. Questa capacità è stata svelata nelle recenti manovre  mirate alla deterrenza, a convincere i nostri nemici a non attaccare l’Iran. Poiché ci sono migliaia di missili presenti su tutto il territorio, è praticamente impossibile che gli Stati Uniti e Israele  possano distruggerli tutti. E quindi l’Iran può assorbire un primo attacco, che non sarebbe in grado di paralizzare le nostre capacità, e poi lanciare il suo contrattacco su tutte le basi americane sparse nell’Asia Occidentale, e colpire nel cuore di Israele. “Cupola di Ferro” ha dimostrato di essere in grado di intercettare un gran numero di missili il che significa che altri riescono comunque a passare e sono missili con testate distruttive. Ma il sistema di intercettazione israeliano può fare ben poco se viene inondato da missili lanciati simultaneamente da posti diversi” ha proseguito il decisore iraniano. 

L’Iran potrebbe essere apprensivo ma questo non è l’unico (pessimistico) scenario a cui potrebbe andare incontro il Medio Oriente in futuro. E se le preoccupazioni di Teheran sono fondate il rischio di un’inquietante escalation è reale. Ma non è così scontato che la nuova amministrazione guidata da Biden si stia preparando ad un’altra guerra in Medio Oriente. Biden ha molte priorità, a cominciare dal bisogno di riunificare il paese, deve    riparare i danni causati dal COVID, ha problemi con la Cina e la Russia e ha la necessità di tornare ad avere buone relazioni con i suoi alleati. Queste sono le voci in elenco per quest’anno che includono anche l’inizio dei negoziati con l’Iran e la questione relativa alla presenza delle truppe americane in Iraq. E’ un’agenda fitta nella quale l’Iran non occupa un posto di rilievo. Ci sono ovviamente altri problemi come la Turchia, la Siria e l’America Latina. Ma anche loro e altri potrebbero non essere una priorità per la nuova amministrazione.

Ci sono comunque molti segnali che giustificano le apprensioni  iraniane a cominciare dal monito lanciato dal capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, Aviv Kochavi, alla nuova amministrazione americana perché non torni all’accordo sul nucleare firmato da Barack Obama nel 2015 senza prima aver aggiunto delle modifiche. In più il segretario alla difesa Lloyd Austin e il segretario di stato Antony Blinken hanno entrambi detto chiaramente che il comportamento dell’Iran in Medio Oriente è pericoloso  e che Biden non ha nessuna fretta di  tornare  all’accordo sul nucleare. Parrebbe che l’amministrazione americana sia convinta che l’accordo sul nucleare vada rinegoziato, che vi debbano partecipare anche i suoi partner mediorientali e che il programma missilistico dell’Iran e i suoi alleati siano questioni da affrontare. Ma questi sono i punti che l’Iran rifiuta categoricamente di mettere in discussione; erano già stati respinti durante i primi negoziati con Obama antecedenti al 2015. L’Iran vuole la revoca delle durissime sanzioni imposte da Trump e non accetterà di “trattare sotto minaccia” (sotto sanzioni). 

E’ importante che l’Occidente ascolti quello che ha detto il leader della rivoluzione Sayyed Ali Khamenei: l’Iran non ha fretta di concludere l’accordo sul nucleare ma vuole la revoca di tutte le sanzioni. Non negozierà altro e non abbandonerà i suoi amici e alleati, né il suo dovere di sostenerli. 

E così molto probabilmente Biden non si precipiterà a discutere l’accordo sul nucleare e non revocherà tutte le sanzioni entro il 21 febbraio. Gli Stati Uniti hanno tempo fino a quel giorno per rispettare gli impegni, è la data stabilita dall’Iran. Dopo, a meno che le sanzioni non vengano revocate, il parlamento si è impegnato ad andare avanti con l’arricchimento dell’uranio oltre il  20% e a sospendere la sua attuazione volontaria del protocollo aggiuntivo al trattato di non proliferazione nucleare (NPT). E’ molto improbabile che Biden si pieghi all’ultimatum dell’Iran se non altro per non dimostrarsi debole. Ma il presidente potrebbe togliere alcune delle sanzioni imposte dal suo predecessore Donald Trump come gesto di buona volontà e potrebbe anche chiedere un po’ più di tempo per esaminare l’accordo, potrebbe usare come pretesto il fatto di doversi occupare prima di tutto del suo paese e di aver bisogno di tempo per capire quali passi fare.

In this photo released Tuesday, July 28, 2020, by Sepahnews, a Revolutionary Guard’s speed boat fires a missile during a military exercise. Iranian commandos also fast-roped down from a helicopter onto a replica of an aircraft carrier in the exercise called “Great Prophet 14.” The drill appears aimed at threatening the U.S. amid tensions between Tehran and Washington. (Sepahnews via AP)

Il nocciolo della questione è che gli Stati Uniti hanno bisogno di consultare i loro alleati in Medio Oriente. E un approccio morbido degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran metterebbe in allarme Israele e i paesi del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita e gli Emirati. Anche molti paesi europei hanno chiesto una rinegoziazione che includa il programma missilistico iraniano, soprattutto i missili balistici con una gittata di oltre 2.000 km. Ma l’Europa non preoccupa più di tanto perché da tempo non dimostra di avere una sua politica indipendente. 

Una guerra o un attacco alle posizioni dell’Iran non sono pertanto molto probabili a breve perché non ci sono ancora i presupposti perché ciò avvenga. Ma se gli Stati Uniti ritardano la revoca delle sanzioni indubbiamente l’Iran non starà fermo ad aspettare,  aumenterà le sue capacità nucleari e metterà in atto altre misure inerenti al programma. E questo farà salire la tensione in Medio Oriente. 

C’è anche un’altra possibilità: che Israele e alcuni paesi del Golfo formino un fronte compatto che impedisca a Biden di accettare l’accordo sul nucleare (così com’è) e anche di revocare le sanzioni all’Iran. Essendo in CENTCOM, con il sistema difensivo “Cupola di Ferro” installato in Medio Oriente, Israele e quei paesi che hanno normalizzato i rapporti potrebbero lavorare tramite un’unica sala operativa. Questo obbligherebbe Biden a prestare attenzione ai loro timori e a tenere in conto le loro richieste, in special modo se i paesi del Golfo adottassero l’idea di una “NATO araba” proposta a suo tempo dall’amministrazione Trump. La tensione che c’era in passato tra l’Arabia Saudita e il Qatar si è allentata e quindi è stato rimosso uno dei maggiori ostacoli alla realizzazione di questa ventilata NATO araba, sempre che sia ancora un obbiettivo da raggiungere. 

Con il sistema “Cupola di Ferro” schierato tutt’attorno all’Iran, Israele, in caso di guerra, avrebbe la possibilità di intercettare un gran numero di missili iraniani prima che questi possano raggiungere Tel Aviv. Ma l’Iran non sarebbe affatto solo in un eventuale conflitto. I suoi alleati in Libano, Yemen, Siria e Iraq hanno i missili di precisione che Teheran ha fornito loro malgrado i numerosissimi attacchi israeliani in Siria e al confine tra Siria e Iraq e in altre parti del Levante mirati a distruggere alcuni  depositi dei missili. Anche la collaborazione tra Israele e gli Stati Uniti in una sala operativa non impedirebbe a Hezbollah, l’alleato più forte dell’Iran, di inondare Israele con centinaia di migliaia di missili che colpirebbero migliaia di obbiettivi già identificati. 

L’Iran comunque ha deciso di avere un altro approccio nei confronti dell’Arabia Saudita per contrastare la mossa degli Stati Uniti e Israele. Sia i pragmatisti che i radicali iraniani sanno quali possono essere i pericoli derivanti da questa mossa e vorrebbero metter fine all’animosità che c’è con i sauditi. Hanno lanciato, attraverso il Kuwait ma anche tramite l’Oman, il Qatar e la Russia, un’ iniziativa per superare l’impasse, un tentativo di dialogare in modo diretto per garantire la sicurezza nel Golfo Persico e risolvere le ansie saudite relative alle intenzioni dell’Iran nella regione. Ma i sauditi erroneamente pensano che gli iraniani chiedano il dialogo solo perché si prevede che l’Arabia Saudita possa far parte dei negoziati sul nucleare. E così i sauditi hanno informato i mediatori che l’Iran dovrebbe, prima di tutto, smettere di appoggiare I suoi alleati in Libano, Siria, Iraq e Yemen. Per l’Iran è una richiesta inaccettabile perché significherebbe abbandonare I suoi alleati. 

 L’Iran è convinto che gli Stati Uniti non permetteranno all’Arabia Saudita di dialogare in modo diretto e costruttivo con lui. I Sauditi sono i primi e i più generosi compratori di armi del mondo e la fine dell’animosità tra i sauditi e l’Iran sarebbe un cattivo affare per Washington, non ci sarebbe più motivo di avere basi militari americane nel Golfo. Pertanto una rappacificazione tra l’Iran e l’Arabia Saudita non è affatto matura e difficilmente avverrà nei prossimi anni. 

CENTCOM sta  espandendo le sue operazioni in Arabia Saudita per poter “spostare truppe in uno scenario di conflitto armato con l’Iran” e sta esplorando “il porto industriale di Yanbu’ nell’ovest della penisola arabica, sul mar Rosso”. 

L’Iran pensa, secondo quanto dice la fonte, che “gli americani abbiano convinto i sauditi che il Golfo Persico è una zona esplosiva e pericolosa per le operazioni a causa dei progetti espansionistici dell’Iran. Per cui non sorprende che gli Stati Uniti stiano aumentando la loro presenza in Arabia Saudita e bloccando qualunque tentativo dei paesi della regione di risolvere i propri problemi autonomamente. L’Iran ha collaudato i suoi droni e i suoi missili balistici con una gittata di 2000km. E non significa che ci fermiamo qui, i nostri obbiettivi sono di produrre armi difensive che vadano ancora oltre. Come gli americani abbiamo anche noi uno scenario possibile inteso a coprire tutte le zone dove potrebbero avere le basi i nostri nemici” ha concluso la fonte. 

Solo il presidente Biden potrà prendere una decisione chiara, indipendentemente da quello che suggeriscono i suoi alleati e l’amministrazione. Purtroppo non arrivano molti segnali positivi dal Medio Oriente. Biden dice di essere sionista. Ha appoggiato Israele negli ultimi 50 anni e ripete di continuo che lui difende la sicurezza di Israele, un termine flessibile che alla fin fine significa che chiude un occhio su quasi tutto quello che fa Israele mentre gli dà pieno appoggio. Vale comunque la pena ricordare che negli ultimi anni della sua presidenza Obama non aveva dei rapporti tanto buoni con Netanyahu. Riuscirà Biden ad abbassare la tensione e a soddisfare l’Iran, Israele e l’Arabia Saudita? Revocherà tutte le sanzioni (teoricamente) come aveva fatto Obama e firmerà l’accordo sul nucleare così com’è senza modifiche? Forse è ancora troppo presto per capire cosa succederà ma la situazione attuale non promette nulla di buono.

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